| Gli italiani di New York |
| di Mila Ravaldi | 07 Ago 2012 - 11:03 |

L'autore è da 11 anni corrispondente USA de La Stampa e, in stile giornalistico, traccia veloci ma intensi ritratti di diversi personaggi dai natali italiani, attraverso i quali il lettore riesce a farsi un'idea piuttosto esauriente di come i nostri connazionali abbiano preso con successo posto nel tessuto sociale americano, divenendo famosi in diversa misura, ma tutti ugualmente stimati e rispettati.
Maurizio Molinari con il suo libro "Gli italiani di New York" racconta le storie degli incontri svolti in giro per la grande metropoli con i vari protagonisti nelle loro case piuttosto che nei loro ristoranti o uffici. Così anche il lettore viene portato a spasso, accompagnato per mano attraverso tutti i luoghi della “italoamericanità” newyorkese, toccando Mulberry Street e guardando con gli occhi dei vecchi immigrati la prima Little Italy rigorosamente suddivisa per strade che riprendevano le regioni di origine (Sicilia, Campania, Puglia e Calabria); fino alle rive del New Jersey, passando per Brooklyn, Staten Island (rinominata Staten Italy negli anni '90) e Queens, chiacchierando di e con Cuomo, Giuliani, Di Modica (è suo il toro di Wall Street), Lady Gaga e tanti altri, parlando delle origini della grande immigrazione di fine 1800 con l'iniziale ghettizzazione degli italiani, fino all'odierna affermazione sociale.
Secondo gli intervistati, gli italiani a New York non esistono più come gruppo differenziato ed isolato, ma si sono totalmente integrati. Tale integrazione viene però vissuta in modo diverso dalle diverse generazioni: coloro che arrivarono prima della seconda guerra mondiale sono ormai totalmente newyorkesi, mentre quelli che giunsero dopo temono di perdere ciò che resta della loro italianità. Ecco il perché del fiorire di svariati corsi universitari per la conservazione della lingua italiana, che spesso pochi conoscono perché i vecchi parlavano esclusivamente i loro dialetti.
Si parla di argomenti scomodi, in questo libro, di pregiudizi e stereotipi, di illegalità. Più volte viene affrontato il caso dei "Guidos" dispregiativo riservato agli italoamericani, che ha come etimologia la parola “cugino” ovvero come usavano chiamarsi tra di loro gli operai di Brooklyn negli anni '80 (per distinguersi dal “fratello” usato dagli afroamericani) che oggi spopolano grazie a serie televisive come “Jersey Shores” raffiguranti gli italiani come dei cafoni tutti muscoli e seni rifatti.
Più volte viene affrontato anche il caso dei clandestini, i così detti “Off the boat” (fuori bordo), coloro i quali hanno fatto scadere i tre mesi di visto turistico e vivono da anni senza documenti, senza poter guidare l’auto, senza assicurazione medica, senza possibilità di tornare in Patria, pena il bando dagli Stati Uniti.
Cosa lega tra loro tutti questi personaggi? La comune convinzione che New York sia estremamente esigente, spingendoti a dare tutto te stesso, ma che ti sappia ripagare pienamente delle fatiche. Per chi, come me, da sempre cerca i nomi italiani nello scorrere dei titoli di coda dei film made in USA, questo è un libro irrinunciabile!
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Titolo: "Gli italiani di New York" ed: Laterza |
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