La mia prima a NYC
Ci sono state le paure prima della vigilia: un raffreddore due settimane prima, un leggero fastidio alla gola che minacciava di diventare più serio che mia ha accompagnato sino a pochi minuti prima della partenza, il mal di schiena che a fasi alterne mi ha tormentato da fine agosto. Per farla breve, più si avvicinava la data più cresceva l’ansia che per una ragione qualsiasi il giorno fatidico ci fosse qualcosa che mi impedisse di godere il frutto di tante ore e chilometri di corsa e preparazione. Sveglia alle 4.45 dopo un sonno non continuo. Colazione abbondante, vestizione, raccolta della sacca trasparente e poi fuori per essere all’appuntamento con il bus alle 5.55. Farsi un giro per le varie aree di raccolta, prima la mia blu poi la verde e poi la arancio, fare la fila per un “ottimo” caffè americano da zuccherare in abbondanza, andare in bagno, cambiarsi e preparare la sacca da consegnare, andare nuovamente a fare pipì, sedersi in un angolo e cercare chiudendo gli occhi di riposare e di risparmiare energie, guardare l’abbondante e varia umanità che ti circonda, tornare per la terza volta in bagno. 6 minuti a chilometro in maratona valgono 4 ore e 15’ per terminarla. Identifico le lepri per il mio tempo e mi ci metto nelle vicinanze. Mancano pochi minuti alle 10.10 ed il fiume di gente inizia a muoversi. Tengo sempre d’occhio i miei palloncini di riferimento. Inizio a correre. Ho con me una macchina fotografica usa e getta. Mi fermo pochi secondi per fare delle fotografie. Sotto i miei piedi il ponte di Verrazzano flette sensibilmente sollecitato dalle migliaia di persone che corrono. La salita e la successiva discesa del ponte è finalmente una liberazione per le gambe e per la testa. Il fiume di gente è veramente notevole, ognuno ha poco spazio per correre, superare è quasi impossibile. Seguo il flusso ed il mio passo si adatta ad esso. In lontananza vedo dei palloncini, non so se sono i miei pacer, ma lo spero. Finisce il ponte ed inizio il delirio. Le persone affollano fitte i marciapiedi ai lati, urlano, applaudono, incitano, leggono il tuo e gli altri nomi sulle magliette e ti chiamano, la musica dei gruppi ti arriva da lontano, la raggiungi e la lasci quasi a malincuore, hai la tentazione di fermarti o almeno rallentare per poterla ascoltare ancora. Mi rendo conto che non ho molte possibilità per aumentare di molto il mio ritmo, mi sembra di andare intorno ai 9’45” per miglio, la velocità di riferimento, per cui sto ancora tranquillo cercando di sfruttare gli spazi che mi si offrono davanti. Piccoli e leggeri scatti per avanzare e superare si infrangono sulle tante spalle di chi mi precedono. Bastano poche miglia per rendermi conto che per aumentare la velocità dovrei fare continui e repentini cambi di velocità con infiniti scarti di lato cercando di fruttare ogni possibile spazio che mi si presentasse. Decido che il gioco non vale la candela. Per le prime miglia contino a ripetermi “questa non è una maratona, è un circo”, stordito dai colori e dal calore del pubblico. Intorno al 9 miglio aggancio i palloncini e scopro che sono le lepri delle 4h30’. Da qui in poi è un gioco ad elastico che alternerà me con i pacer a stare davanti. Le miglia scorrono e la fatica sente poco, vuoi per il ritmo facile, vuoi perché mentre le gambe vanno la mente e distratta da quello che succede per strada e fuori dalla strada. Leggi quello che c’è scritto sulle magliette degli altri, leggi i cartelli che servono ad incitare quel corridore o quell’altro, ascolti la musica dei gruppi ufficiali e non. C’è chi suono, ma c’è anche chi scende per strada con un robusto radione, si mette all’angolo della strada e manda musica a palla. Arriva la mezza e le gambe vanno bene. Vedo davanti a me il Queensboro. Penso “C***o quanto è alto”. Dopo una serie di svolte a destra ed a sinistra inizia la prima rampa, un leggero tratto in piano e poi la seconda che ti porta dentro la pancia del ponte. Per un tratto si corre al buoi, cercando di non andare addosso a chi ti precede, poi i fianchi si aprono per offrirti la visione dell’Houdson e di Manhattan. Finalmente la First Avenue e più spazio. L’occhio cerca all’orizzonte il Bronx e cerca di misurare la distanza. La mente cerca già di proiettarsi su quando si arriverà sulla Quinta. Il cronometro al polso mi dice che i pacer delle 4h15’ me li devo dimenticare, il ritardo ormai è