Articolo di Angelo Perrino del 24/09/2003 delle ore 18:14
Per la seconda settimana consecutiva i New York Giants sono stati costretti dall’avversario a giocare un tempo supplementare. Contro i Dallas Cowboys, la squadra allenata da Jim Fassell era stata sconfitta dopo aver rimontato 15 punti e dopo aver commesso un incredibile errore con il kicker Matt Bryant che sbagliava un kick-off ad 11 secondi dal temine e dava a Dallas la possibilità di rientrare in partita. In occasione della difficile trasferta di questa settimana contro Washington, invece, Bryant ha fatto in pieno il suo dovere trasformando un field goal di 29 yard che ha fissato il punteggio sul 24 a 21 finale per New York. In caso di sconfitta la franchigia non avrebbe probabilmente compromesso le sue chance di arrivare ai playoff ma avrebbe sicuramente avuto di fronte un cammino in salita, soprattutto per le 2 sconfitte con i rivali divisionali di Dallas e Washington.
La vittoria contro i Redskins è stata costruita nel primo tempo quando, sfruttando i molti errori degli avversari, New York è riuscita a segnare 3 touchdown e ad arrivare all’intervallo con un vantaggio di 18 punti. Nel secondo tempo i Giants non sono riusciti a segnare neanche un punto soprattutto a causa dei problemi fisici del running back Tiki Barber (straordinario nei primi 2 quarti e nell’overtime). Fin dall’inizio della partita i giocatori di Washington hanno dimostrato di aver dimenticato quella che coach Steve Spurrier aveva detto essere la priorità della squadra: prenderne meno penalità possibile. Nel primo possesso un passaggio di 21 yard del quarterback Patrick Ramsey al wide receiver Darnerien McCants era vanificato da una penalità comminata allo stesso McCants per aver scagliato il pallone addosso ad un giocatore avversario una volta uscito dal campo. Questa era solo la prima delle tante penalità fischiate dagli arbitri contro i giocatori di Spurrier: a fine partita saranno ben 17 (record della franchigia) che hanno comportato la perdita di quasi 150 yard. Nel possesso successivo di Washington, gli arbitri annullavano un touchdown al wide receiver Rod Gardner per una trattenuta del tackle Chris Samuels. I Redskins erano quindi costretti a ripetere, senza successo, il down e segnavano poi un field goal che dava loro gli unici 3 punti del primo tempo. L’allenatore a fine partita ha dichiarato che “forse un giorno anche noi saremo in grado di evitare tutte le penalità che in questo periodo stiamo raccogliendo. È solo una questione di disciplina e la colpa è anche di noi allenatori che non stiamo facendo un buon lavoro. In ogni caso prenderemo i provvedimenti necessari. Probabilmente i giocatori verranno multati pesantemente perché non è difficile rispettare le regole ma proprio non ci riusciamo in questo momento”. Mentre l’attacco di Washington si annullava da solo, quello di New York aveva pochi problemi ad arrivare alla end-zone segnando 3 touchdown in 5 possessi. Nei primi 2, segnati da Ike Hilliard e Amani Toomer (ricezione di 54 yard), si metteva in mostra il tight end dei Giants Jeremy Shockey che con una stupenda ricezione con una sola mano e con 47 yard guadagnate con 3 ricezioni riusciva a far dimenticare l’opaca prestazione contro Dallas. A poco più di 3 minuti dall’intervallo anche Spurrier commetteva un errore che permetteva ai Giants di iniziare da un’ottima posizione la loro rincorsa al terzo touchdown della partita. Invece di chiamare un punt, l’allenatore faceva tentare al kicker John Hall un difficile calcio di 53 yard che non andava a segno e consegnava il pallone ai Giants che potevano quindi partire con il possesso dalle loro 43 yard. Nell’ultimo drive del tempo New York aveva qualche problema di troppo nel far avanzare il pallone (fumble e penalità chiamata contro Shockey) ma puntuale come sempre arrivava l’errore di un giocatore avversario che, con un inutile fallo, concedeva loro un’altra chance. In questa occasione il difensore responsabile della penalità è Jeremiah Trotter, non certo una matricola. Il linebacker, giunto al sesto anno nella NFL, veniva sanzionato per gioco violento nei confronti della guardia di New York Rich Seubert e i Giants passavano così da un quarto down sulle loro 44 yard ad un primo e 10 sulle 45 avversarie. “Devo essere più controllato durante l’incontro”, ha detto a fine gara Trotter, “Va bene essere aggressivi ma non bisogna esagerare”. A 20 secondi dalla fine del quarto Hilliard approfittava di un altro errore del cornerback Champ Bailey per ricevere un passaggio di 5 yard del quarterback Kerry Collins e mandare i Giants al riposo in vantaggio per 21 a 3. Nel secondo tempo gli spettatori del FedExField di Washington assistevano ad una partita completamente diversa. Il terzo quarto si apriva con l’ultima fiammata della difesa di New York che, con il cornerback Will Allen, intercettava un passaggio di Ramsey diretto al wide receiver Laveranues Coles, migliore acquisto dei Redskins durante la passata off-season (286 yard guadagnate nelle 2 partite vinte contro Jets e Falcons). Nel possesso successivo di Washington arrivava il primo touchdown per la squadra di casa. I Redskins guadagnavano 89 yard grazie al risveglio di Ramsey (spettacolare il lancio di 27 yard per il wide receiver Patrick Johnson) ed agli errori dei Giants (3 penalità per 23 yard totali). Un passaggio di 4 yard del quarterback per McCants portava il punteggio sul 21 a 10 per New York. Dopo uno scambio di punt e di field goal sbagliati (Bryant ne falliva uno da 37 yard anche a causa di un cattivo snap mentre Hall sbagliava da 49 yard) i Redskins entravano ancora una volta nella end-zone. La squadra di Spurrier iniziava il possesso dalle proprie 19 yard con 4 minuti e 10 alla fine dell’incontro. Ramsey completava solo 4 lanci su 8 ma questi erano sufficienti per arrivare ad una yard dal traguardo. L’ennesima penalità, per fortuna di Washington non grave, li riportava sulle 6 yard avversarie ma Ramsey riusciva a trovare al primo tentativo il passaggio da 6 punti con la ricezione di Gardner a 2 minuti e mezzo dalla fine dell’ultimo quarto. Il quarterback aggiungeva poi altri 2 punti allo score dei Redskins trovando McCants nella end-zone per una facile conversione che portava Washington a soli 3 punti dai Giants. A causa di una penalità (a fine partita saranno 16) i Giants non riuscivano a far avanzare il pallone e mantenevano il possesso per soli 19 secondi. Washington invece controllava bene il tempo usando un solo timeout, arrivava alle 15 yard avversarie e grazie ad un calcio di 33 yard di Hall mandava la partita al supplementare. L’overtime è stato lo specchio della partita perché è iniziato con una penalità e si è concluso con un fallo che avrebbe portato ad un’altra penalità se la partita non si fosse conclusa. Dopo aver vinto il possesso del pallone New York ha commesso fallo nell’azione del ritorno del kick-off ed è stata costretta a partite dalle proprie 6 yard. Fassel ha dato fiducia a Barber che lo ha ripagato con 30 yard guadagnate in 3 corse e portava la franchigia sulle 9 yard avversarie. La giocata fondamentale del drive è stata comunque la ricezione da 27 yard del fullback Jim Finn che ha approfittato del disinteresse della difesa dei Redskins nei suoi confronti. Bryant aveva quindi la possibilità di riscattare l’errore della scorsa settimana con un calcio di 29 yard. “Non vedevo l’ora che arrivasse la domenica per scendere in campo e avere una possibilità per riscattarmi”. Un calcio perfetto al centro dei pali consegnava la vittoria ai Giants che in ogni caso, se Bryant avesse fallito, avrebbero potuto ritentare il calcio per l’ennesimo fallo commesso da Washington. Il successo contro i Redskins permette ai Giants di raggiungere proprio Washington in testa alla classifica divisionale prima di fermarsi per una settimana per poi riprendere con l’impegno casalingo contro i Miami Dolphins. Fassel avrà così il tempo per sistemare i problemi emersi anche ieri nei Giants, soprattutto nella secondaria e nella linea offensiva. Nella gara contro Dallas l’allenatore dei Cowboys aveva evidenziato tutte le lacune di New York nella secondaria, soprattutto quando Fassel decide di adottare una difesa a zona. Nel secondo tempo, in vantaggio di 18 punti, l’allenatore ha schierato in questo modo i difensori e Washington ne ha subito approfittato. “Continuavamo a ripeterci che avremmo trovato un modo per fermarli”, ha detto il cornerback Will Peterson. A fine gara Allen, protagonista dell’unico intercetto da parte dei Giants della serata, ha dichiarato di essere “felice per la vittoria ma non posso non pensare a quello che è andato storto in difesa”. Nelle prime 3 partite della stagione il reparto di Allen ha concesso 314 yard lanciate a partita (110 in più rispetto alla media della NFL). “In un occasione un nostro giocatore ha difeso a uomo quando lo schema chiamato era a zona ed un giocatore dei Redskins è rimasto completamente solo nella red-zone”, ha dichiarato Fassel, “Dobbiamo assolutamente evitare questi sbagli perché abbiamo visto che se lasciamo un po’ di spazio agli avversari questi ne approfittano quasi sempre”. “Qualche nostro giocatore è in difficoltà ma il problema non è tanto legato alle doti fisiche o tecniche quanto all’esecuzione di quello che viene richiesto”, continua l’allenatore, “Errori di concentrazione possono costare una partita ma sono sicuro che verranno corretti. Possiamo sicuramente giocare meglio di come stiamo facendo. Ho già chiesto al defensive coordinator un piano per migliorare le cose perché in questa partita abbiamo fatto peggio perfino delle gare precedenti”. In attacco Fassel dovrà lavorare parecchio con la linea offensiva che in 3 partite non è mai rimasta la stessa. Durante la partita con Washington qualche volta è parsa in difficoltà ma ha concesso un solo sack e nell’overtime ha giocato molto bene. Con il ritorno del left tackle Luke Petitgout e la presenza del left guard Seubert, il lato sinistro sembra sistemato. Le altre 3 posizioni presentano ancora qualche problema perché i titolari sono 2 rookie ed un centro convertito right tackle. Secondo Petitgout “la nostra partita non è stata poi così male. Kerry ha avuto parecchio tempo a disposizione per leggere le difese ed il gioco di corse ha funzionato abbastanza bene”. Proprio il running back Barber si è confermato come uno dei punti fermi della franchigia ma i suoi problemi all’inizio del terzo quarto hanno ancora una volta fatto vedere che alle sue spalle non c’è molta scelta (Fassel non ha mai usato gli altri 3 back nel roster, Dorsey Levens, Ron Dayne e Delvin Joyce). “Stiamo usando troppo Tiki”, ha detto l’allenatore, “Ha bisogno di un po’ di riposo e potremmo dargliene un po’ in futuro. Non voglio doverne fare a meno a fine stagione”.
