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9/11 - PRIMO ANNIVERSARIO
Afghanistan "antagonista" di New York: viaggio a Kabul
a cura di Anna Iandolo e Giancarlo Carotenuto - 13/07/2002

Qualche mese fa, mia moglie ed io come volontari di gruppo umanitario, abbiamo avuto l'opportunità di imbarcarci su degli aerei militari italiani in direzione di Kabul, Afghanistan. E' superfluo dire che per noi è stata un'emozione istantanea: recarci su un territorio di guerra e dare una mano negli ospedali e negli orfanotrofi, chi non avrebbe voluto? Le notizie dei media erano e sono tutt'oggi molto spaventose e tendevano con il loro irragionevole peso alla "non partenza"; gli americani o bombardavano, c'erano i terremoti, gruppi di sbandati facevano notizia con le loro rappresaglie verso gli occidentali. Era certamente tutto a sfavore .
La considerazione immediata è stata quella di valutare attentamente i rischi, ma l'attrazione per una terra così lontana e così vicina nello stesso istante ha predominato e ci ha fatto superare tutte le paure. E' chiaro che eravamo, come tutto il mondo, colpiti dalla guerra in corso e ci schieravamo contro il terrorismo, come ogni altra forma di prevaricazione, ma vedere da vicino quella terra così misteriosa, dove ogni genere di antico esploratore, avventuriero e commerciante di tesori esotici era già passato raccontando al suo ritorno le più disparate avventure, ha fatto sì che i nostri cromosomi interni si agitassero e si ribellassero alla mancata occasione se avessimo fatto dietrofront all'ultimo momento.
Nei frettolosi giorni dei preparativi tutta la nostra attenzione era nel cercare quel sano equilibrio tra le notizie spaventose che ogni giornale o televisione ci enunciava e la possibilità di aiutare realmente dei bambini feriti, di poter portare loro medicinali e viveri. Alla fine abbiamo chiuso i nostri zaini e siamo andati, certi che il fare qualcosa, sebbene piccolo, sarebbe stato più importante delle nostre paure. Ci sentivamo un poco vicino allo spirito di Marco Polo e alla sua lunga strada tracciata a cavallo, noi in fondo eravamo con i nostri militari che ci accompagnavano con gli aerei C- 130.
Durante il viaggio abbiamo incontrato il cappellano dell’Ambasciata Italiana che ritornava a Kabul dopo 10 anni, il suo incontro è stato molto affascinante perchè attraverso le sue parole ci ha fatto conoscere una terra meravigliosa e misteriosa e ci ha trasmesso tutto il suo amore per questo popolo a noi ancora sconosciuto.
Atterrati ci siamo subito ritrovati su uno splendido altopiano circondato da vette altissime ed ancora innevate e nonostante fossimo in un aeroporto militare vedendo questo paesaggio il ricordo della guerra sembrava lontano, dimenticato. Sedotti da questa terra così dissimile dalla nostra Italia l’entusiasmo a continuare l’avventura ci ha repentinamente trascinato.
Già nel taxi c’eravamo dimenticati di tutte le paure, l’esterno ci appariva molto accogliente nonostante le rovine causate dai bombardamenti. Le persone che man mano incrociavamo erano sorridenti, con occhi vivaci e desiderosi di farci delle domande, chiederci da dove venivamo, i bambini facevano a gara per mettersi davanti alla nostra videocamera e si esprimevano con smorfie e boccacce. Non potevamo credere a tutti questi entusiasmi freschi ancora di tutte le informazioni negative registrate nei nostri cervelli, alla fine avremmo visto solo gli orrori e le armi.
Quanta gente cammina per le strade, migliaia di uomini di mille razze che passeggiano o sono occupate nei loro lavori, ma quanta profondità nei loro sguardi penetranti e curiosi di conoscerti, come te di loro. Sono sempre sorridenti non senti da loro nessuna diffidenza e le stesse donne sotto i loro burqua non appaiono come fantasmi senza identità, ma esseri umani integratesi perfettamente nel loro contesto religioso, sarebbe quasi sacrilego se apparissero con il viso scoperto.
Io ero l’unica donna occidentale per le strade e nel bazar ed ho ricevuto sempre e soltanto sorrisi di gentilezza ed ospitalità, a Flower Street un commerciante di fiori mi ha anche gentilmente offerto un grazioso mazzo di fiori composto da lui, come benvenuto.
Certo i talebani non avevano lasciato alle loro spalle “rose e fiori” ma non erano di certo riusciti a intaccare la dignità del popolo afgano che pazientemente stava aspettando il modo per ricominciare a vivere.
Il popolo afgano, quello conosciuto dai grandi conquistatori e dai più semplici esploratori di ogni tempo, è fatto di genti diverse e con virtù antiche : l’integrità, la dignità e il rispetto sopra ogni cosa.
Certo oggi è tempo di terrorismo e non si può essere solidali con uomini mossi dalla politica della sopraffazione, sia da un lato che dall’altro. I morti vanno riconosciuti e rispettati, ma il limite di quelle virtù, noi occidentali, l’abbiamo un pò dimenticate. Riusciamo a dire questo dopo l’esperienza fatta sul campo, dove abbiamo potuto costatare che la gente comune, quella che ha resistito a 23 anni di guerre, è desiderosa di poterne uscire fuori.
Questa situazione ci ha fatto venire alla mente i nostri padri, i nostri nonni alla fine della seconda guerra mondiale dove, come sappiamo, attraverso la dignità, la voglia di ricominciare a vivere, l’essere riconosciuti hanno potuto ricostruire le loro vite e superare gli orrori visti.
Le foto parleranno per noi e certamente non potranno cancellare la guerra che è ancora presente ad ogni angolo, ma il nostro desiderio è poter far riflettere chi lo voglia e sperare che si possa comprendere la diversità di un popolo ancora molto fiero, da uno sparuto gruppo di fanatici terroristi.



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