Afghanistan
"antagonista" di New York: viaggio a Kabul
a cura di Anna Iandolo
e Giancarlo Carotenuto - 13/07/2002
Qualche mese fa,
mia moglie ed io come volontari di gruppo umanitario, abbiamo avuto
l'opportunità di imbarcarci su degli aerei militari italiani
in direzione di Kabul, Afghanistan. E' superfluo dire che per noi
è stata un'emozione istantanea: recarci su un territorio
di guerra e dare una mano negli ospedali e negli orfanotrofi, chi
non avrebbe voluto? Le notizie dei media erano e sono tutt'oggi
molto spaventose e tendevano con il loro irragionevole peso alla
"non partenza"; gli americani o bombardavano, c'erano
i terremoti, gruppi di sbandati facevano notizia con le loro rappresaglie
verso gli occidentali. Era certamente tutto a sfavore .
La considerazione immediata è stata quella di valutare attentamente
i rischi, ma l'attrazione per una terra così lontana e così
vicina nello stesso istante ha predominato e ci ha fatto superare
tutte le paure. E' chiaro che eravamo, come tutto il mondo, colpiti
dalla guerra in corso e ci schieravamo contro il terrorismo, come
ogni altra forma di prevaricazione, ma vedere da vicino quella terra
così misteriosa, dove ogni genere di antico esploratore,
avventuriero e commerciante di tesori esotici era già passato
raccontando al suo ritorno le più disparate avventure, ha
fatto sì che i nostri cromosomi interni si agitassero e si
ribellassero alla mancata occasione se avessimo fatto dietrofront
all'ultimo momento.
Nei frettolosi giorni dei preparativi tutta la nostra attenzione
era nel cercare quel sano equilibrio tra le notizie spaventose che
ogni giornale o televisione ci enunciava e la possibilità
di aiutare realmente dei bambini feriti, di poter portare loro medicinali
e viveri. Alla fine abbiamo chiuso i nostri zaini e siamo andati,
certi che il fare qualcosa, sebbene piccolo, sarebbe stato più
importante delle nostre paure. Ci sentivamo un poco vicino allo
spirito di Marco Polo e alla sua lunga strada tracciata a cavallo,
noi in fondo eravamo con i nostri militari che ci accompagnavano
con gli aerei C- 130.
Durante il viaggio abbiamo incontrato il cappellano dellAmbasciata
Italiana che ritornava a Kabul dopo 10 anni, il suo incontro è
stato molto affascinante perchè attraverso le sue parole
ci ha fatto conoscere una terra meravigliosa e misteriosa e ci ha
trasmesso tutto il suo amore per questo popolo a noi ancora sconosciuto.
Atterrati ci siamo subito ritrovati su uno splendido altopiano circondato
da vette altissime ed ancora innevate e nonostante fossimo in un
aeroporto militare vedendo questo paesaggio il ricordo della guerra
sembrava lontano, dimenticato. Sedotti da questa terra così
dissimile dalla nostra Italia lentusiasmo a continuare lavventura
ci ha repentinamente trascinato.
Già nel taxi ceravamo dimenticati di tutte le paure,
lesterno ci appariva molto accogliente nonostante le rovine
causate dai bombardamenti. Le persone che man mano incrociavamo
erano sorridenti, con occhi vivaci e desiderosi di farci delle domande,
chiederci da dove venivamo, i bambini facevano a gara per mettersi
davanti alla nostra videocamera e si esprimevano con smorfie e boccacce.
Non potevamo credere a tutti questi entusiasmi freschi ancora di
tutte le informazioni negative registrate nei nostri cervelli, alla
fine avremmo visto solo gli orrori e le armi.
Quanta gente cammina per le strade, migliaia di uomini di mille
razze che passeggiano o sono occupate nei loro lavori, ma quanta
profondità nei loro sguardi penetranti e curiosi di conoscerti,
come te di loro. Sono sempre sorridenti non senti da loro nessuna
diffidenza e le stesse donne sotto i loro burqua non appaiono come
fantasmi senza identità, ma esseri umani integratesi perfettamente
nel loro contesto religioso, sarebbe quasi sacrilego se apparissero
con il viso scoperto.
Io ero lunica donna occidentale per le strade e nel bazar
ed ho ricevuto sempre e soltanto sorrisi di gentilezza ed ospitalità,
a Flower Street un commerciante di fiori mi ha anche gentilmente
offerto un grazioso mazzo di fiori composto da lui, come benvenuto.
Certo i talebani non avevano lasciato alle loro spalle rose
e fiori ma non erano di certo riusciti a intaccare la dignità
del popolo afgano che pazientemente stava aspettando il modo per
ricominciare a vivere.
Il popolo afgano, quello conosciuto dai grandi conquistatori e dai
più semplici esploratori di ogni tempo, è fatto di
genti diverse e con virtù antiche : lintegrità,
la dignità e il rispetto sopra ogni cosa.
Certo oggi è tempo di terrorismo e non si può essere
solidali con uomini mossi dalla politica della sopraffazione, sia
da un lato che dallaltro. I morti vanno riconosciuti e rispettati,
ma il limite di quelle virtù, noi occidentali, labbiamo
un pò dimenticate. Riusciamo a dire questo dopo lesperienza
fatta sul campo, dove abbiamo potuto costatare che la gente comune,
quella che ha resistito a 23 anni di guerre, è desiderosa
di poterne uscire fuori.
Questa situazione ci ha fatto venire alla mente i nostri padri,
i nostri nonni alla fine della seconda guerra mondiale dove, come
sappiamo, attraverso la dignità, la voglia di ricominciare
a vivere, lessere riconosciuti hanno potuto ricostruire le
loro vite e superare gli orrori visti.
Le foto parleranno per noi e certamente non potranno cancellare
la guerra che è ancora presente ad ogni angolo, ma il nostro
desiderio è poter far riflettere chi lo voglia e sperare
che si possa comprendere la diversità di un popolo ancora
molto fiero, da uno sparuto gruppo di fanatici terroristi.