Angelo Perrino
Articolo di Edoardo Schettino del 17/09/2003 delle ore 23:16
“Ci fu un tempo in cui Coney Island ispirava nei suoi residenti emozioni forti, in cui famiglie ebree, irlandesi e italiane vivevano a stretto contatto, creando il parco dei divertimenti dedicato ai tre mondi. Coney Island era il posto più accogliente che un immigrato, appena giunto in America, potesse immaginare.” Spiccioli di una storia, intrisa di umanità e di grande basket. Una storia tratta da “The last shot”, scritto da Darcy Frey, dedicato a quattro ragazzi protagonisti nei play ground di quel quartiere. Il più forte o fortunato, il confine è sottile, oggi è uno delle più migliori point guard della Nba, dopo esser stato definito Coney Islad Finest, il migliore a Coney Island.
Stephon Marbury, questo il suo nome, non fece altro che ricalcare la storia di Kenny Anderson. Ai 14 anni, arrivato a Lincon High Hischool, era già considerato destinato alla Nba, esattamente come il suo predecessore, per Arcibishop Molloy, divenne il giocatore più importante dai tempi di Kareem Abdul Jabbar. In comune il ruolo, come detto. Che affonda le sue radici nella città di New York. La point guard, l’origine del gioco offensivo e l’inizio della pressione difensiva. Marbury, Anderson, Mark Jackson, Jamall Tinsley, Rod Strickland e Speedy Claxton. Sei giocatori, sei point guard al momento nella Nba, provenienti da New York. In comune uno stile molto particolare, un marchio di fabbrica del gioco. L’insostenibile leggerezza del “drive to the basket”, la penetrazione verso il canestro. Non importa quale sia l’avversario da affrontare, quando sia alto il pivot di fronte a loro. Gli esperti si dividono e danno due spiegazioni per questa caratteristica. I seguaci della teoria sociologica sostengono che questi giocatori esprimano con la penetrazione la durezza imparata sui campi all’aperto della città più dura del mondo. Dove una partita di basket, al tempo stesso, può tenerti lontano o spingerti nel tunnel del crack. “Nulla e nessuno può impedirmi di andare dentro”. Un grido, una testimonianza di un modo di essere. Per contro, c’è chi sostiene che i giovani play della grande mela imparino a penetrare nelle palestre tipiche della città. Col tetto basso, troppo per imparare a tirare con la giusta parabola. Di certo nascono con il gusto estetico per il bel passaggio. In questo fondamentale del gioco ha fatto scuola Mark Jackson. Ora agli Utah Jazz, ma newyorkese puro sangue. Da Lincoln Loughlin High Scholl. Destinato ad essere il secondo miglior passatore della storia del gioco, davanti ad un certo Magic Johnson. Curioso il suo rapporto con la squadra del suo cuore, i New York Knicks, per cui ha giocato due volte in carriera: disarcionato una prima volta, da coach Pat Riley, per la sua scarsa difesa, Jackson andò agli Indiana Pacers, con cui negli anni ’90 costruì una solida rivalità. Pensare che qualche anno prima per lui, era stato sacrificato Rod Strickland, talentuoso concittadino. Appena uscito dall’univerisità di S. Jones (New York), Jackson legittimò questa scelta, vincendo il premio come miglior giocatore al primo anno. Ebbe una seconda, inaspettata occasione 2 anni fa, ma la squadra uscì al primo turno dei playoffs. La sua parabola incornicia le vicende dei Knicks, in questo decennio, criticati per non essere mai riusciti a firmare un play della città, al posto dei criticatissimi Childs e Ward. Lo stesso Marbury, prima di andare a Phoenix, ha sfiorato New York, giocando per qualche stagione nei New Jersey Nets, squadra del casello di East Rutherford. L’erede di Mark Jackson è Jamal Tinsley, giocatore da due anni nella Lega, guarda caso per gli Indiana Pacers. Lo stesso stile di gioco, lo stesso gusto per il passaggio bello, prima che pratico. Una sensibilità nelle mani fuori dal comune. Chi scrive lo ha visto lo scorso anno esibirsi al Rucker, il più importante torneo di basket all’aperto nell’estate della grande mela, in una prova di ball-handling (trattamento di palla) stupefacente. Purtroppo per lui, altrettanto stupefacenti sono la sua lentezza di piedi e la innata idiosincrasia per la difesa... Rod Strickland è un talento rapidamente evaporato dai parquet che contano nella Nba. La sua carriera è stata inferiore alle attese per una sinistra tendenza alle risse nei bar e una non ferrea disciplina da atleta. Sintomatica la sua abitudine di mangiare hot dogs anche a ridosso delle partite, salvo qualche volta “restituirli” nei sacchetti in panchina. Lo stesso è successo a Kenny Anderson, per anni il punto d’arrivo nel “play-makin”, per chi veniva da New York. Troppo eletto, troppo predestinato per tirare davvero fuori la cattiveria per diventare un grande. Eppure la stoffa e la musicalità nel gioco si era sempre vista. Fin dagli inizi, nei soliti New Jersey Nets.
Edoardo Schettino
Articolo di Angelo Perrino del 16/09/2003 delle ore 15:09
Bill Parcells, attuale allenatore dei Cowboys ed ex guida dei Giants, doveva essere il protagonista della partita fra New York e Dallas ma a fine partita tutti gli sguardi erano concentrati su Billy Cundiff, kicker di Dallas, che prima ha pareggiato la partita con un incredibile field goal di 52 yard e poi, nel tempo supplementare, ha consegnato la vittoria al suo coach con un calcio di 25 yard fissando il punteggio sul 35 a 32 finale. Dopo quasi 4 ore di gioco Parcells ha così colto la prima vittoria da allenatore dei Cowboys proprio contro la squadra che negli anni 90 aveva guidato a 2 vittorie nel Super Bowl. Cundiff non solo ha conquistato la prima pagina sui quotidiani ma grazie ai 7 field goal trasformati si è ritagliato una citazione anche nel libro dei record della NFL.
