Ero nato da pochi giorni quando Abebe Bikila conquisto’ a piedi nudi la maratona olimpica di Roma e forse non e’ una coincidenza che la maratona abbia sempre colpito la mia fantasia, sin da bambino, quando leggevo la storia del mitico Dorando Pietri. Ma da quando vivo a New York mi sono ammalato di "maratonite" acuta. O meglio cronica, visto che quest’anno ho timbrato il mio decimo cartellino: dieci maratone in dieci anni, comincio a sentirmi un veterano.
Quest’anno pero’ era una maratona diversa. Ci siamo svegliati tutti molto presto, salutati da una giornata incantevole, con un sole mite, senza umidita’ e una brezzolina rinfrescante dietro ogni angolo.
Alla partenza si respirava un’atmosfera particolare, impalpabile, la consapevolezza di essere parte di qualcosa di piu’ importante della solita maratona. Dopo l’undici di settembre ben poche cose sono di routine a New York. Persino una bella giornata di sole finisce per ricordarti il cielo senza una nuvola di quello sciagurato mattino di fine estate. Ma ieri per la prima volta dall’attacco al World Trade Center, la citta’ si riuniva intorno ad una delle sue creature piu’ simboliche, il serpentone multicolore che incarna la natura internazionale della Grande Mela e la consacra ogni anno capitale del mondo podistico. Confesso che le note di “God Bless America” mi hanno fatto venire la pelle d’oca sulla linea di partenza.
Ma il colpo di cannone della partenza ha fatto svanire ogni incertezza. E dopo il lungo ponte di Verrazzano, sul quale non puoi fare a meno di notare la silhouette mutilata di Manhattan sulla sinistra, ci siamo tutti immersi nel bagno di folla di Brooklyn. Sara’ stata la bella giornata o i pantaloncini a stelle e striscie che mia figlia mi aveva regalato una settimana fa, ma la gente era piu’ calorosa quest’anno, piu’ rumorosa, piu’ vicina alla corsa. Le bande musicali che costellano il percorso avevano piu’ ritmo, i colori erano piu’ vivaci. Era come se gli spettatori avessero bisogno di tuffarsi in questo rito gioioso per scrollarsi la paura di dosso, almeno per qualche ora e forse, chissa’, per i mesi a venire.
Intanto le miglia si succedevano festose. Ecco la Brooklyn Academy of Music che segna l’ottavo miglio, la sequenza multietnica di Bedford Avenue, il fascino post-modern dei magazzini industriali nel Queens subito dopo la meta’ maratona, il silenzio del ponte di Queensboro che precede il boato della First Avenue. Sara’ perche’ abito su First Avenue, ma i cinque chilometri dalla 59ma strada al Bronx sono la parte piu’ bella e incredibile della maratona di NY. Nonostante la stanchezza cominci ad affiorare insidiosa, migliaia e migliaia di voci urlanti ti fanno letteralmente volare. Ti senti quasi ubriaco, forse sono gli zuccheri che non arrivano piu’ al cervello, ma gli esperti la chiamano “First Avenue High”. E forse hai bisogno di ubriacarti un po’ prima di affrontare il “muro” del 20mo miglio nel Bronx.
Gli spettatori diventano meno numerosi, l’incitamento piu’ sparso e tutto d’un tratto ti rendi conto in che pasticcio ti sei andato a cacciare. Le gambe si fanno pesanti, i piedi cominciano a dolorare e facendo qualche calcolo ti accorgi che mancano ancora dieci chilometri! La corsa si snoda per qualche chilometro attraverso Harlem, ma pochi hanno voglia di ammirare il paesaggio a quel punto. Il sole si riflette sull’asfalto disegnando una linea d’argento che - punteggiata di corridori - tira dritta fino a Central Park, la terra promessa … ed il Parco ti aspetta nella sua bellezza impareggiabile, quel verde brillante e riposante allo stesso tempo e di nuovo il frastuono assordante del pubblico che ti prende per mano per le ultime sospirate miglia. Vestendo la maglia arancione del mitico Central Park Track Club mi godo qualche incoraggiamneto extra, ma c’e’ ne e’ per tutti e per ore di seguito. Piano piano comincio a crederci, anche quest’anno arrivo in fondo ...
Mancano due chilometri, un chilometro, ecco Central Park South, la statua di Cristoforo Colombo sullo sfondo, la curva trionfante che ti riporta nel Parco per gli ultimi cinquecento metri. Ancora una salitina e puoi vedere l’orologio sulla linea d’arrivo. Non importa se ci metti due ore o cinque, a quel punto ti senti vincitore. E la gente ti tratta come tale, con un entusiasmo incredibile e inesauribile, fino all’ultimo metro. Getti le braccia al cielo per la foto sotto al traguardo ed il sorriso sostituisce la smorfia della fatica sul viso. “Ce l’ho fatta!” Quest’anno in particolare abbiamo vinto tutti e New York ha trionfato con noi.
Michele Tagliati