Articolo di Andrea M. del 31/10/2003 delle ore 14:10
Anche se non ci siamo trasferiti in un’aula di tribunale, e non ci sono veri processi in corso (quello a Kobe Bryant basta e avanza) la pre-season di New Jersey ha decretato un primo verdetto. La difesa dei Nets si sta confermando il punto forte anche in questa fase di riscaldamento. I ragazzi di Byron Scott hanno concesso agli avversari di sconfinare oltre i 90 punti solo nella partita (persa 95-90) con i Boston Celtics, che probabilmente hanno ancora il dente avvelenato per le batoste rimediate nelle ultime due serie di playoff. In tutte le altre gare, agli sfidanti è stata concessa una media di 81 punti, che scende addirittura sotto i 60 se si considera solo la fase della partita in cui la presenza dello starting five ha maggiore incidenza, vale a dire durante i primi tre quarti.
I Nets si stanno impegnando strenuamente su questa fase del gioco poiché sono ben coscienti che nella NBA, soprattutto quando il gioco si fa duro, le partite si vincono in difesa. Analizzando le statistiche della scorsa stagione emerge che tra le squadre con la più bassa media punti concessa ci sono gli Spurs, i Pistons e i Nets. Il caso vuole che Pistons e Nets si siano disputati la finale della Eastern Conference, e che gli Spurs si siano laureati Campioni dl Mondo. E agli allenatori poco importa se le partite a punteggio basso hanno ascolti bassi o che i media non vorrebbero rivedere i Nets in finale perché potrebbero far calare l’audience. L’unica cosa che importa è vincere. E a New Jersey la fame di vittorie non si è ancora placata, perché arrivare in finale è bello, ma vincerla sarebbe fantastico. Scott sembra stia utilizzando gli incontri di pre-season per consolidare questa grinta difensiva e trasmetterla anche ai nuovi arrivati. Siamo vicini alla certezza che la difesa dei Nets non sia più una questione di talenti individuali ma una vera e propria mentalità di squadra. I migliori giocatori difensivi, infatti, in queste prime otto partite (che New Jersey ha chiuso con un record di 5-3) si sono visti ben poco. Kidd ha fatto solo tre apparizioni giocando una media di 29 minuti a gara. Martin ne ha giocate solo sei, anche lui con minutaggio ridotto. Richard Jefferson è perfettamente in sintonia con lo staff tecnico: “Non siamo come Sacramento o Dallas, il loro sistema di gioco e il loro potenziale gli permette di superare spesso i 100 punti per partita e di concedersi qualche pausa in fase difensiva. Noi vogliamo invece che i nostri avversari segnino il meno possibile, li costringiamo a tirare male……è il nostro marchio di fabbrica ormai”. Per quanto possa essere limitato il potenziale offensivo degli avversari, per vincere è sempre necessario fare almeno un punto in più, e le percentuali dei Nets di ottobre non lasciano molto ben sperare in tal senso. L’attacco, eccezion fatta per i 101 punti dell’esordio contro Phoenix, non è ancora un motore ben oliato. Byron Scott non ha ancora spremuto i suoi titolari ed è ancora alla ricerca della giusta rotazione della panchina alla quale, a volte, è troppo vincolato. Qualcuno però sta tentando di individuare un soggetto contro il quale poter puntare il dito. Sotto accusa Kittles è un discreto difensore sulla palla e più che buono sulle linee di passaggio, capita però troppo spesso che, contro le guardie abili nel movimento senza palla o amanti dell’uno contro uno, Kidd debba intervenire a tamponare i buchi. Ma Scott sembra accettare questa situazione. Kittles non è un gran penetratore, ma compensa con la sua grande velocità in campo aperto, e il suo 42% al tiro non è del tutto disprezzabile. I Nets di oggi, oltre a confidare nelle capacità di Kidd di trovare sempre l’uomo smarcato, sperano che le difese avversarie raddoppino la palla in post basso, in particolar modo se a giocarla sono Mourning o