“Nel futuro quando mi chiederanno qual è stata la mia migliore partita non avrò dubbi ad indicare quella di stasera”, ha dichiarato il kicker, “Il record fa piacere ma stasera la cosa più importante senza dubbio è stato vincere in trasferta perché ne avevamo veramente bisogno. In occasione del calcio da 52 yard non ho pensato alla distanza ma solo a rilassarmi e fare il mio lavoro”. I primi 3 quarti della partita hanno visto i Cowboys fare la partita, arrivando fino ad un vantaggio di 16 punti in 2 occasioni nel terzo quarto. La partita era iniziata bene per i Giants che erano andati in vantaggio già alla seconda azione di gioco. Il cornerback Ralph Brown segnava 6 punti correndo fino alla end-zone dopo aver intercettato un lancio del quarterback avversario, Quincy Carter. “Penso si debba mettere in conto qualche sbaglio quando si gioca da quarterback”, ha dichiarato Carter. Questo si è rivelato l’unico errore nella sua partita che per il resto ha stupito tutti con la prestazione migliore della sua carriera (25 passaggi completati su 40 e 321 yard passate). Nel possesso successivo all’intercetto Carter si è fatto subito perdonare con una corsa di 8 yard nella end-zone che ha ristabilito la parità. Quella giocata ha fatto girare la partita in favore dei Cowboys che hanno segnato 16 punti consecutivi prima di concedere un touchdown agli avversari quando erano trascorsi 4 minuti del terzo quarto. Dallas ha potuto costruire questo vantaggio perché la strategia di Parcells ha colto di sorpresa lo staff tecnico di New York. I Giants, infatti, prevedevano un uso massiccio delle corse per la pioggia che batteva incessante su New York e soprattutto per la scarsa fiducia che riponevano nel quarterback avversario. Parcells invece ha saputo alternare le corse dei running back Aveion Cason e Troy Hambrick (partita buona ma non eccezionale contro una delle migliori difese della lega) con i lanci di Carter che ha chiamato in causa tutti i suoi ricevitori facendo passare una brutta serata ai cornerback che evidentemente non si aspettavano un giocatore così in forma. Le cose per New York non andavano bene neanche in attacco perché una linea che doveva schierare ben 3 rookie non riusciva a favorire le corse di Tiki Barber (a fine gara le yard guadagnate saranno solo 41 yard in 15 tentativi) ed il quarterback Kerry Collins, annullato nel primo tempo, che ha anche lanciato un intercetto nel secondo quarto che ha portato al touchdown dei Cowboys con il linebacker Alshermond Singleton. Nell’ultimo quarto invece New York, sfruttando l’inesperienza di Dallas e forse anche il timore dei Cowboys di buttar via la grande occasione di vincere in diretta televisiva contro i Giants, ha iniziato a giocare come dovrebbe una squadra pretendente al titolo. Parcells non ha potuto fare altro che osservare la sua ex squadra segnare punto dopo punto contro una difesa di Dallas apparsa a tratti impotente contro Collins e compagni. Quando mancavano poco meno di 10 minuti alla fine della partita il quarterback lanciava nella end-zone per il tight end Jeremy Shockey che trovava l’unico lampo di una partita incolore e portava i Giants ad 8 punti di distanza. Nel possesso successivo di Dallas la linea difensiva dei Giants, forse memore dei 6 sack della settimana scorsa, arrivava al quarterback avversario e mandava fuori giri l’attacco dei Cowboys che era costretto ad un punt. In quel momento nessuno al Giants Stadium avrebbe scommesso un centesimo su una sconfitta di New York. La sensazione d’essere vicini al successo era rafforzata dal touchdown di Amani Toomer, che riceveva un perfetto lancio di 20 yard di Collins, e dalla seguente conversione per 2 punti di Barber, arrivata al terzo tentativo dopo 2 falli chiamati contro la difesa di Dallas. Quindi a 6 minuti dalla fine Giants e Cowboys erano pari ma le sorti della partita questa volta sembravano volgere a favore dei primi. Dopo 3 punt i Giants avevano, a 3 minuti dal termine, quello che tutti ormai ritenevano il possesso decisivo per la vittoria. La squadra di Fassell riusciva a passare in vantaggio ad undici secondi dalla fine con un field goal del kicker Matt Bryant. L’unica cosa che restava da fare per vincere era calciare un kick-off che tenesse il più lontano possibile i Cowboys dalla end-zone e prepararsi a bloccare il lungo lancio disperato di Carter. I tifosi dei Giants hanno però rivissuto l’incubo dei playoff dello scorso anno appena hanno visto andare fuori dal campo il kick-off di Bryant. Fassel aveva chiamato uno squib kick, un calcio che tiene basso il pallone per farlo rimbalzare sul campo ed impedire ai giocatori avversari di guadagnare molte yard con il ritorno del pallone. Bryant ha eseguito gli ordini ma non è riuscito a tenere in campo il pallone che è andato fuori ad 1 yard dalla end-zone, causando così una penalità contro i Giants che ha permesso a Dallas di partire dalle proprie 40 yard nell’ultimo possesso dei tempi regolamentari. Carter riusciva a trovare, con un lancio di 26 yard, Antonio Bryant e Cundiff trasformava allo scadere il field goal di 52 yard che costringeva New York all’overtime. Le polemiche sulla chiamata di Fassel e l’esecuzione di Bryant sono chiaramente appena iniziate e probabilmente saranno il principale argomento di discussione della settimana. Dopo la partita Fassel ha dichiarato che “avevo chiamato uno squib centrale profondo perché la mia idea era quella di tenere il pallone in campo, far passare 5 o 6 secondi e farli partire dalle 25 o 30 yard. Così sarebbero stati costretti a guadagnare 45 yard per calciare un field goal. Comunque la colpa per la sconfitta non è ovviamente di un solo giocatore”. In un primo momento Bryant aveva preferito non commentare la dichiarazione dell’allenatore ma in seguito ha detto che il gioco chiamato era invece uno squib a sinistra. “Con questo tipo di calci non si sa mai come va a finire”, ha dichiarato il kicker, “Pensavo già di avere la vittoria in pugno. Un buon calcio e il tempo sarebbe scaduto”. Peraltro Bryant aveva già mandato fuori dal campo il kick-off di inizio del secondo tempo ed anche in quell’occasione Dallas aveva aggiunto alla fine del drive 3 punti al proprio score. Fassel è stato criticato anche per la sua gestione del tempo in occasione del possesso dell’ultimo quarto che ha portato in vantaggio i Giants ad 11 secondi dalla fine. L’allenatore avrebbe potuto, trattandosi di un secondo down, fare scorre il tempo con un altro gioco e fermarlo a qualche secondo dal termine con un timeout. “Non ho usato il timeout perché volevo una seconda occasione in caso di snap del pallone sbagliato. Il campo era bagnato, non c’era motivo per farlo. Non dovevo farlo”, ha dichiarato Fassel. Nell’overtime dopo 2 possessi terminati con un punt, i Cowboys grazie alle corse e ai lanci di Carter riuscivano ad arrivare alle 7 yard di New York. Ironia della sorte il gioco più importante del possesso è stato il lancio ad un ex Giants, Dan Campbell, alla prima ricezione per Dallas dopo aver lasciato New York. Una corsa infruttuosa del quarterback convinceva Parcells a mandare in campo il kicker e Cundiff non falliva da 25 yard facendo così perdere il quinto Monday Night consecutivo ai Giants (1 sola vittoria in 8 partite da quando c’è Fassel). Dal canto suo Parcells ha festeggiato nel migliore dei modi la sua visita allo stadio che lo ha reso un mito della NFL. In occasione dell’evento il Giants Stadium era pieno di celebrità ma le uniche visite che l’allenatore ha apprezzato davvero sono quelle dei suoi ex giocatori ai tempi dei Giants. “Questo è tutto quello che volevo perché loro sono i miei ragazzi. Non importa la maglia che indosso, sarò sempre legato a loro e ai miei ricordi ai tempi dei 2 Super Bowl”. In settimana si era parlato tanto dell’atteggiamento difensivo dei Cowboys nei confronti di Shockey che durante l’off-season aveva dichiarato che l’avrebbe fatta pagare cara a Parcells per i suoi commenti negativi sulle doti tecniche del tight end mentre l’attuale allenatore di Dallas era un commentatore televisivo. Parcells fino a ieri ha sempre detto di non aver dato peso alle parole del giocatore, che lo ha anche definito “homo”, e che in campo non si sarebbe visto niente di particolare. Così è stato perché Shockey ha provveduto ad annullarsi da solo. In tutta la partita ha ricevuto solo 2 palloni per 8 yard ed in qualche occasione è sembrato anche evitare alcune ricezioni per sfuggire al contatto fisico con l’avversario. È stato clamoroso l’errore in ricezione nella end-zone quando era da solo ed avrebbe potuto segnare il più facile dei touchdown. Parcells a fine gara non ha accennato alla cosa e si è dichiarato invece molto soddisfatto per la prova dei suoi e quello che ha visto in campo gli fa ben sperare per il futuro: “Sono stato in situazioni peggiori, in cui era quasi impossibile vincere e penso che a Dallas invece abbiamo un team che può almeno restare in partita con gli avversari. Ora come ora voglio soprattutto vedere dei progressi. Questo è un team giovane ed inesperto ma quello che mi piace di più è che si impegnano fino in fondo”. Per i Giants questo è stato ovviamente un pesante passo indietro dopo la convincente vittoria di domenica scorsa contro St.Louis. “Tutte le difficoltà in attacco dipendono dalla linea offensiva che se non blocca non ci permette di creare spazi per le corse e costringe il quarterback ad affrettare i lanci”, ha dichiarato Fassel. “Nel primo tempo specialmente Collins ha avuto poca protezione”, continua Fassel, “Alcuni wide receiver erano riusciti a liberarsi ma non hanno avuto la palla perché non abbiamo protetto Kerry”. Si è fatta sentire moltissimo l’assenza del left tackle Luke Petitgout, costretto a bordo campo da un problema alla schiena di cui Fassel non ha voluto divulgare l’entità. Nel secondo tempo invece la linea ha mostrato qualche progresso e non appena il quarterback ha avuto più tempo a disposizione New York ha iniziato la rimonta che ha quasi portato al successo finale. Tutto questo senza poter contare sull’apporto di Barber che ha avuto una giornata negativa solo 8 giorni dopo le 146 yard corse contro St.Louis. La difesa a parte il flash iniziale dell’intercetto di Brown che ha portato in vantaggio New York non è irreprensibile. La maggior velocità degli avversari ha messo in difficoltà molti giocatori dei Giants e in più di un’occasione i giocatori in campo hanno dato l’impressione di non sapere cosa fare contro Dallas e di subire troppo l’invettiva di Parcells. A fine partita nessuno ha voluto commentare la prestazione della difesa, che ha perso anche il defensive tackle Keith Hamilton per un infortunio al tendine del ginocchio. Strahan ha dichiarato che “Dallas ha vinto perché è stata in grado di non sbagliare nei momenti decisivi. Noi dobbiamo prendercela solo con noi stessi perché nonostante la rimonta finale abbiamo perso”. Il calendario della NFL prevede ora per i Giants la prima trasferta della stagione, contro una rivale divisionale, i Washington Redskins. La squadra allenata da Steve Spurrier ha iniziato il campionato con 2 vittorie trascinata dal quarterback Patrick Ramsey e dal wide receiver Laveranues Coles. L’allenatore ha però dichiarato che “la nostra non è una buona squadra attualmente. Dobbiamo lavorare molto, soprattutto sulla linea offensiva e su quella difensiva”. Proprio Ramsey ha avuto un problema alla spalla sinistra (non è quella che usa per lanciare) ma dovrebbe essere in campo domenica. Kerry Collins ha dichiarato che “per vincere dovremo giocare veramente bene. Ora, dopo la sconfitta con Dallas, nostra rivale nella divisione, abbiamo un motivo in più per portare a casa la vittoria”.
