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Musica e architettura secondo Anri Sala

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L’esperienza della mostra di Anri Sala, fino al 10 aprile al New Museum di New York, si annuncia sinfonica, per la complessità sonora oltreché visiva. L’artista albanese classe 1974 lavora da sempre attorno al tema del suono e della musica in relazione all’immagine in movimento e all’architettura. Accadeva nei suoi primissimi video anni Novanta, quando attraverso il registro del documentario trasferiva la vita quotidiana nel suo Paese dopo la caduta del comunismo. Quando sovrapponeva storia individuale e collettiva in ritratti enigmatici della società, come “Dammi i colori” (il titolo deriva dal primo verso della romanza “Recondita armonia” della Tosca di Giacomo Puccini). Il film, in collezione alla Tate Modern di Londra, fa emergere il ritratto di Tirana dopo l’elezione a sindaco nel 2000 dell’artista Edi Rama (con cui Sala aveva vissuto per anni a Parigi). Emerge un ampio e ambizioso progetto di trasformazione sociale e urbana distillato attraverso i colori, una tessitura astratta che si sovrappone alle rigide griglie del paesaggio urbano post-socialista. «Un artista deve mostrare ciò che accade, deve contribuire a costruire una piena coscienza del tempo che sta vivendo», sentenzia Sala, che ha studiato prima pittura all’Accademia nazionale di Belle Arti di Tirana, per proseguire poi a Parigi e a Berlino la sua carriera internazionale (miglior artista emergente alla Biennale del 2001; nel 2013 rappresenta la Francia alla Biennale di Venezia). Da una decina d’anni circa Sala coinvolge musicisti in film e in performance.

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