Martin. Da queste situazioni potrebbero nascere facili scarichi sul perimetro, sui quali Kittles deve dimostrarsi pronto ed efficace a trasformarli in canestri pesanti. Troppo spesso abbiamo visto Double K rifiutare dei tiri abbastanza comodi, improvvisando inutili finte o improbabili palleggi tra le gambe, per poi lasciare che gli altri levassero le castagne dal fuoco al posto suo. Ogni mancato impatto sulla partita è coinciso con l’immediata uscita a favore di un Lucious Harris che, specialmente nelle serie di playoff, si è sempre dimostrato più pronto e aggressivo. E’ probabile che Kittles non abbia ancora digerito quelle infinite sostituzioni, soprattutto dopo lo sciagurato ultimo quarto di Gara 6 di finale con San Antonio. Fino al terzo periodo Double K è stato probabilmente (e finalmente) uno dei migliori in campo finchè, puntuale come un orologio svizzero, è scattata la severissima e precisissima rotazione di Byron Scott. Scott ha recentemente ammesso che quello è stato uno dei più grossi errori e rimpianti della sua carriera. Non è una dichiarazione che cambia il passato, ma sono parole che possono rinvigorire e dare fiducia alla delusa guardia titolare dei Nets. Ve l’avevamo detto… Fortunatamente per i Nets il danno è meno grave del previsto, e con un paio di trattamenti del chiropratico di fiducia, il collo di ‘Zo è già stato rimesso in sesto. Vi avevamo anche già accennato del possibile dualismo proprio tra Mourning e Kenyon Martin ma, ufficialmente, nessuno dei due giocatori ha mostrato segni di malcontento. Martin, che forse ha imparato a riconoscere le provocazioni, con molta calma e tranquillità si è limitato a queste dichiarazioni: “Non importa chi ha più possessi o chi segna di più, l’importante è vincere……è normale che ‘Zo attiri su di se tutte le attenzioni, He is the Man!”. Per valutarlo dovremo però aspettare ancora qualche giorno, poiché Grand Kenyon, si è procurato un infortunio al pollice della mano destra ed è in forse per le prime due partite di regular season. Anche se l’infermeria si sta affollando, i Nets sono pronti e gasati, il 29 ottobre si avvicina e i Timberwolves sono ansiosi di sfidare i Campioni dell’Est. Niente male come avvio di stagione!
Tra le giustificazioni di questa scarsa produttività offensiva, possiamo aggiungere le mani ancora fredde dei tiratori e la mancanza del ritmo da “partita vera”.
Gli occhi dello staff e soprattutto quelli dei tifosi più attenti sono concentrati su Kerry Kittles, sicuramente l’elemento più debole del quintetto base.
Non è improvvisamente diventato un brocco, ma è più che lecito pretendere di più dalle sue prestazioni, in particolare in termini di continuità.
L’unica cosa che lo staff pretende da lui è un forte senso della responsabilità, ovvero un maggior numero di tiri (possibilmente precisi), con conseguente pericolosità costante dal perimetro.
Il Coach fa uscire la sua guardia titolare, per dimenticarsela poi in panca per quasi tutto il quarto, durante il quale gli Spurs hanno piazzato il parzialone vincente.
…che le condizioni fisiche di Alonzo Mourning sono sempre molto vicine allo stato di allerta: la scorsa settimana il Guerriero ha lamentato un forte dolore al collo e i più pessimisti hanno subito pensato a una possibile infiammazione dei nervi e all’impossibilità di curarla velocemente a causa dell’incompatibilità tra la malattia renale e gli antinfiammatori.
A sollevare un po’ di polverone ci pensano però i media di New Jersey e dintorni, che stuzzicano continuamente Martin sottolineando che durante la pre-season, in caso di contemporanea presenza sul campo, la palla finiva prevalentemente nelle mani di Mourning.
Speriamo che K-Mart pensi veramente al bene della squadra e non soffra di gelosia, perché se questa coppia dovesse entrare in sintonia, ad est sarà praticamente impossibile fermarla.