Angelo Perrino
Articolo di Andrea M. del 11/09/2003 delle ore 13:02
Se qualcuno l’avesse detto un paio di mesi fa sarebbe stato deriso da tutta la nazione e, secondo la tipica espressione di scherno americana, gli avrebbero come minimo cosparso il capo di cenere. Invece l’inimmaginabile è accaduto. I New Jersey Nets forniscono un blocco di ben tre giocatori alla selezione Americana per il torneo di qualificazione alle Olimpiadi di Atene 2004 (Puerto Rico, 20-31 agosto 2003). Nelle passate manifestazioni, Olimpiadi o Campionati Mondiali, i vari Dream Team o Team USA annoveravano tra le proprie fila al massimo un paio di stelle provenienti dalla stessa squadra.
Il primo caso fu quello di Michael Jordan e Scottie Pippen, dai Chicago Bulls, selezionati per il primo, unico ed irripetibile Dream Team di Barcelona ’92. L’ultima coppia di compagni, in ordine cronologico, era composta da Elton Brand e Andre Miller, dei Los Angeles Clippers, convocati per la scellerata avventura di Indianapolis 2002. Ormai due giocatori di una stessa squadra non fanno più notizia, e i selezionatori hanno deciso di riscrivere la storia pescando tre atleti da quella che fino a tre anni fa era la franchigia meno considerata della NBA. Gia’ nel 1994, stagione durante la quale i Nets riuscirono in una delle brevi apparizioni ai playoff degli anni ’90, ci si avvicinò al miracolo quando Derrick Coleman ricevette l’onore di vestire la maglia degli USA. Ma i Nets di oggi non sono più una squadra ridicola e la scelta delle tre star ci può stare abbondantemente. Jason Kidd, già medaglia d’Oro a Sidney 2000, viene selezionato praticamente subito dopo la debacle di Indianapolis, ed è una decisione sulla quale c’è poco da discutere. Se si parla di play-makers o di point guards il primo nome che ti viene in mente è il suo! Ma i fari questa volta è meglio puntarli su gli altri due neo membri del Team USA. Richard Jefferson è stata una delle più belle sorprese della formazione del New Jersey: scelto nel draft del 2001 dagli Houston Rockets arriva ai Nets con uno scambio che ha visto coinvolti quattro giocatori e si conquista subito la fiducia di coach Scott, che gli concede 24 minuti di media per partita. Jefferson lo ricambia con una media di 9,4 punti, il 45% al tiro, tante giocate intelligenti, un sacco di voli a raccogliere gli alley-oops di Kidd e anche una buona difesa. Rappresenta tutto ciò che serve per liberarsi una volta per tutte del povero Keith Van Horn, e infatti nella stagione successiva si aggiudica il posto da titolare. Il suo minutaggio sale a 36 minuti con un conseguente incremento della media punti (15,5 per partita) e dei rimbalzi catturati (6,4). Considerato tutto ciò di cui sopra la convocazione di Jefferson come rincalzo di McGrady e Carter non è poi così scandalosa e, in ogni caso, Richard possiede altre caratteristiche che fanno contenti i selezionatori. E’ un atleta eccezionale, facilmente allenabile, non ha l’aspetto di un nero che incute timore ed è un bravo ragazzo che fuori del campo frequenta altrettante persone per bene, una su tutti Luke Walton, figlio del grande Bill, adesso commentatore televisivo. La convocazione del 18 agosto di Kenyon Martin, ultimo arrivato in questo Team Usa, è da considerarsi un fuori programma in quanto rimpiazzo dell’assente giustificato Karl Malone, che ha sofferto la prematura scomparsa della madre. Grand Kenyon è un atleta molto particolare poiché sul campo è molto duro e, nel corso del 2002 ha dovuto saltare qualche partita come punizione per aver accumulato troppi flagrant foul (falli particolarmente duri o cattivi). Lui si è sempre giustificato sostenendo di essere “un giocatore particolarmente emotivo, duro ma leale”, e questa sentenza potrebbe anche essere vera perché sul parquet Martin sa farsi rispettare e durante la scorsa stagione di falli “cattivi” non se ne sono visti. Si sono viste, o meglio sentite, le provocazioni e altre espressioni gergali appartenenti al trash-talking, ovvero il linguaggio sporco utilizzato per irridere od annichilire gli avversari. Ma Martin non è l’unico membro del Team Usa praticante del trash-talking, che fa comunque parte del gioco e quindi su questo difetto possiamo soprassedere. Come per Jefferson, anche per K-Mart non vanno trascurate alcune qualità che rendono possibile la selezione per partecipare a manifestazioni che coinvolgono la USA Basketball. Martin ha il grande pregio di aver già vestito la maglia della “nazionale” in occasione dei Goodwill Games del 2001 e, nonostante il suo caratterino, è un giocatore che si lascia allenare ed è molto versatile, soprattutto in difesa. Per referenze sul suo potenziale difensivo andate a chiedere pareri ad Antoine Walker, annichilito durante le semifinali della Eastern Conference, e a Tim Duncan, costretto agli straordinari durante le Finals di giugno. L’Head Coach del Team USA, Larry Brown, è un sostenitore della difesa aggressiva e l’ala dei Nets rientrava benissimo nei suoi piani anche perché a est, con Jermaine O’Neal, è la migliore ala grande anche per talento offensivo. Il torneo pre-olimpico si è concluso nel migliore dei modi. Gli Stati Uniti si sono portati a casa l’oro e il biglietto per Atene 2004, e i nostri eroi si sono comportati più che dignitosamente. Kidd ha risparmiato un po’ d’energia limitandosi a fare il direttore d’orchestra, ma ha comunque dispensato assists e alley-oop per tutti. Jefferson è stato impiegato praticamente da undicesimo uomo senza però sfigurare e Martin non ha minimamente fatto rimpiangere l’assenza di Malone, viaggiando a 6,2 punti e 4 rimbalzi per partita. Il trio però è destinato a sciogliersi, in quanto le selezioni per il pre-olimpico non sempre garantiscono un posto anche per le Olimpiadi vere e proprie e, purtroppo, Richard Jefferson, insieme con Brand, è uno dei più a rischio per l’esclusione. Karl Malone vorrà riprendersi il suo posto e quindi anche Kenyon Martin potrebbe abbandonare il Team USA. Ma all’appuntamento di Atene manca ancora un anno e quindi lasciamo che i tre ragazzi si godano questi giorni di gloria e che il loro morale si alzi in vista di una nuova, dura ed emozionante stagione NBA.
Per essere considerato un’ala piccola completa dovrebbe avere più dimestichezza con il tiro da tre, capacità che ad oggi nel suo repertorio non è ancora contemplata, ma, come si dice in questi casi, il ragazzo è giovane e si farà.
Andrea M.
Articolo di Angelo Perrino del 8/09/2003 delle ore 16:38
La stagione dei New York Giants inizia nel migliore dei modi con una vittoria per 23 a 13 su una delle squadre più forti della lega, almeno sulla carta: i St.Louis Rams. Il merito va tutto alla difesa che ha ottenuto una delle migliori prestazioni nella storia recente della franchigia: 6 sack, un intercetto e 4 palle perse dagli avversari che hanno creato altrettanti drive conclusi con almeno 3 punti guadagnati. Durante la pre-season i media si erano concentrati sull’attacco dei Giants e tutti, avversari compresi, sono rimasti sorpresi dalla forza dimostrata dalla difesa che ha letteralmente dominato una delle migliori linee offensive della NFL. “Si è parlato molto, giustamente, dell’attacco”, ha dichiarato il defensive tackle Keith Hamilton, “ma quando si tratta di vincere i campionati è la difesa che conta. È sempre stato così e sarà sempre così. Senza difesa non si va da nessuna parte”.
