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OGGI PARLIAMO DI... Una giornata da musicista a New York
Dopo circa 15 minuti sto prendendo il tapis roulan che mi porta giù al metrò, il Path, che arriva dal Jersey fino alla 34ma strada. Io scendo alla 14ma strada, attraverso la ultra trafficata Sixth Avenue e vado a prendere la V arancio, direzione Brooklyn, che mi porta fino a Houston Street all’ incrocio con la Second Avenue. Mi incammino verso nord, sono in piena Lower East Side, imbocco la Avenue A e arrivo fino all’incrocio con la Sesta Strada, dove c’ è il Sidewalk Cafè. Entro e vengo colpito dalla soffusa penombra del locale. Non mi abituerò mai alla manìa americana di avere i locali, i pub e i bar sempre con luci tenui, anche quando fuori c’ è un sole della madonna. “I’ m the musician of seven thirty” dico alla cameriera al bancone. Lei mi guarda, guarda la agendina, mi sorride e dice: “Daniel?”. Yes, sono io. Mi preparo di fianco al palco aspettando che la ragazza prima di me finisca di suonare, è brava, con la sua chitarra acustica suona del country carico di passione e di sentimento, riscuote grandi applausi tra il pubblico presente, educatamente e tranquillamente seduto ai tavolini. Con un cenno della mano saluto Lach, il direttore artistico del locale che è in consolle, che mi saluta di rimando. E’ il mio momento. Imbraccio la chitarra elettrrica, sistemo le mie basi mini-disc sul tavolino, provo il microfono, e sono pronto, Lach e il fonico dalla consolle mi danno il pollice alto, si parte. “Hi guys, I’ m Daniel, I’ m italian” dico al microfono per presentarmi. Dai tavolini applausi e accentati americani “ciao”, “buongiorno”, “buonasera” mi rispondono. Incomincio acustico, chitarra e voce, “Turn The Page” di Bob Seger, “Nothing Else Matters” dei Metallica, “The River” di Bruce Springsteen, “Clandestino” e “Bongo Bong” di Manu Chao. Ricevo sonori applausi, la tensione iniziale si è stemperata. Continuo con le basi, “Wonderwall” degli Oasis, “Save a Prayer” dei Duran Duran, “Light My Fire” dei Doors e altri classici, per finire con “Stairway To Heaven” dei Led Zeppelin la mia ora di musica, uscendo tra i sinceri applausi degli avventori del Sidewalk Cafè. Dopo lo show rimango un po’ lì, bevo una coca e ascolto il musicista che si esibisce dopo di me, Phil dal Connecticut. Dopo aver incassato la mia parte, saluto Lach e il Sidewalk Cafè, esco e mi incammino per Avenue A verso Houston Street. Una volta lì mi allungo da Bereket, all’ angolo tra Houston Street e Forsyth Street, take away turco eccezionale, dove divoro un falafel di primissima categoria. Sono ormai già le 21.45, ed è ora di avvicinarmi al Luna Lounge, a tre isolati da Forsyth Street, in Ludlow Street, dove l’ ambiente è molto più gioviale e casinista di Avenue A. Al Luna Lounge, al contrario del Sidewalk Cafè, l’ ambiente è scatenato, quando arrivo sta suonando un indiavolato ed originale duo, lui con chitarra Gretch alla Brian Setzer e lei alla scarna batteria, che si esibiscono in un trascinante psycho-billy che fa ballare tutti i presenti. Mi metto nel backstage ad aspettare, dopo circa una mezz’ oretta è il mio turno. L’ alto tasso alcolico dei ragazzi sotto il palco e i rumori di bottiglie infrante mi intimidisce un po’, ma poi la mia determinazione e il mio coraggio mi fa vincere tutto. Mi squadrano strano, da là sotto, non riescono bene a inquadrare chi è sul palco in quel momento, guardano soprattutto i piercing nel naso e i tatuaggi sulle braccia, nei polpacci e sulla testa. “Hi, I’ m Daniel, I’ m italian, but remember: I’m not the typical italian”. Senza dargli il tempo di pensare a quello che avevo detto attacco “Freestyler”, rap indiavolato di Bomfunk Mc, european sound allo stato brado che immediatamente cattura la audience. La adrenalina scorre a fiumi, la gente balla e poga. Propongo un’ ora di crossover-rock senza compromessi, Rage Against The Machine, Clash, Limp Bizkit, Eminem, Nickelback, Metallica, la gente è fradicia di sudore. Saluto tutti anch’ io in un bagno di sudore, l’ aria condizionata nel backstage per poco non mi provoca una congestione. Felice e con una maglietta asciutta me ne vado tra i complimenti della gente, che mi chiede quand’ è che sarò ancora lì. Da Ludlow Street me ne ritorno al Jersey stanco e distrutto, ma consapevole e orgoglioso di aver fornito la prova che anche gli italiani sanno fare musica, anche nella Grande Mela. Daniele Vecchi |
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