A fargli compagnia in lista infortunati potrebbe esserci anche Harris, che lamenta un forte, e non ancora identificato, dolore alla schiena.
Andrea M.
Articolo di Max Giordan del 31/10/2003 delle ore 14:07
Tra il 1941 e il 1956, per ben 7 volte (1941, 1947, 1949, 1952, 1953, 1955, 1956) le World Series presentarono il classico scontro della Grande Mela tra i New York Yankees e i Brooklyn Dodgers, le due formazioni che dominarono rispettivamente la American e la National League in quelle due decadi. Quelle memorabili sfide furono quasi sempre favorevoli ai Bronx Bombers, che sconfissero i rivali in 6 occasioni su 7: soltanto nel 1955, i Dodgers riuscirono a prevalere, conquistando l’unico titolo mondiale targato Brooklyn.
Nonostante il netto predominio degli Yankees, le serie furono sempre molto combattute, infatti, ben 4 di queste si chiusero alla settima partita; ovviamente, questi leggendari incontri presentarono così tanti episodi e momenti indimenticabili, che sarebbe impossibile elencarli tutti. Tuttavia, possiamo ricordare: · 1941: la serie è sul 2-1 in favore degli Yankees, ma in gara 4 i Dodgers conducono 4-3 nel nono inning con due eliminati e le basi vuote; sul conteggio di 3-2 il pitcher di Brooklyn Hugh Casey lancia una curva perfetta che inganna il battitore Tommy Henrich. Terzo strike, terzo eliminato, i Dodgers vincono la partita ed impattano la serie, ma… Il catcher Mickey Owen non trattiene la pallina, permettendo a Henrich di raggiungere la prima base; gli Yankees hanno ricevuto un regalo inaspettato e lo sfruttano alla perfezione, segnando 4 punti. New York vince la partita 7-4 e conquista il titolo mondiale il giorno dopo contro i Dodgers ormai demoralizzati. Al termine di quella serie, il giornale Brooklyn Eagle conierà il celebre motto “Wait till next year!”, augurandosi una vittoria dei Dodgers nell’annata successiva. · 1947. Gara 4: il semi-sconosciuto Floyd “Bill” Bevens, mediocre pitcher di 30 anni che in stagione aveva completato un bilancio di 7-13, disputa la partita della vita, lasciando i Dodgers senza valide per otto inning e 2/3; gli Yankees stanno vincendo 2-1 e Bevens potrebbe realizzare il primo no-hitter nella storia dei playoff, anche se ci sono 2 uomini sulle basi. Purtroppo, Cookie Lavagetto, inserito come pinch bitter, rovina i sogni di Bevens, battendo un doppio che consegna la vittoria a Brooklyn. Gara 6: questo incontro memorabile fu vinto 8-6 dai Dodgers che impattarono la serie sul 3-3; la partita sarà per sempre ricordata per la fantastica presa al volo di Al Gionfriddo che derubò Joe DiMaggio di un HR; il celeberrimo fuoriclasse degli Yankees aveva già raggiunto la seconda base, ma rimase talmente deluso dal mancato fuoricampo che scalciò nervosamente la sabbia del diamante. Per molti addetti ai lavori, quella fu una delle pochissime occasioni in cui lo Yankee Clipper perse la sua proverbiale calma; nonostante la sconfitta in gara 6, i Pinstripers conquistarono il titolo mondiale nel settimo incontro. · 1955: gli Yankees vincono le prime due partite della serie in casa, ma i Dodgers ribaltano la situazione, aggiudicandosi le tre sfide centrali disputate ad Ebbets Field, il mitico impianto di Brooklyn; il successo dei Bronx Bombers in gara 6 forza la serie ad una leggendaria settima partita. Dopo aver perso sette World Series (di cui le ultime cinque contro gli odiati Yankees), i Dodgers raggiungono