I dirigenti di New York durante l’off-season hanno aggiunto molti giocatori di talento alla linea difensiva e durante la partita di ieri coach Fassell ha potuto far riposare a lungo i titolari perché, come ha detto il defensive end Kenny Holmes, “in ogni ruolo c’è una riserva in grado di sostituire degnamente il titolare e quindi fargli tirare il fiato. Questa è la maggiore differenza rispetto alla passata stagione”. Sulla prestazione hanno sicuramente influito anche le pesanti critiche rivolte al reparto dopo il collasso nell’ultima gara di playoff dello scorso anno. “Sentivamo di avere qualcosa da provare”, ha detto il safety Shaun Williams, “Volevamo dimostrare che se è in ballo la vittoria, la difesa può scendere in campo e vincere la partita”. Il reparto lo ha dimostrato alla fine dell’ultimo quarto quando St.Louis stava cercando disperatamente di arrivare nella end-zone per poi tentare di pareggiare la partita con un field goal. Quando mancavano 5 minuti e mezzo alla fine la difesa ha bloccato al quarto down il running back Marshall Faulk facendogli mancare il primo down per meno di una yard. Tre minuti dopo e sempre su un quarto down Hamilton ha bloccato il lancio del quarterback dei Rams, Kurt Warner, decretando così il successo della franchigia di New York. Proprio Warner è stato ricoverato in ospedale poco dopo il termine della partita a causa di una commozione cerebrale subita nel primo quarto e che probabilmente gli farà saltare la prossima partita di St.Louis. Esami più approfonditi hanno comunque escluso problemi più seri per il quarterback. L’ex MVP della lega è rimasto in campo ma le sua prova ne ha sicuramente risentito (6 palle perse oltre ai sack subiti). L’allenatore di St.Louis, Mike Martz, ha dichiarato di aver saputo del problema di Warner solo nel terzo quarto perché il giocatore aveva difficoltà a comprendere le chiamate dello staff tecnico. “Non avrei dovuto lasciarlo in campo. Non era più lui”, ha detto Martz. I guai per l’attacco dei Rams sono iniziati già nel primo quarto quando Warner, dopo essere stato colpito dal rookie William Joseph, perdeva il pallone nella end-zone ed Holmes recuperava il pallone segnando così il primo touchdown della gara per New York. Nel secondo quarto entrambe le squadre trasformavano un field goal fissando così il punteggio sul 10 a 6 per i Giants. Nel terzo quarto di gioco la squadra di casa segnava 13 punti grazie a 2 field goal e ad un touchdown del running back Brian Mitchell ed annullava contemporaneamente l’attacco avversario che riusciva ad entrare nella end-zone solo all’inizio del quarto successivo. Allora saliva ancora una volta in cattedra la difesa dei Giants che bloccava ogni tentativo di Warner e compagni. St.Louis le ha provate tutte ma ha dovuto fare i conti anche con la giornata no del running back Marshall Faulk che ha guadagnato solo 28 yard in 9 tentativi. Il reparto difensivo dei Giants è stato sicuramente importante nella scarsa prestazione di Faulk ma il running back non è parso molto lucido con il pallone in mano. In più di un’occasione ha dato l’impressione di non avere le idee ben chiare e nell’ultimo quarto queste indecisioni sono state una delle cause del fallito tentativo di rimonta dei Rams. A fine gara Faulk non ha voluto commentare la sua prestazione ma ha dichiarato che “New York ha fatto tutto bene mentre noi abbiamo sbagliato tutto”. Se l’attacco di St.Louis ha sofferto parecchio non si può dire che quello dei Giants abbia avuto una giornata straordinaria. Specialmente la linea offensiva, dopo l’uscita del left tackle Luke Petitgout, ha avuto molti problemi a contrastare la velocità della difesa dei Rams. Il rookie Jeff Roehl se l’è cavata abbastanza bene ma Jim Fassell si è detto sicuro che lunedì prossimo Petitgout sarà in campo quindi Roehl tornerà in panchina. Il protagonista in attacco per New York è stato il running back Tiki Barber che, nonostante si sia slogato un dito nel primo quarto, è riuscito a guadagnare 146 yard in 24 tentativi. Il quarterback Kerry Collins ha giocato una partita “normale” lanciando per 202 yard e completando 14 passaggi su 26. La giocata più spettacolare è stato il lancio di 77 yard per Amani Toomer che ha messo in ottima posizione i Giants per il primo dei tre field goal segnati da Matt Bryant. A fine gara Fassell ha dichiarato che “c’è ancora molto da fare in alcune zone. Comunque sappiamo che possiamo fare meglio in attacco e che oggi abbiamo battuto una squadra molto forte. Sono orgoglioso di quello che hanno fatto i miei giocatori, del loro impegno e della loro tenacità”. Il prossimo impegno di New York è previsto, ancora al Giants Stadium, esattamente fra una settimana nel Monday Night contro i Dallas Cowboys. Questi ultimo sono reduci dalla sconfitta casalinga contro gli Atlanta Falcons in cui hanno messo in mostra tutti i loro limiti, sia in attacco che in difesa. Un motivo d’interesse sarà il ritorno di Bill Parcells, attuale allenatore di Dallas, che ha guidato i Giants al successo in 2 Super Bowl (1987 e 1991).
Angelo Perrino
Articolo di Ale del 8/09/2003 delle ore 13:37
E' stata un'edizione da ricordare, per molte ragioni. Innanzitutto la pioggia, mai così intensa e mai così protagonista, in negativo, nelle due settimane di gioco. Poi per la regolarità con la quale i favoriti e le favorite sono arrivati alle ultime fasi decisive del torneo, avanzando con sicurezza e rispettando l'ordine delle teste di serie. Infine per le storie dei due vincitori, Andy Roddick e Justine Henin, giovanissimi ma già ai vertici assoluti del tennis mondiale.
La piccola grande belga, dopo appena 19 ore dalla semifinale thrilling contro Jennifer Capriati, vinta in rimonta 7-6 al terzo set, è scesa in campo per la finale contro la connazionale numero uno del tabellone, e del mondo, Kim Clijsters, più fresca e, forse, più motivata di lei. Infatti la regina del tennis mondiale, futura sposa di Lleyton Hewitt, voleva vendicare innanzitutto la finale del Roland Garros nella quale la Henin l'aveva battuta un po' a sorpresa, ma anche legittimare la vetta delle classifiche Wta con il primo sigillo in uno slam. E forse la troppa pressione, unita ad una partita stupenda giocata dalla Henin, hanno impedito a Kim di vendicare Parigi, e l'hanno tenuta in partita solo nel primo set, nel quale dopo aver avuto 2 set point, la Clijsters ha ceduto alla rimonta dell'avversaria che si è imposta 7-5. Secondo set senza storia e Henin che bissava il successo del Roland Garros davanti ad un pubblico comunque entusiasta, nonostante l'assenza di rappresentanti americane, Capriati e Davenport eliminate in semifinale, sorelle Williams ai box. 7-5 6-1 il risultato finale per Justine Henin che in contumacia Williams dimostra di essere la più in forma. Pubblico newyorkese che però ha potuto consolarsi, e liberare tutto il suo sciovinismo, nella finale maschile, nella quale la promessa, ora divenuta realtà, Andy Roddick ha annichilito in meno di 2 ore di gioco il nuovo numero 1 del mondo Juan Carlos Ferrero, giustizirere di Agassi in semifinale, che aveva privato gli organizzatori della finale dei sogni Agassi-Roddick con una partita praticamente perfetta. Partita che in finale, forse per la stanchezza, forse l'appagamento, ma soprattutto per la strepitosa prestazione di Roddick non è riuscito a ripetere. 6-3 7-6 6-3 il risultato finale di una partita dominata dallo statunitense, che ha sempre avuto in mano il pallino del gioco, senza mai concedere allo spagnolo la possibilità di entrare veramente nel match. Primo, e non ultimo, slam per Roddick, che è già pronto a raccogliere l'eredità del suo idolo André Agassi.
Ale
Articolo di Angelo Perrino del 7/09/2003 delle ore 13:41
Lo scorso anno i New York Giants si erano presentati ai playoff come una delle squadre più in forma e le 7 partite vinte negli ultimi 9 turni facevano ben sperare giocatori e tifosi. Il loro sogno è però stato bruscamente interrotto dalla sconfitta con i San Francisco 49ers, maturata dopo essere stati in vantaggio di 24 punti a 20 minuti dal termine. Il disastroso crollo del finale di partita ma soprattutto quello che è successo durante l’azione finale (snap per il field goal che avrebbe consegnato loro la vittoria clamorosamente sbagliato più il successivo errore arbitrale) lasciano qualche dubbio sulle condizioni psicologiche con cui i giocatori affronteranno la stagione.
La passata stagione, infatti, i St.Louis Rams, reduci da una cocente sconfitta nel Super Bowl, iniziarono il campionato con 5 sconfitte consecutive perché i giocatori volevano a tutti i costi dimenticare la partita persa e per il desiderio di strafare hanno concesso troppe chance agli avversari che ne hanno subito approfittato. Michael Strahan, defensive end dei Giants, è comunque convinto che lo scorso anno non peserà sul campionato di New York: “Penso che ce la caveremo alla grande. Questo è il team con più talento che io abbia mai visto nei mie anni con la maglia dei Giants. Se impariamo dagli errori del passato e andiamo avanti invece di fare dei passi indietro saremo sicuramente una delle migliori squadre della NFL”. Della stessa opinione è anche il running back Tiki Barber: “Faremo meglio dello scorso anno. Se abbiamo dalla nostra parte un po’ di fortuna possiamo arrivare lontano. Abbiamo giocatori di talento in ogni posizione. Inoltre ci sono molti veterani che non avranno molte altre occasioni di vincere e questo dà alla squadra quel senso di urgenza che ci porta a voler vincere adesso e non il prossimo anno. Anche perché non si sa mai cosa potrebbe accadere fra 12 mesi”. Proprio Barber è uno dei giocatori da cui l’allenatore Jim Fassell si aspetta una stagione ad altissimo livello. Il 28enne running back lo scorso anno ha stabilito record personali per yard guadagnate nei giochi di corsa (1387) e touchdown segnati (11) e si è confermato un elemento utile quando Fassell sceglie i lanci (69 ricezioni per quasi 600 yard). Inoltre ora che ha definitivamente battuto la concorrenza dell’ex prima scelta Ron Dayne, Barber dovrebbe essere ancora più coinvolto nel gioco di New York. L’allenatore spera che questo sia l’anno della definitiva consacrazione per il quarterback Kerry Collins. Dopo aver avuto parecchi problemi, soprattutto caratteriali, quando giocava per Carolina e New Orleans, Collins ha finalmente trovato a New York l’ambiente che gli permette di esprimersi al massimo delle sue potenzialità. Il quarterback non ha saltato neanche una partita da quando, 3 anni fa, ha firmato il contratto con i Giants ed ogni stagione i suoi numeri e la fiducia in sé stesso sono andati migliorando. Fassell firmerebbe subito per un’annata come quella passata in