incolmabile, continua invece il tira e molla con quelli delle 4h30’ che approfittando degli spazi più laschi aumentano anche loro di un poco il passo. Si entra nel Bronx. Pensavo di trovare meno gente, forse un’accoglienza più fredda, invece sono smentito molto piacevolmente. Spesso le chitarre vengono sostituite da percussioni su tamburi più o meno ortodossi, ma il calore e sempre tanto. Finalmente la Quinta Avenue. Supero, supero sempre, supero chi va al passo e chi trascina stancamente le gambe in una corsa che sembra molto sofferta. Molti visi sono veramente segnati. Supero e mi sento forte. Central Park, finalmente Central Park, grazie a Dio Central Park. Quattro ore sulle gambe sono tante, materialmente tante, noiosamente tante se non ci fosse tutta quella gente a strepitare. Mi sento chiamare, è mia moglie Alessandra con Giampietro. Gli sorrido ed alzo le braccia al cielo. Non chiedetemi cosa avevano scritto sul cartello che esponevano, non me lo ricordo, probabilmente non l’ho proprio letto, probabilmente non ero tanto in grado di concentrarmi su di esso. Loro mi diranno che stavo molto meglio di tanti altri, che quasi non sembravo in prossimità dell’arrivo. Inizia il 25° miglio e la stanchezza presenta il suo conto. A posteriori credo che sia la testa che ormai sul finale abbia detto basta. Usciti da Central Park, lungo tutta la 59th street, la voglia di fermarsi era tanta. Quello che mi trattiene è l’orgoglio di non venire superato come io facevo con gli ormai tanti camminatori. Mi rendo comunque conto che sono in grado ancora di cambiare il passo per superare chi mi precede. Nuovamente dentro Central Park. Appare il cartello dei 400 metri, dai Paolino ci sei quasi. Dei 300 metri, si vede la linea di arrivo. Dei 200 metri, la testa è strana, il brutto momento è passato è riesco ad accelerare il salita. Dei 100 metri, davanti a me vedo un ragazzo che porta a braccia tese la bandiera con i quattro mori. Cerco lo scatto per quanto mi è possibile per avere la foto dell’arrivo con la bandiera nell’inquadratura. Arrivo e finalmente mi fermo. Il cronometro segna 4:37:xx. I secondi non li ricordo. Il ragazzo con la bandiera ha il nome sulla maglietta, lo chiamo, gli chiedo di dov’è. “Cagliari”, “Anch’io”. Ci stringiamo la mano. Mi dice che ha portato la bandiera per tutta la maratona aspettando il momento del traguardo per sfoderarla. Medaglia, subito al collo, lenzuolo dorato, adesivo per bloccarlo. Nel lento percorso verso Columbus Circle, luogo di ritrovo, mi tornano in mente le sensazioni della giornata iniziata alla 4.45. Un bacio a mia moglie, le meritate feste e complimenti degli amici sono il preludio del ritorno in appartamento e di una meritata doccia. Il real time è 4h28’28”. Soddisfazione per aver concluso la prima maratona in un buon tempo per le mie aspettative. Nei mesi passato a chi mi chiedeva quale sarebbe stato il mio tempo rispondevo che sarei stato contento di arrivare entro le 4h30 ma che mi sarei sentito soddisfatto comunque arrivando sotto le 5. Comunque una bellissima esperienza indipendentemente dal risultato.
inserito da Paolo
il 11/10/06 alle 23:45
Sono tornato ormai da 4 giorni da New York ed è passata quasi una settimana dalla maratona. E’ giunto il momento per fissare i pensieri e cercare di tradurre in parole scritte le sensazioni della mia esperienza.
Sul bus c’è Luca Speciani che armato di pastelli riesce a convincere tutti tranne rare eccezioni a pitturarsi il tricolore sul viso spezzando così quella poca o tanta tensione che si leggeva su più facce.
Ho visto l’alba su New York dal pullman e percorrendo il ponte di Verrazzano ho cercato di capire come sarebbe stato aspettare 3 ore prima di farlo nel verso contrario.
Questo è il breve compendio di poco meno di tre ore in attesa del momento di fare stretching e riscaldamento.
Lo sparo: finalmente il via. Un bimotore ad elica, spacciato come una rappresentanza dell’aeronautica militare americana fa un passaggio a volo radente, chissà perché io mi aspettavo la pattuglia acrobatica. I palloncini sono più distanti ma sempre a portata.
Esco dalla corrente principale per togliermi i calzoni della tuta usa e getta e la felpa che lego in vita, non si sa mai, potrei fermarmi ed averne bisogno. I palloncini delle 4.15 non si vedono più.
Come un lungo e pigro serpente ci avviciniamo alla line di partenza. La supero dopo poco meno di 10 minuti dopo lo sparo.