finalmente il sospirato titolo mondiale, sconfiggendo New York 2-0; eroe della partita fu il pitcher Johnny Podres che, grazie ad uno shutout, fu premiato con il primo titolo di MVP della serie finale mai assegnato. Tuttavia, il momento più spettacolare della partita avvenne nel sesto inning quando, con due uomini sulle basi e nessun eliminato, Yogi Berra si presentò sulle basi; il famosissimo catcher degli Yankees batté una lunga volata verso gli esterni che però fu miracolosamente raccolta al volo da Sandy Amoros. Non va dimenticato assolutamente il contributo di Duke Snider che complessivamente realizzò 4 HR, pareggiando il proprio record del 1952. Ovviamente, si potrebbero elencare altri momenti emozionanti, ma forse il più famoso avvenne l’8 ottobre 1956, durante gara 5 delle World Series: Brooklyn aveva vinto le prime due partite interne, ma gli Yankees avevano prontamente pareggiato la serie, preparando gli spettatori ad un memorabile quinto confronto. Il manager di New York, Casey Stengel, aveva sorpreso gli osservatori, selezionando come partente Don Larsen che nella seconda partita era stato sostituito dopo appena due inning. Durante la propria carriera nelle majors, Larsen si era rivelato un pitcher discreto, ma mai dominante; nel 1953 (quando vestiva la maglia dei Baltimore Orioles) totalizzò appena 3 vittorie contro 21 sconfitte, mentre in quel 1956, chiuse la stagione con un bilancio di 11-5. Dopo la pessima gara 2 nelle World Series, Larsen si era convinto che non sarebbe stato più utilizzato, tanto che trascorse la notte precedente a gara 5 ad ubriacarsi nei locali di New York, dormendo appena un’ora. Ciononostante, Larsen affrontò 27 battitori avversari ed, eliminandoli tutti, mise a segno un clamoroso perfect game (tra l’altro, primo e finora unico no-hitter nella storia dei playoffs); per cinque volte i Dodgers andarono vicini a rovinare il capolavoro di Larsen, tuttavia la sorte non girò mai le spalle al pitcher degli Yankees: 1) 2° inning: una linea di Jackie Robinson esce dal guanto del terza base Andy Carey, ma lo shortstop Gil McDougald riesce a recuperare e ad effettuare l’eliminazione in prima. 2) 5° inning: Gil Hodges spedisce la pallina sull’esterno centro, ma Mickey Mantle compie una straordinaria presa al volo. 3) 5° inning: Sandy Amoros batte una lunga volata, che all’ultimo momento esce in foul (sarebbe stato un fuoricampo). 4) 7° inning: Gil McDougald mette a segno una difficile eliminazione forzata su Junior Gilliam. 5) 8° inning: Gil Hodges batte una radente che viene presa al volo da Andy Carey a pochi centimetri dal terreno di gioco. Gli Yankees segnarono una volta al quarto, grazie al fuoricampo di Mickey Mantle con due out, e una al sesto fissando il punteggio sul 2-0 finale. Quando Larsen salì sul monte per la ripresa conclusiva, ricevette un’ovazione memorabile dal pubblico dello Yankee Stadium; dopo due facili out, si presentò al piatto Dale Mitchell, l’ultimo ostacolo da superare per ottenere il perfect game. Sul conteggio di 1-2 Larsen, dopo aver mormorato a se stesso Please help me get out of this, effettuò un lancio che, ritenuto (forse a ragione) ball, fu fatto passare dal battitore di Brooklyn: l’arbitro, invece, lo giudicò strike, provocando un’esplosione di gioia da parte dei giocatori degli Yankees che corsero verso il loro compagno di squadra: i tifosi del Bronx erano esaltati, sapendo di