cui Collins ha passato per 4000 yard e nelle ultime 6 partite ha lanciato 13 touchdown contro soli 2 intercetti. Pertanto quest’anno c’è molta attesa per Collins che viene pronosticato da molti come il miglior quarterback della NFC. Per tenere fede al pronostico il giocatore potrà contare su una delle migliori unità offensive della conference: “In 9 anni nella lega non ho mai avuto a disposizione così tanti buoni giocatori in attacco”. Collins, infatti, potrà contare su 2 wide receiver come Amani Toomer (82 ricezioni per 1300 yard) e Ike Hilliard ma soprattutto sul tight end Jeremy Shockey. Il suo carattere spregiudicato e le ottime doti di ricevitore del giocatore anche quest’anno saranno abbondantemente sfruttati da Fassell per creare dei pericolosi mismatch con i difensori avversari. L’unico appunto che si può muovere al tight end è quello di non essere ancora in grado di contribuire nella end-zone. I soli 2 touchdown ricevuti ma soprattutto il pallone fatto cadere nella end-zone dei 49ers durante i playoff sono l’unica “macchia” di una stagione che per il resto è stata ottima. Sarà inoltre decisivo anche il lavoro svolto dall’allenatore della linea offensiva, Jim Mc Nally. Non c’è stagione in cui i Giants non debbano ricostruire la linea offensiva e anche quest’anno non sarà differente ma Fassell può dormire sonni tranquilli perché ha a disposizione uno dei migliori allenatori della NFL. Il reparto può contare su un pilastro (il left tackle Luke Petitgout) e due scoperte dello scorso anno (il centro Chris Bober e il left guard Rich Seubert). Il lato destro a causa di partenze importanti invece è completamente scoperto e si dovrà assolutamente trovare una soluzione per impedire agli avversari di arrivare facilmente al quarterback. Probabilmente Mc Nally sarà costretto a far partite titolari due giocatori con poca o nessuna esperienza nella NFL ma, grazie ad un ottimo insegnante, verso metà campionato dovrebbe essere risolto il problema. La linea difensiva ha meno problemi e l’unica grana cui ha dovuto far fronte nell’off-season è il difficile recupero del defensive tackle Keith Hamilton da un infortunio al tendine d’Achille. Lo scorso anno in assenza di Hamilton, Strahan ha sofferto parecchio i raddoppi avversari e non è riuscito ad andare oltre 11 sack contro i 22.5 dell’anno precedente. I dirigenti dei Giants hanno pensato al futuro della linea e con le prime due scelte del draft di quest’anno hanno preso due linemen, un’end e un tackle. I rookie probabilmente non giocheranno subito dall’inizio ma saranno usati più che altro come uno stimolo per i veterani che dovranno rendere al massimo per evitare di perdere il posto. Gli altri reparti difensivi hanno potuto confermare gli uomini della passata stagione tranne il cornerback Jason Sehorn che non è stato in grado di tornare ai livelli di qualche anno fa ed è stato rilasciato. La secondaria è piena di giovani interessanti che hanno già dimostrato di poter dire la loro nella NFL e il corpo dei linebacker ha fatto vedere di essere all’altezza degli attacchi della division, improntati alle corse, anche se ha faticato parecchio contro i lanci avversari. La scorsa stagione il reparto degli special team è stato di gran lunga il peggiore dei Giants. New York è riuscita a vincere 10 partite nonostante l’inaffidabilità del kicker e degli uomini deputati a ritornare i calci avversari. Gli sbagli commessi nel famoso field goal sbagliato nei playoff sono solo il caso più evidente dell’incompetenza di giocatori che spesso hanno fatto perdere partite importanti ai Giants. Fassell ha fatto le cose in grande rinnovando completamente il reparto senza lasciare nessuno degli "specialisti" dello scorso anno. New York ha firmato il kicker Mike Hollis che in carriera ha trasformato l’80 percento dei calci tentati e il nuovo punter Jeff Feagles che detiene il record NFL per punt nelle 20 yard. I dirigenti hanno poi aggiunto al roster il long snapper Ryan Kuehl, convinto grazie ad un bonus alla firma di 325 mila dollari (molto raro per un giocatore deputato solo a passare il pallone al kicker negli snap). L’acquisto più importante negli special team è però il kick returner Brian Mitchell, strappato ai rivali divisionali dei Philadelphia Eagles. Anche se non è più giovanissimo (35 anni) Mitchell è uno dei giocatori più pericolosi della lega nel suo ruolo. Dopo aver sistemato l’unico reparto carente i Giants saranno sicuramente in lizza per il primo posto nella divisione ed hanno buone possibilità di spuntarla. Infatti gli Eagles hanno perso qualche pezzo importante durante l’off-season, i Washington Redskins sono migliorati rispetto allo scorso anno ma non abbastanza da vincere la division mentre i Dallas Cowboys, dopo il cambio di allenatore, sono in una fase di transizione. Quindi questo potrebbe essere l’anno buono per ripetere l’ottimo campionato del 2000 culminato con la finale per il titolo persa contro Baltimore.
Angelo Perrino
Articolo di Ale del 6/09/2003 delle ore 11:23
Non era mai successo. O almeno non era mai successo durante lo svolgimento del torneo: 4 giorni di pioggia sottile ma implacabile, debole ma continua, che ha impedito agli (impreparati) organizzatori di Flushing Meadows di rispettare il programma regolare della seconda settimana. Partite interrotte più volte, giocatori che avevano difficoltà ad allenarsi, incontri che venivano mandati in campo solo per uno o due punti: queste solo alcune delle vicissitudini che si sono dovute sopportare fino a quando, nelle giornata di venerdì, il meteo ha concesso clemenza.
Cielo quasi sereno su New York, e partite che riprendono a ritmi infernali, con giocatori e giocatrici costretti anche a disputare due partite a distanza di poche ore. Come è capitato alla nostra eroica Francesca Schiavone, che dopo aver vinto al terzo set un interminabile match contro Ai Sugiyama, disputato in tre giorni, è dovuta scendere in campo contro Jennifer Capriati nei quarti di finale poco dopo la conclusione dell'incontro precedente. Ovvia sconfitta in due set e sogno che si infrangeva nei quarti, risultato comunque storico per il tennis italiano. Il cammino della statunitense si fermava però in semifinale contro la belga Justine Henin, che in una partita memorabile durata più di tre ore, batteva l'italo-americana per raggiungere in finale, come al Roland Garros, la connazionale Kim Cljisters, vittoriosa in due set su Lindsay Davenport. Convulso anche il programma maschile, con incontri a partire dagli ottavi disputati ogni giorno, al contrario dei canonici match a giorni alterni. Tabellone allineato alle semifinali, con André Agassi che nella parte alta affronterà Juan Carlos Ferrero, quest'ultimo uscito vincitore d una battaglia di 4 set con Lleyton Hewitt, e Andy Roddick, per molti il vero favorito del torneo, che se la vedrà nella parte bassa con il giovane argentino David Nalbandian, giustiziere negli ottavi del numero 2 del mondo Roger Federer. L'America, e forse non solo, tifa per una finale generazionale Agassi-Roddick, e lo spettacolo sarebbe assicurato.
Ale
Articolo di Max Giordan del 5/09/2003 delle ore 11:31
La stagione NFL ha preso il via stanotte al FedEx Field di Washington con la vittoria per 16 – 13 dei Redskins sui New York Jets. Washington è andata in vantaggio per 3 -0 dopo circa 6 minuti con un field goal, e sette minuti dopo Lamont Jordan ha messo a segno il TD che ha portato in vantaggio NY per 7 -3; nel secondo quarto un TD di McCants su passaggio di Ramsey e un altro field goal di Hall sembravano aver dato alla partita una svolta decisiva sul 13 – 7, ma la brutta prestazione offensiva dei Redskins nel terzo quarto ha permesso ai Jets di riportarsi sul 13 pari con due field goals dopo sei minuti del quarto quarto. E’ stato un po’ come il copione di un film quando a cinque secondi dalla fine John Hall ha messo dalla distanza di 33 yards il field goal decisivo (il terzo della giornata) contro la sua ex squadra; ed è stata una piacevole visione per il coach Steve Spurrier che lo scorso anno aveva avuto a che fare con ben tre kickers diversi e nussuno gli aveva mai dato buone prestazioni.
“Abituato allo scorso anno, in quel momento (il field goal decisivo) pensavo non ce l’avremmo fatta” ha detto coach Spurrier. Oltre a Hall di ex c’erano anche Leveranues Coles ( 5 ricezioni per 106 yards), Chad Morton (22.3 yards di media su kick-off return) e la guardia Randy Thomas che ha fine partita ha rilasciato questa simpatica dichirazione riferita ai suoi ex compagni: “Vederli con quegli sguardi rivolti verso terra quando il calcio è andato a segno è stata un piacevole sensazione”. Non fatevi ingannare dal punteggio in equilibrio: i Redskins hanno guadagnato un totale di 327 yards, 17 primi down e più di 34 minuti di possesso palla mentre gli avversari hanno raggiunto un totale di sole 158 yards, 11 primi down e 25 minuti di possesso palla. Patrick Ramsey ha completato 17 su 23 per 185 yards, un TD e un INT, ma nella seconda metà della partita ne sono arrivate solo 29 e i Redskins sono rimasti in partita grazie alla loro difesa. Vinny Testaverde, che sostituiva Chad Pennington, se l’è cavata a malapena con 15 su 24 per 105 yards ma è stata per lui una giornata difficile, sempre sottopressione. Lavar Arrington è stato il primo responsabile di questa sterilità offensiva dei Jets, e le statistiche post partita, non esprimono quello che in realtà è stato un impatto pesantissimo sulla partita. Emblematiche le dichiarazioni di Ifeanyi Ohalete: “Semplicemente non c’era niente di cui avevamo paura, non ci sentivamo che loro potessero batterci, ci sentivamo fiduciosi in noi stessi. Ci sentiamo di poter giocare contro chiunque”. I Jets hanno avuto un guadagno di 7 yards di media nei passaggi e il lancio più lungo di Testaverde è stato di 17; Curtis Martin ha avuto un guadagno medio di sole 3.2 yards a portata per un totale di 48 in 15 tentativi. Betts e Candidate hanno combinato per 123 portate. Dall’altra parte una squadra forse un po’ demoralizzata per l’infortunio di Pennington, una squadra che non si aspettava dei Redskins così determinati…ma soprattutto un attacco che non aveva assolutamente nessuna alchimia, anche a causa del fatto che Vinny Testaverde si è tutt’a un tratto ritrovato titolare e non è ancora ben entrato negli schemi del offensive coordinator Paul Hackett. Resta il fatto che questa sorta di “vendetta” rimarrà nella memoria dei tifosi e cosa più importante, Washington porta a casa la sua prima vittoria e comincia bene una stagione che non sarà facile. Una curiosità: Bruce Smith che bel quarto quarto ha messo a segno ½ sack è ora a soli 2 ½ sacks dal record all time di Reggie White.
