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New York nel cuore
Articolo di Daniele Vecchi del 3/02/2004 delle ore 18:15

Ho giocato spesso a basket nei playground di Battery Park, nel cuore di Lower Manhattan, tra bande di cinesi malvestiti emuli di Yao Ming (cinesone di 2 metri e trenta approdato nella Nba lo scorso anno), colletti bianche appena usciti da Wall Street che come spogliatoio usavano le panchine dell’immenso parco, e gangs di neri dal palleggio ubriacante e dalle magliette cinque taglie più grandi di loro. Esattamente a lato dei campetti si erge la figura gigantesca e imponente del World Financial Center, una bazzecola però in confronto a quella struttura che si erigeva di fronte, dall’altra parte di West Street, e che sembrava "vegliare" sul World Financial Center, ovvero il World Trade Center.

Oggi le Torri Gemelle non ci sono più, al loro posto c’è un gigantesco e surreale trapezio di vuoto profondo una decina di metri, un deserto nel cuore della metropoli, all’interno del quale la confusione delle trafficatissime West Street e Trinity Place che ne delimitano la base maggiore e minore si zittisce, catapultando chi ci si trova in un assordante silenzio composto da migliaia di lontanissime voci urlanti. L’attentato terroristico dell’11 settembre 2001 ha nuociuto e nuoce ai newyorkesi ancora oggi oltremisura, in materia di libertà personale e di movimento, in una sorta di “Grande Fratello” orwelliano che in ogni angolo della strada, dei bus e del metrò, ti invita a denunciare al primo posto di Polizia una qualsiasi persona ritenuta “sospetta”. Ovunque ci sono piccole polizie private a guardia di parchi, supermercati e complessi edilizi, apparentemente in evidente sovrannumero in confronto alle reali necessità di sicurezza. In tutto ciò c’ è un controsenso di fondo: una Manhattan blindata per assicurare al mondo e ai turisti che nessuno corre pericolo a New York, al prezzo di quartieri come Brownsville a Brooklyn (quartiere che ha dato i natali a Mike Tyson) o Kingsbridge al Bronx ora più che mai terra di nessuno, senza l’ombra di una forza di sicurezza, né privata né ufficiale. Ci tengo a precisare che a New York ho girato a qualsiasi ora del giorno e della notte a Brooklyn, al Bronx e al Queens, per strada e in metropolitana, e non sono mai stato aggredito, derubato o importunato, anzi, sono sempre stato trattato civilmente e cordialmente dai newyorkesi, molto più che in Italia, quindi la mia è solo una analisi oggettiva dello status generale della Grande Mela.
E’ relativamente facile mandare in “tilt” New York, sono bastate 29 ore di black out lo scorso 14 agosto a creare il caos ovunque. Le immagini del Brooklyn Bridge invaso da decine di migliaia di persone che tornavano a casa a piedi in stile “maratoniano” hanno fatto il giro del mondo. In questo caso i newyorkesi hanno per l’ennesima volta una grande forza interiore, forse perché il 90% della popolazione della Big Apple è composta da immigrati, che hanno nel loro DNA una grande forza interiore per essere in grado di superare le più impervie avversità. Con le metropolitane ferme, lungo la Fifth Avenue e tutte le principali arterie di Manhattan giravano macchine di volontari che davano passaggi ai bisognosi, ad ogni incrocio c’erano civili improvvisati vigili che aiutavano la polizia a coordinare l’immensa mole di traffico, gli autobus erano gratuiti per ogni direzione, e dalle case su ogni strada c’erano inquilini che fornivano acqua e vivande ai passanti (la cappa di calore umido era insostenibile!). Tutto ciò comunque non è nulla in confronto all’11 settembre 2001, anche perché in quel caso hanno perso la vita migliaia di civili innocenti, che come i civili uccisi in Afghanistan, in Iraq e in tutto il mondo, sono vittime della follia di poche menti “pensanti”.

Daniele Vecchi




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