aver preso parte a qualcosa mai visto prima e forse irripetibile in seguito. Gli spettatori, inoltre, poterono assistere al sesto (quarto del secolo) perfect game della storia a distanza di 37 anni dal capolavoro di Charlie Robertson dei White Sox contro Detroit. I Dodgers, sotto 2-3, avevano a disposizione due partite interne per ribaltare la serie, ma dopo il successo in gara 6, furono sconfitti nel settimo incontro; grazie al perfect game, Don Larsen fu premiato con il titolo di MVP. Quello fu l’ultimo derby newyorchese tra le due compagini, infatti, al termine della stagione 1957 i Dodgers lasciarono Brooklyn per Los Angeles, mandando in disperazione numerosissimi tifosi, privati dei loro beniamini; in quello stesso anno, anche i Giants abbandonarono la Grande Mela, approdando a San Francisco. Soltanto nel 1962, New York poté riabbracciare una formazione di National League, quando debuttarono i Mets. Tornando a Larsen, va ricordato che in quel giorno di ottobre del 1956, completò l’unico lampo della propria carriera: le 11 vittorie di quella stagione furono il massimo che ottenne nelle majors, e addirittura nel 1960, quando vestiva la maglia dei Kansas City Athletics, compilò un bilancio di 1-10. In tutta la propria carriera, iniziata nel 1953 e terminata nel 1967, Larsen vestì le maglie dei St. Louis Browns, Baltimore Orioles, New York Yankees, Kansas City Athletics, Chicago White Sox, San Francisco Giants, Houston Astros, Baltimore Orioles e Chicago Cubs, completando un bilancio totale di 81 vittorie e 91 sconfitte; a differenza della maggioranza dei pitcher, Larsen fu un discreto battitore che in carriera completò una media di .242 con 14 HR e per ben 66 volte fu utilizzato come pinch hitter. Dopo il ritiro, Larsen abbandonò il mondo del baseball. Nel 1999, gli Yankees organizzarono una manifestazione per onorare Yogi Berra, durante la partita dei Pinstripers contro i Montreal Expos: il primo lancio simbolico (ovviamente ricevuto dal celeberrimo catcher) fu effettuato proprio da Don Larsen; incredibilmente, in quella giornata David Cone realizzò il sedicesimo perfect game nella storia del Major League Baseball. Nel 2000, in occasione delle World Series tra Yankees e Mets, a Don Larsen fu concesso l’onore del lancio simbolico prima di Gara 1. Chiudiamo l’articolo, ritornando sulla lunga serie di sfide tra Yankees e Dodgers: dopo il trasferimento in California, le due squadre si ritrovarono nelle World Series altre 4 volte, dividendosi i successi, infatti New York prevalse nel 1977 e nel 1978, mentre Los Angeles nel 1963 e nel 1981. Complessivamente (quindi considerando anche il periodo di Brooklyn), la due squadre si sono affrontate 11 volte, un record per le World Series, con 8 vittorie per gli Yankees e 3 per i Dodgers.
(Scritto da Stefano Quaino per playitusa.com )
Max Giordan
Articolo di Max Giordan del 31/10/2003 delle ore 13:42
Sono i Florida Marlins ad aggiudicarsi questa gara 6 laureandosi per la seconda volta campioni del mondo. Esattamente come nel 1997, sono partiti dalla Wild Card della National League ed hanno percorso tutto il cammino fino alla conquista dell'anello. Sulla loro strada hanno incontrato tre delle franchigie più quotate delle majors: i Giants di Barry Bonds, i Cubs del duo delle meraviglie Wood-Prior ed infine i soliti New York Yankees che sono giunti alle World Series per la sesta volta negli ultimi 8 anni!