Washington anche se ha avuto momenti di difficoltà ha in definitiva giocato un ottima partita, riuscendo ad equilibrare gioco di corsa e gioco di passaggio, mantenendo un ottimo possesso palla e lasciando l’attacco dei Jets fuori dal campo.
Ramsey ha giocato corto, senza forzare troppo e i suoi compagni lo hanno protetto bene per tutta la partita. Aggiungete l’ ottima difesa…ed ecco un match giocato in modo solido, senza eccessi e giustamente conclusosi con una vittoria… anche se viene spontaneo chiedersi come sarebbe finita con Chad Pennington in campo.
Articolo realizzato da Matteo Ferrarini per Play.it USA
Max Giordan
Articolo di touch72 del 3/09/2003 delle ore 23:08
La vigilia di Ferragosto mentre in Italia si stava “al calduccio”, a New York cosa si faceva? Beh, a NYC come in altre grandi metropoli americane e canadesi, ci si e’ trovati da un momento all’altro in mezzo ad una strada o bloccati in qualche malefico macchinario. Dal punto di vista sportivo, i NY Mets, rivali degli Yankees, hanno rinviato la partita in programma sul proprio campo; la squadra di Joe Torre era invece a Baltimore, per la vittoriosa serie contro gli Orioles. Davanti alla tv, dirigenti e giocatori dei Bronx Bombers erano ad osservare quel fiume di persone sui ponti e sulle strade di New York, memori della tragedia delle Twin Towers. Poi il ritorno a NYC e la vita tornata normale. O quasi.
Ma l’estate calda ha portato agli Yankees momenti di difficolta’. La sconfitta per 11-0 contro i Kansas City Royals (finora la piu’ netta di stagione regolare), i problemi alla schiena del lanciatore Wells, l’addio molto polemico di Raul Mondesi. Di contro qualche bella giocata di Jason Giambi in attacco e di Hideki Matsui in difesa e la ritrovata vena di Mike Mussina sul monte di lancio. Ma andiamo con ordine. Dopo la serie persa con i Royals (con il giapponese salvatore dell’unica w con una presa al muro apprezzata da Torre), gli Yanks sono arrivati motivatissimi a Baltimore, dove hanno portato via quattro partite su quattro con uno shoutout (zero punti subiti in nove inning) di Mussina. Mentre David Wells si riposava dai malanni, Andy Pettitte e Roger Clemens hanno rispolverato la loro fama di “assi”. Il vantaggio sui Red Sox e’ ormai tale da garantire il primo posto nella American League East, ma qualche dubbio rimane in vista dei playoff. Destano preoccupazione soprattutto i lanciatori di rilievo e il closer Mariano Rivera: alcune partite in bilico sono state perse per colpa loro. Stupisce soprattutto la scarsa vena di Rivera, uno dei piu’ affidabili lanciatori nelle fasi conclusive. Si e’ beccato in faccia alcuni fuoricampo, sicuramente non da lui; in prospettiva playoff, la cosa e’ preoccupante. Il ritorno di Jeff Nelson da Seattle (in cambio di Benitez) e le discrete prove di Dan Miceli sembrano non bastare a colmare la lacuna; Osuna e Contreras faticano per problemi fisici e il manager Joe Torre e’ stato costretto a richiamare dalle Minors l’ennesimo pitcher, De Paula. E questo ha causato l’uscita dal roster del veterano Todd Zeile!! Infatti il buon Todd si e’ trovato in mezzo ad una strada, ma la decisione era nell’aria. Giunto nel dicembre scorso per fare la riserva di lusso, Zeile si e’ trovato a fare il sostituto del sostituto, fallendo anche lui nel maggio nero degli Yankees. Zeile si e’ detto conscio della situazione, seccato per non aver dato il suo contributo, ma fiducioso in un ingaggio a breve per la postseason. E... Mondesi cosa ha combinato? Dopo una sostituzione assolutamente non gradita, lo slugger dominicano ha contestato l’organizzazione, rea di fare figli e figliastri, con accuse ai limiti del razzismo. Ha posto l’accento in particolare su un episodio: nel corso della stagione Jason Giambi, nonostante evidenti problemi fisici, e’ rimasto sempre quarto battitore (il piu’ importante), “pensiero” non avuto per il suo compagno e connazionale Alfonso Soriano. Soriano ha negato - come ovvio - disparita’ di trattamenti; il manager Torre si e’ detto dispiaciuto per la perdita di un bravo ragazzo e sulla vicenda e’ calato un temporaneo sipario.
touch72
Articolo di Angelo Perrino del 3/09/2003 delle ore 10:07
Fin dal 1925 parlare di football a New York vuol dire parlare dei Giants. In quasi ottanta anni la squadra ha costruito un legame indissolubile con la città ed è stata fondamentale addirittura per il successo della lega di football di cui fa parte, la National Football League. Negli anni venti del secolo scorso, infatti, l’American Professional Football Association (l’attuale NFL) decise, per dare più visibilità ad uno sport fino ad allora poco seguito, di fondare una franchigia nella città più popolata degli Stati Uniti d’America, New York (ben 5 milioni e mezzo di abitanti). Pagando la cifra di 500 dollari Timothy J. Mara, uno dei più importanti bookmaker dello stato, si aggiudicò una squadra di football nella città che proprio in quegli anni venne soprannominata “The Big Apple”.
Nascono così, nell’aprile del 1925, i New York Football Giants. Mara scelse quel soprannome perché New York avrebbe giocato al Polo Grounds, stadio dei mitici New York Giants di baseball. La prima partita ufficiale, terminata con una sconfitta per 14 a 0, è stata giocata nell’ottobre 1925 contro i Frankford Yellow Jackets. Mara sapendo ben poco di football decise di affidare la gestione della squadra al dottor Harry March che fece del suo meglio per pubblicizzare la neonata franchigia, arrivando anche ad ingaggiare il mitico Jim Thorpe (fu uno dei primi a giocare a livello professionale sia a baseball che football e qualche anno fa l’ABC lo ha proclamato atleta del secolo). Non bastò il nome di Thorpe, ormai in visibile declino, come richiamo per il pubblico perché i rinati programmi di football delle università di New York e i “soliti” baseball e boxe toglievano spazio sui quotidiani ai Giants, che chiusero il primo anno in passivo di circa 50 mila dollari. Nonostante le prime difficoltà finanziarie Mara non si arrese e l’anno successivo riuscì, in una sola partita, a rifarsi delle perdite passate. Ben 70 mila spettatori, infatti, si ritrovarono al Polo Grounds, situato sulla 155th Street di Manhattan. L’attrazione era il miglior giocatore di football di quei tempi, Red Grange dei Chicago Bears. L’evento, anche se si è concluso con una sconfitta della squadra locale, ebbe così tanto successo da far guadagnare al proprietario dei Giants 143 mila dollari. Proprio Grange l’anno successivo, in cui arrivò il primo titolo per i Giants, tentò in tutti i modi di portare una seconda squadra a New York. La forte opposizione di Mara gli impedì di entrare nella lega e Grange, insieme al suo agente “Cash and Carry” Pyle, decise di formare una seconda lega professionale di football in cui far giocare i New York Yankees. L’American Football League durò un solo anno ma quella stagione bastò a Mara per lanciare un’idea che sarebbe poi stata ripresa solo nel 1967 con la nascita del Super Bowl. Il proprietario dei Giants propose alla squadra campione della AFL, i Philadelphia Quakers, di giocare una delle prime partite ufficiali fra squadre di due leghe diverse nella storia del football professionistico. La partita si concluse con una sonora vittoria dei Giants (31 a 0). La squadra continuò ad ottenere ottimi risultati fino al 1929, anno della Grande Depressione. Il sindaco della città, Jimmy Walzer, propose a Mara di organizzare una partita amichevole per raccogliere denaro da destinare al fondo per i lavoratori disoccupati. Il proprietario dei Giants accettò e venne quindi organizzato l’incontro con un’altra leggenda del football statunitense: Notre Dame. I Giants vinsero 21 a 0 contro la squadra dei famosi Four Horsemen. Più importante del successo sul campo fu quello al botteghino: il fondo ricevette 115 mila dollari. I problemi finanziari della città ovviamente ebbero conseguenze anche sulla squadra di Mara che in più di un occasione rischiò di fallire. L’unica nota positiva di quegli anni è la presenza di un personaggio che entrerà nella storia dei Giants e della NFL e che ancora oggi è il presidente della squadra: Wellington Mara. Il figlio più giovane di Timothy è sempre stato coinvolto fin dal 1925 nella gestione della franchigia e si è sempre occupato dei Giants con l’unica eccezione di un periodo di 3 anni in cui prestò servizio come Tenente Comandante della Marina durante la seconda guerra mondiale. Dopo aver seguito per 26 anni le partite dalla panchina, Wellington decise nel 1951 di occuparsi delle questioni amministrative diventando uno dei maggiori esperti dell’intera lega ed arrivando anche ad essere nominato nella Hall of Fame nella sezione dirigenti nel 1997, 34 anni dopo il padre. “Mio padre non voleva assolutamente che mi occupassi dei Giants”, ha dichiarato Wellington Mara, “Secondo lui dovevo diventare un illustre avvocato anche se io proprio non volevo. Solo dopo una decina d’anni ha accettato l’idea dicendomi ‘Immagino che non diventerai avvocato’. Aveva ragione”. Wellington è entrato nella