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OGGI PARLIAMO DI... Come dentro a un film...
In questi anni di corsa ho sempre sentito parlare di questa maratona come di un'esperienza incredibile e ora non posso fare a meno di condividerne totalmente il giudizio, quello che non riesco a fare è trovare le parole per descriverla, come si fa a descrivere un sogno? Come si fa a descrivere un'emozione unica? Solo ora capisco il senso delle frasi scritte dai molti che in questi anni vi hanno partecipato, capisco cosa vuol dire arrivare al Verrazzano Bridge la mattina presto insieme a migliaia di altre persone provenienti da tutto il mondo, e vederlo comparire piano piano in mezzo alla nebbia con le sue campate azzurrognole. E' la porta d'entrata a quello che sarà il tuo inferno e il tuo paradiso per le prossime ore, è l'inizio del viaggio. Mi sento improvvisamente solo nonostante migliaia di persone affollino il prato, i pensieri sfrecciano così veloci nella mente da non darmi il tempo di ricordarli, solo alcune immagini restano ma senza contorni ben definiti, solo emozioni. Arriva l'ora della partenza, ci portano sulla rampa del ponte, l'inno mi commuove, Dio come sanno fare bene queste cose gli americani, il colpo di cannone e alle 10.10 si parte. Stranamente fa caldo, molto più caldo dei giorni precedenti, inizio la mia avventura con calma voglio assaporarne ogni momento ma già la partenza mi da un'idea di ciò che mi aspetta, il ponte sale e non ho neanche il tempo di riscaldarmi che già sono in affanno, a noi verdi ci fanno correre nella parte inferiore, e subito dopo il nostro percorso fa un pezzo di tangenziale che certo non è il massimo, ma finalmente tra il terzo e il quarto miglio ci ricongiungiamo con il resto dei partecipanti e inizia il delirio. Siamo a Brooklyn sulla Fourth Avenue, una strada larga circa quindici metri e lunga un'infinità di chilometri, finalmente il gruppo è unito e si corre tra due ali di folla festanti e urlanti, i bambini ti chiedono il cinque e in cambio ti danno i fazzoletti tipo Scottex per asciugarti il sudore, grande idea da importare assolutamente, e in mezzo a tutto questo il percorso comincia a lavorarti ai fianchi, le miglia passano lente su e giù su e giù, il paesaggio e quello tipico dei telefilm anni settanta e ad ogni angolo di strada ti aspetti un Serpico o un inseguimento di Starsky ed Hutch, su e giù su e giù e finalmente si arriva a Lafayette Avenue, il pezzo più bello e duro che questa parte del percorso presenta, una salita di un miglio circa su una strada stretta e con ai lati tantissima gente urlante. E' pura emozione quella che provo, e a stento trattengo le lacrime, mi metto a fare un po' lo scemo col pubblico che subito risponde, mi rendo conto di averlo fatto un po' troppo, sto ansimando, la salita è dura ma non posso farne a meno il cuore me lo impedisce, è troppo bello. Arrivo cosi al tredicesimo miglio, con questo misto di fatica e gioia, Brooklyn sta per finire e già intravedo la sagoma del Pulasky Bridge, ma soprattutto vedo la rampa che dovrò percorrere, col pensiero saluto e ringrazio la gente di questo quartiere e, superato il ponte, sono nel Queens. Ora ho in testa solo una cosa: il Queensboro. Quante volte ne ho sentito parlare, quante volte ho visto in televisione i migliori Le lepri delle 3h45 mi raggiungono un miglio prima ed è la mia fortuna, la stanchezza inizia a farsi sentire ma voglio affrontare il ponte con grinta e mi attacco a loro. Inizio a vederlo in lontananza, il percorso sembra girare da un'altra parte, non capisco è come se te lo facesse sospirare e poi eccolo lì davanti a te, inizio a salire e immagino quale emozione possa essere affrontarlo in testa alla gara, essere il primo ad uscire da quella curva da cui odo provenire un lontano brusio, brusio che si trasforma in ruggito man mano che scendo verso Manhattan. Ed eccola finalmente La Curva con la maiuscola, un tifo da stadio mi stordisce un'attimo e poi subito a fotografare con gli occhi ogni immagine di quel momento, ho la pelle d'oca ma dura poco la strada gira ancora e ci porta, passando sotto il ponte, sulla First Avenue. Ho un momento di gran paura, paura di non farcela ad arrivare in fondo, la First è tutta una salita leggera ma continua di quattro miglia, paura che il sogno finisca prima, che suoni la sveglia e mi lasci lì come un cretino. Non potrò mai dimenticare questa strada che è stata il mio purgatorio podistico dove, se sono riuscito ad andare avanti, è stato solo per merito del pubblico, un pubblico che non ti molla mai, t'incita e sostiene sempre, che ti sgrida se vacilli, un pubblico che proprio non puoi deludere. Fa caldo, il sole picchia nonostante sia novembre e la strada sembra infinita, le lepri con cui ho passato il ponte mi lasciano indietro, sono lì solo con la mia stanchezza ma non mollo e passo dopo passo arrivo in cima a quella strada interminabile che porta nel Bronx. Un altro ponte, l'ennesima rampa da affrontare ma ormai mancano solo, si fa per dire, cinque miglia entro finalmente nella Fifth Avenue quella che mi porterà in Central Park ma ancora c'è da soffrire perché anche questa è in salita, quello che non immaginavo era che il bello doveva ancora venire. Un passo dopo l'altro proseguo verso il traguardo. Dopo Harlem alla mia destra comincia il Parco, ancora la strada è lunga ma il pubblico non ti molla mai: "DON'T GIVE UP!!" recita un cartello e certo non rinuncerò io. Al ventiquattresimo miglio si entra nel primo tratto di Central Park, migliaia di persone impazzite urlano e tifano, gridano il mio nome letto sulla canotta ed ogni volta un sorriso mi si apre in volto, ogni volta una spinta enorme al mio cuore. Non trovo le parole per descrivere l'ultimo tratto di questa corsa nel mito, il cuore impazzisce e negli occhi avanza un fiume di lacrime che si ingrossa ad ogni passo, un fiume di lacrime che avanza e travolge gli argini della maschile indifferenza fino a trasformarsi in pianto sotto l'arco dell'arrivo. E' finita. "Tutte le cose belle finiscono ma ti regalano una grande forza" Già, ma questa non avrei voluto che finisse, nonostante la fatica e la stanchezza avrei voluto continuare a correre, continuare a correre. Come dentro a un film. Davide Gasparinetti |
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