Ecco, sono qui davanti
alla finestra.
Mentre l'oceano, il dolce oceano, come lo chiama mio padre con nostalgia,
è calmo, quasi monotono.
Finalmente lo vedo, e lo sento l'oceano.
L'Oceano Atlantico.
Da ben 10 anni, come una nenia, o una cantilena, mio padre me ne
parla. A volte con gestualità teatrali tanto da fare ridere,
a crepapelle, me e la mia sorellina Serena che ha quasi 10 anni.
Dimenticavo: io mi chiamo Sofia ed ho cira 13 anni.
''...E andiamo in America...'' disse un bel giorno mia madre stanca
di sentire suo marito parlare e parlare di New York, dei suoi quartieri,
dei grattacieli, di Central Park, della Statua della Libertà.
Little Italy...
Mio padre non ritorna in America da quasi 30 anni. Ci è anche
nato, devo precisare, quando i suoi genitori, cioè mio nonno
Sebastiano e la nonna Mariastella, emigrarono da queste parti nel
lontano 1927. E' nato A Hill Street, se non ricordo male, nella
zone di Brooklyn.
Ed eccoci, finalmente, all'aeroporto 'J. Kennedy' di NY. E' enorme,
luccicante di luci e di cristalli, Un continuo via vai di gente.
Un crogiolo di culture, lingue, razze.
Prendiamo in affitto un auto alla Hertz: una macchina, meglio dire
un macchinone, dal nome impronunciabile. Cadillac mi suggerisce
mio padre. Che qui, finalmente sta sfoderando il suo ottimo inglese
italianizzato
'' Bimbe, ci dice come a volersi giustificare - scusate il mio inglese,
sono quasi 30 anni che non venivo da queste parti''
E lo dice come se andare in America fosse un qualcosa da poter fare
tutti i giorni.
Abbiamo dovuto mettere via tutti i risparmi delle ferie del santo
Natale che verrà... per fare questo viaggio.
Imbocchiamo la 5° Av., un meraviglioso, caotico arcobaleno multietnico...
Osservo meglio mio padre alla guida e, da questa posizione, vedo
i suoi capelli bianchi e folti, la sua pelle olivastra, la sua voce
che, all'improvvisoè diventata più calda, quasi serena.
Sento che è felice e parla, parla.
''Qui con i miei amici... là con mio nonno, più in
là c'è Radio City Music Hall, al Molo 17 con mio padre
andavamo a pescare... e la Statua della Libertà...''
Mentre un vecchio e lento camion, davanti a noi, porta il suo pesante
carico verso ignote destinazioni: botti di whiskey scalfite dal
tempo, vedo appena una scritta stampigliata col fuoco, 'Jack Daniel'...
altro non ricordo.
Un poliziotto, in mezzo all'incrocio, ci fischia facendoci cenno
con la mano destra di fare lesti.
Mentre mia sorella Serena, stanca del lungo viaggio in aereo e del
cambio dei fusi orari, dorme come un sasso sulle mie gambe che le
fanno da cuscino.
Arriviamo in Hotel, Holiday INN. Scarichiamo la macchina dei bagagli
e affidiamo l'auto ad un inserviente che la porta via. Mia madre
sembra preoccupata. ''Tranquilla", dice mio padre sorridendo,
la porta in garage, "non è un ladro d'auto''.
Un cameriere, forse portoricano, ci aiuta a portare i bagagli fino
alla nostra stanza: la 911.
Adesso dalla finestra dell'albergo tutto ciò che vedo si
slancia poderoso in un insieme multicolore di barche che corrono
sulla linea dell'infinito dove l'oceano si perde col cielo.
Le aiuole di un piccolo giardino dell'albergo sono di un verde opaco.
Gli alberi che costeggiano la strada esplodono di mille colori in
questa tarda estate, pensando ai tristi giorni che verranno in inverno,
che tristi se ne staranno con i loro tronchi umidi e sgretolati,
i rami spogli di foglie tanto da sembrare degli spaventapasseri.
Tra i rami intravvedo qualche nido abbandonato.
In uno di questi nidi, immagino, c'era una famigliola di uccelli
volati chissà dove.
Un grattacielo davanti a me, con l'insegna enorme della Met Life,
si abbandona nel cielo col suo colore indefinito, vivacizzato solo
dalle bianche strisce delle finestre vuote.
Altri grattacieli, giganti che sembrano danzare con le nuvole, svettano
alti alla mia sinistra. Sembrano anche pennelli nelle mani di un
abile artista che dipinge e colora fiabe; scrive racconti, ricama
ghirigori di immagini.
Sono, questi enormi edifici, testimoni degli uomini che li hanno
costruiti.
Se chiudo gli occhi, mi sembra di sentire le voci degli operai che
li hanno costruiti, giorno dopo giorno, come enormi mattoncini di
'Lego' messi uno sull'altro.
Ricordo che avevo scritto anche una poesia dedicata al lavoro di
questi operai pensando a mio nonno Sebastiano che '' faceva l'operaio
dei grattacieli' in America'' .
Così almeno sento raccontare da mio padre.
Un giorno, ricordo, lessi, di nascosto, una lettera che il nonno
aveva scritto al mio papà quando aveva la mia stessa età.
Com'era triste quella letterina, mi veniva da piangere. Sembrava
la lettera di un addio. Di un uomo che si sta congedando dal mondo.
Oggi, solo l'oceano sembra allegro con i suoi gabbiani, le sue navi,
i suoi rimorchiatori dai nomi mitici con...mia sorella mi chiama
perchè si è appena svegliata e vuole giocare con me.
Faccio finta di non sentirla. Voglio ancora per un attimo gustare
questi meravigliosi momenti in questa città enorme. Una città
da sognare. Una città, con tutte queste guglie, da sembrare
un castello incantato.
Ecco, dicevo, sono qui davanti alla finestra quando la voce eccitata
di mio padre mi grida qualcosa, mi dice di allontanarmi dalla finestra,
istintivamente ubbidisco e mi avvio nel mezzo della camera dove
mia sorella, seduta su un divano stava disegnando. Mia madre corre
verso mio padre per capire. Parlano tra loro. Vedo mia madre mettersi
la mano in bocca come di paura, rabbia, disperazione. Poi piange
mentre mio padre la stringe forte a sè. Anche lui ha le lacrime.
Non avevo mai visto piangere mio padre. Sento che qualcosa di grave
è successo...
Un'attentato, crudele nella sua follia, aveva colpito le Torri Gemelle
che alte svettavano, pieni di vita, di umanità, di sogni,
di speranze, di progetti, di futuro e di certezze, da qualche parte
di New York.
Oggi New York è più triste. E' stata colpita l'Umanità
dalla sua stessa Inumanità.
In questo preciso momento so che mille preghiere si stanno levando
in cielo per coloro che non sapevano ma sono stati, loro malgrado,
vittime innocenti della follia umana.
Una follia che non guarda nessuno.
Oggi, anche l'oceano è più triste, e forse lo sarà
per sempre.
Ogni giorno che passa
Una voce manca al mio appello
E di una strada affolata di gente
Non sono rimaste che briciole di uomini
Fine
Dichiaro che il racconto è frutto della mia fantasia.
Gianni Sutera - 02/09/2003
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