storia del football anche per un altro motivo. Per un certo periodo di tempo (precisamente dal 1941 al 1969) ha dato anche il nome al pallone di gioco. Il figlio di Timothy era soprannominato “Duke” perché aveva preso il nome dal duca di Wellington e nei primi anni quaranta la Spalding decise di rinominare il suo modello J5-V chiamandolo “The Duke”. Il nome fu poi abbandonato nel 1969 per usare un anonimo “NFL Ball”. Proprio durante i primi anni di Wellington i Giants, loro malgrado, furono coinvolti in uno dei primi casi di tentativi di “compravendita” delle partite. Prima della finale per il titolo del 1946 fra New York e Chicago Bears un famoso allibratore dell’epoca contattò Merle Hapes, back dei Giants, offrendogli una sostanziosa somma di denaro per perdere la partita. Hapes rifiutò ma commise l’errore di non informare nessuno dell’offerta tranne un compagno di squadra, Frank Filchock. La famiglia Mara decise di giocare lo stesso la partita che si concluse con la vittoria dei Bears per 24 a 14 nonostante i 2 touchdown lanciati da Filchock. Il commissioner di allora della NFL, Bert Bell, quando seppe della cosa decise di squalificare a vita entrambi i giocatori solo perché erano a conoscenza del tentativo di truccare la partita. In seguito Bell decise di annullare la squalifica di Filchock ma di confermare quella inflitta a Hapes. Wellington ha assistito anche alla “Golden Era” dei Giants, dalla metà degli anni cinquanta ai primi anni sessanta. In quel periodo New York vinse 6 titoli anche grazie al lavoro svolto da due coordinatori che entreranno nell’olimpo della NFL qualche anno dopo. Vince Lombardi (5 titoli NFL con i Green Bay Packers, Hall of Famer dal 1971) si occupava dell’attacco mentre Tom Landry (2 Super Bowl vinti con i Dallas Cowboys e record di vittorie in carriera nella NFL) si occupava della difesa. “Non c’è mai stata tanta genialità tutta insieme nella stessa squadra”, ha dichiarato Wellington Mara. Alla fine degli anni sessanta però i Giants, a causa del ritiro di molti giocatori importanti e della fusione fra AFL e NFL che portò in città un’altra franchigia, i Titans (diventati poi Jets), iniziarono un lento declino di cui nessuno, in un primo momento si accorse. “Eravamo troppo impegnati a far meglio dei Titans anno dopo anno per pensare ad una strategia a medio-lungo termine”, ha dichiarato in seguito Wellington. Negli anni settanta i Giants cambiarono 4 volte lo stadio in cui giocare le partite casalinghe, muovendosi in 3 stati diversi, fino a stabilirsi nel 1976 al Giants Stadium, nelle Meadowlands. Otto anni dopo anche i New York Jets si trasferirono al Giants Stadium, a dimostrazione degli ottimi rapporti fra le 2 franchigie, iniziati proprio in occasione della fusione fra le due leghe quando i Mara non si opposero all’ingresso dei Titans. Al di là dei cambiamenti del campo di gioco, poco era mutato riguardo la competitività della squadra che continuava a restare fuori dalle partite che contano. I Giants chiusero all’ultimo o al penultimo posto per ben 8 volte negli anni settanta. Con l’arrivo di Bill Parcells come capo allenatore i Giants sono tornati ai vertici della lega vincendo il Super Bowl nel 1986 e nel 1990, anno in cui Wellington Mara ha venduto metà della proprietà della franchigia ad uno degli uomini più ricchi della nazione, Robert Tisch. Pochi mesi dopo la vittoria del secondo Super Bowl, Parcells a sorpresa si dimette da head coach costringendo i Giants a promuovere Ray Handley, allenatore dei running back. Handley dimostrò palesemente i suoi limiti soprattutto in quella che è passata alla storia come una delle peggiori controversie fra quarterback nella storia della NFL. I giocatori coinvolti erano Phil Simms, titolare nel primo Super Bowl e MVP della partita, e Jeff Hostetler, titolare nel secondo a causa di un infortunio di Simms. Handley scelse Hostetler ma fu costretto a schierare Simms quando il titolare fu vittima di un infortunio. Trattandosi di New York la disputa fra i due venne ingigantita fino all’impossibile creando anche pericolose divisioni fra i tifosi. Uno dei punti bassi della carriera di Handley è stata la conferenza stampa in cui aggredì un giornalista che gli aveva fatto una domanda sulla controversia. Nonostante tutto Handley venne confermato per un'altra stagione prima di essere invitato ad andarsene insieme a Hostetler. Al suo posto venne assunto Dan Reeves che in precedenza aveva guidato i Denver Broncos a 3 Super Bowl. Le sue stagioni nella Grande Mela non saranno certo ricordate come le migliori nella storia della franchigia: 1 solo approdo ai playoff ed 3 anni mediocri conclusi con un record totale di 20 vittorie e 28 sconfitte. Gli unici momenti degni di nota sono la figuraccia rimediata dai tifosi nell’ultima partita del 1995 contro i San Diego Chargers (furono cacciati dallo stadio oltre 200 fan dei Giants per aver mandato K.O. un allenatore dei Chargers lanciandogli contro palle di neve) e il ritiro del mitico linebacker Lawrence Taylor nel 1993. Nel 1997 al posto di Reeves è stato chiamato colui che ancora oggi allena i Giants, Jim Fassel. Dopo 2 anni di problemi nel ruolo di quarterback New York riesce finalmente ad assicurarsi un giocatore di alto livello in Kerry Collins. Nella stagione 2000 i Giants vengono ancora considerati una squadra in transizione ma sotto la guida di Collins e del difensore Michael Strahan, diventato ormai uno dei leader della franchigia, riescono ad arrivare al Super Bowl. Nella finale per il titolo New York però non riesce a superare una delle migliori difese nella storia della NFL, quella dei Baltimore Ravens, e vengono sconfitti 34 a 7. L’unico motivo di festeggiamenti nella stagione 2001 è stato il record NFL di sack in una stagione fatto segnare da Strahan con 22 e mezzo. Il giocatore è riuscito nell’impresa soltanto nell’ultima partita e con una giocata piuttosto dubbia da parte dell’avversario, il quarterback Brett Favre, che sembra quasi aver voluto regalare a Strahan l’ultimo sack necessario per battere il precedente record. Anche il finale di stagione dello scorso anno è stato accompagnato dalle polemiche, questa volta rivolte agli arbitri. In una partita di playoff, decisiva quindi per l’avanzamento al turno successivo, gli arbitri hanno dichiarato conclusa la gara su un field goal mancato dai Giants viziato da un fallo degli avversari. Il regolamento prevedeva per New York la possibilità di calciare nuovamente il field goal ed eventualmente vincere così la partita ma gli arbitri non hanno voluto sentire le proteste dei Giants. Nei giorni successivi è arrivata una lettera di scuse da parte della NFL per l’arbitraggio scadente ma questo non ha fatto altro che unire la beffa al danno subito dalla franchigia.
Angelo Perrino
Articolo di Ale del 1/09/2003 delle ore 14:04
Completata la prima settimana allo U.S. Open di New York, con i tabelloni maschile e femminile allineati agli ottavi di finale. Mai come quest'anno la seconda settimana del torneo, quella decisiva, si presenta interessantissima, vista la presenza di tutti i grandi favoriti della vigilia, per di più in ottime condizioni.
Se però un tranquillo passaggio dei primi turni per le ragazze ai vertici delle classifiche mondiali è di norma prevedibile, il cammino netto delle prime 7 teste di serie del tabellono maschile non è sempre assicurato. Ma in queste prime 3 partite i grandi nomi del circuito maschile si sono sempre imposti con buona autorità, alcuni hanno faticato più di altri, ma nessuno ha veramente richiato di andare fuori. Chi ha impressionato di più è stato sicuramente "nonno" Agassi, che con i suoi 33 anni suonati è il giocatore più vecchio ancora in gara, ma stando al modo in cui ha asfaltato lo svedese Vinciguerra e il ritrovato Kafelnikov, anche il più in palla. Sta ritrovando la forma migliore anche Roger Federer, vincitore a Wimbledon, che dopo il primo turno non ha più perso un set liquidando prima il francese Lisnard e poi l'idolo di casa James Blake. Bene anche Andy Roddick, facile contro il brasiliano Saretta, e Juan Carlos Ferrero, uscito vittorioso da un incontro sulla carta non facile contro il tenace argentino Chela. Lleyton Hewitt ha approfittato del ritiro del suo avversario Stepanek, mentre Carlos Moya ha dovuto combattere per 4 tirati set per superare il cileno Nicolas Massu. Tra le donne passeggiano, ed impressionano, Kim Clijsteres e Justine Henin, le due belghe prime teste di serie del torneo, mentre l'acciaccata Lindsay Davenport deve sudare 3 set per avere la meglio dell'emergente russa Nadia Petrova. Da lunedì, festa negli Stati Uniti per il Labor Day, cominciano gli ottavi di finale, dove Francesca Schiavone proverà, unica italiana ancora in grado di farlo, a difendere i nostri colori contro la giapponese Ai Sugiyama. Tra gli altri, match molto interessanti quelli tra Federer e Nalbandian, 4-0 i precedenti in favore dell'argentino, e tra Hewitt e il tailandese Srichaphan, autentica mina vagante del torneo. La corsa verso la finale è cominciata.
Ale


