Battery
Park Memorial
di Paolo
Cannas - 02/09/2002
Sono a New York da
qualche giorno. E la prima volta che ci torno dopo l'11 settembre.
Ho sempre guardato con una certa invidia il pragmatismo americano,
a quasi un anno di distanza sembra tutto normale. Lunica differenza
sostanziale è la presenza di controlli che prima non esistevano
per entrare nei luoghi dove si concentrano persone. I teatri, i
musei, le attrazioni pubbliche sono picchettate. Se con voi portate
uno zainetto o una borsa capiente state certi di essere fermati
e controllati alla maniera americana: cordialmente ma fermamente
siete invitati a fermarvi e a farvi ispezionare la borsa; se per
caso non sentite o non capite la richiesta notate subito che la
controparte perde un poco la pazienza. Anche per entrare al Top
of the Word, la terrazza panoramica posta allultimo
piano delledificio 2 del Word Trade Center, si doveva passare
un cancello metal detector come negli aeroporti. Tutto ciò
non gli ha impedito di crollare come un castello di sabbia.
New York è tornata alla normalità ma non vuole dimenticare.
Un po ovunque si vuole testimoniare la propria solidarietà
o manifestare il proprio nazionalismo. Non si vuole dimenticare.
Non penso di aver mai visto tante bandiere americane, praticamente
ovunque nella città. The Heroes sono cantati
e ricordati costantemente. Una campagna pubblicitaria con bandiere
verticali appese sui lampione delle avenue ricordano il lavoro svolto
dai pompieri, poliziotti e quanti altri lavorano nellamministrazione
pubblica per la cittadinanza.
Avevo letto che a Battery Park, la parte più a sud dellisola
di Manhattan, era stato creato un Memorial dedicato alle famiglie
delle persone morte quel tragico 11 settembre. Lavevo letto
e quasi dimenticato. Avevo trovato tantissime foto su Ground Zero
in rete, quella tragica scultura di acciaio e cemento a memento
della follia umana, tante sulla chiesa di Saint Paul e Trinity Church
le cui recinzioni si erano trasformate in muri del pianto, luoghi
su cui affiggere il foglio per cercare notizie del proprio caro
scomparso o lasciare una testimonianza di solidarietà.
Avevo bisogno di controllare degli orari per il battello che ti
porta a Libery Island e Ellis Island. Esco dalla subway alla fermata
di Bowling Green e mi dirigo tra aiuole e prati verso i moli. Non
lo vedo subito, non lo stavo cercando veramente, mi si para davanti
agli occhi nella sua massiccia serietà. Quella grande scultura
sferica che capeggiava al centro della fontana posta nella piazza
ai piedi delle due torri è lì. Io, assieme alle persone
che sono con me, ammutolisco. Limpatto emotivo è fortissimo.
Quella sfera è li, è ammaccata, è sporca di
strisciate provocate dallurto con dellaltro metallo,
ma è sopravissuta a quelle ore di apocalisse e di orrore.
E fuori dal contesto in cui la conoscevo, sembra quasi un
assurdo vederla collocata in quella sede, da sola ergersi a ricordo
del fuoco, del sangue, del cemento, della carne, della carta, della
polvere che lhanno sommersa.
Sono rimasto alcuni minuti in silenzio, non avevo niente da dire,
poi ho cercato la mia macchina fotografica e ho scattato alcune
foto. Mentre facevo i miei scatti cercavo di porre il massimo rispetto
per quel luogo e quello che stava a significare, mi sentivo quasi
sacrilego.
Sono andato via con i miei amici e solo dopo allontanati abbiamo
ripreso a parlare.
Se andate a New York andateci. Nella sua semplicità, è
posta con una targa che ne spiega il significato, sostituisce tante
inutili parole e tante pompose celebrazioni.