Siamo circondati da una decina di elicotteri più o meno vicini al ponte.
Inizio a superare i molti che iniziano ad andare al passo.
Le gambe incominciano a sentire la fatica, sto superando il chilometraggio massimo fatto in allenamento, sto superando le tre ore di corsa.
E’ qui che lascio definitivamente alle mie spalle quelli delle 4h30’. Ho ancora nelle gambe la forza di scartare, scattare, infilarmi negli spazi che mi si offrono. Questo mi mette fiducia per il finale.
Mi rendo conto che da diversi chilometri non sto alzando più gli occhi ma corro fissando il culo di chi mi sta davanti, lo supero e fisso il culo successivo, e poi quello successivo, ed ancora quello dopo, andando avanti così all’infinito. Ho provato ad alzare la testa ma son durato poco, sto meglio se limito il mio orizzonte. Solo il giorno dopo, tornando a Central Park mi rendo conto dell’entità delle salite e delle discese.
Non sto crollando, ma ora sono veramente stanco.
Inizia il momento più difficile. Le gambe incominciano a fare veramente male. In alcuni momenti barcollo. Si cammina a piccolissimi passi. Il sudore inizia prima a freddarsi poi a gelarsi. Si avanza molto lentamente. La felpa legata in vita ora diventa utile, ma non basta.
Mi sembra sia una eternità il tempo che mi occorre per lasciare il chip, recuperare la borsa e cambiarmi. Lo faccio a fianco ad un altro ragazzo italiano che come me trema come una foglia e batte i denti.
Finalmente qualcosa di asciutto e caldo addosso.
Ci vorrà ancora tanto per uscire dalla bolgia. Uno dei vantaggi di chi corre più veloce credo sia di evitare l’ingorgo all’arrivo, quella che io ho preso in pieno.
Però nella mente lavora il tarlo che dice che il non poter mai fare il proprio passo a causa della quantità delle persone non mia abbia permesso di accorciare il tempo di almeno 10 minuti. Forse se all’inizio mi fossi messo al seguito delle lepri delle 4h o delle 3h45’, il successivo scalare mi avrebbe permesso di stare con quelle delle 4h15’.
Onestà vuole anche che debba ammettere che gli ultimi chilometri in una gara dove il pubblico e il contesto non hanno la rilevanza che hanno a New York sarebbero stati molto più difficili.
INDIETRO Novembre 06, 2006
Anche questo e' fatto.
Tra qualche giorno una cronaca piu' particolareggiata.
inserito da Paolo
il 11/06/06 alle 18:52
Taglio il traguardo di Central Park che il cronometro scandisce 4:37.
Il Real Time (il tempo realmente trascoso dalla linea di start alla linea di arrivo rilevata dal chip che ognuno di noi aveva sulla scarpetta) letto ora dal sito nycmarathon.org dice 4:28:28.
Grande!!! Sotto le 4:30!!!
INDIETRO Novembre 03, 2006
Si parte
Tra due giorni si correrà la New York City Marathon ed io correrò la mia prima maratona. A presto. Appena posso vi farò sapere come è andata.
inserito da Paolo
il 11/03/06 alle 05:53
Finalmente ci siamo. Tra qualche ora un aereo mi porterà a New York per la maratona.
Siamo finalmente giunti alla fase finale di questa avventura che ha avuto inizio a febbraio.
INDIETRO Ottobre 28, 2006
Bad sensations
Ho interrotto un momento di grazia che durava da quasi due anni. Due anni senza un mal di gola, senza un raffreddore, senza tosse. Insomma, fine di un periodo eccezionale. Sono rimasto combattuto se almeno il mercoledì uscire a correre con l’intento di dare una botta al raffreddore. Ha prevalso la cautela. In effetti oggi, venerdi, va meglio e domani mattina conto di fare la mia solita uscita al Poetto. A lavoro a chi mi chiedeva se non ero preoccupato di stare male a ridosso della maratona, ho risposto che se doveva succedere era senz’altro meglio questa settimana che la prossima. Forza e coraggio, ormai manca veramente poco all’esordio. Ultima settimana di un’attesa che dura da febbraio, quando ho preso la decisione di iscrivermi alla New York City Marathon.
inserito da Paolo
il 10/28/06 alle 21:26
A fare da contro altare alla scorsa settimana segnata dalle "Good sensations" c’è questa appena terminata che proprio positiva non può essere considerata.
Un leggero mal di gola di martedì mattina si è trasformato nell’arco della giornata in un raffreddore alluvionale, nel senso che dal pomeriggio alla sera quando sono andato a letto ho fatto fuori non meno di 4 pacchetti di fazzoletti. Non so se avete presente l’effetto Niagara concentrato nelle due narici…