L'MVP di gara 6 e della serie è stato Josh Beckett, il 23enne lanciatore destro ha infatti concluso con un "complete game shutout" (partita giocata per intero e senza concedere punti) la stagione della sua esplosione tra i professionisti. Beckett ha giocato 9 inning straordinari, senza mai essere messo sotto grossa pressione dalle mazze newyorkesi a cui ha concesso solo 5 valide e 2 basi-ball condendo il tutto con ben 9 strike-out! Anche il suo avversario sul monte, Andy Pettitte ha lanciato alla grande per 7 innings in cui ha concesso 2 punti (1 solo sul suo conto) e 7 valide. Nelle due gare delle WS in cui è stato il partente, Andy ha sulla coscienza solo 1 punto in ben 15 innings e due terzi con una strabiliante media ERA di 0.57! La sfida è stata quindi dominata dai lanciatori che hanno messo a tacere i battitori avversari; gli Yankees, in particolare, hanno deluso alla grande e, proprio nel momento in cui avrebbero dovuto riscattare le deludenti prove fornite in gara 4 e 5, hanno fallito miseramente. Boone ha chiuso le WS con una media battuta di .143, Posada di .158, Soriano .227 (ma era a soli.158 prima del 2 su 3 odierno) e il grande Jason Giambi a .235. Soriano e Giambi, leaders della squadra per HR e RBI, sono i veri capri espiatori: - Jason ha abbandonato la squadra nella importantissima gara 5 per un dolore alla gamba che avrebbe potuto curare con calma nella off-season scendendo in campo con degli anti-dolorifici. - Soriano invece è alla sua prima apparizione alla serie finale e se saprà imparare dai suoi errori potrà diventare un giocatore dominante nel prossimo futuro. Neanche le mazze della Florida hanno chiuso con numeri strabilianti, ma sono state molto più produttive nei momenti decisivi e con gli uomini sulle basi, battendo gli Yankees proprio dove loro sono sempre stati i più forti. Gara 6 si è giocata allo Yankee Stadium, nel Bronx, tutto esaurito come al solito in partite di questa importanza. Torre, con le spalle al muro, mette il suo uomo migliore, Andy Pettitte, sul monte e rivoluziona ancora il lineup mettendo Soriano al numero 9, Giambi al 6 e scegliendo ancora Karim Garcia nel ruolo di esterno destro e Boone in terza base. I titolari sono dunque: 1-Derek Jeter (SS) Il lineup è simile a quello delle ultime due gare con l'unica eccezione del battitore designato (Conine) al posto del pitcher visto che si applicano le regole della American League. I Marlins che scendono in campo sono: 1-Juan Pierre (CF) La vera svolta della partita si ha nella parte alta della quinta frazione: Pettitte ha già eliminato due battitori (Lee ed Encarnacion) quando al piatto si presenta Alex Gonzalez, autore del fuoricampo decisivo in gara 4. Gonzalez colpisce un singolo che viene bissato da Pierre; quando anche Castillo colpisce una valida, Gonzalez innesca la quinta marcia e con una scivolata da antologia del baseball segna un punto evitando la mano protesa di Posada (Marlins 1- NYY 0). Nella parte bassa dell'inning tutti si aspettano la reazione degli Yankees che invece persistono nel gettare alle ortiche le occasioni favorevoli che gli si presentano: Garcia è infatti in posizione punto (2B) quando Soriano prima e Jeter poi si fanno eliminare. I Marlins sono molto più attenti e sfruttano al meglio le disattenzioni della difesa avversaria: è proprio un errore di lancio di Derek Jeter, di solito infallibile nei fondamentali difensivi, a mettere in base Jeff Conine, il quale, dopo una base ball regalata a Lowell ed ad un bunt di Lee, segna grazie ad una volata di sacrificio di Juan Encarnacion (Marlins 2- NYY 0). Da qui in avanti non succede più nulla di interessante grazie all'eccellente lavoro di Beckett, Pettitte e di Mariano Rivera, che Torre avrebbe fatto meglio ad usare nel finale di gara 4 invece di inserire il pessimo Weaver! Il vincente è dunque Josh Beckett [1W-1L ERA 1.10] nominato MVP della gara e della serie, il perdente è l'ottimo Andy Pettitte [1W-1L ERA 0.57]. I Marlins vincono con merito il loro secondo anello, mentre gli Yankees dovranno riflettere molto durante la off-season per capire i motivi di questa sconfitta e cercare quindi delle soluzioni adeguate. Quelli appena terminati sono comunque stati dei play-off eccezionali, come non se ne vedevano da anni: - la sfida tra Oakland e Red Sox in cui i bostoniani sono riusciti a rimontare dallo 0 a 2. - il duello tra i Cubs e i Marlins, con lo spettatore di Chicago che ruba la palla decisiva ad un suo giocatore regalando la vittoria della partita e della serie alla squadra avversaria. - la battaglia storica tra New York Yankees e Boston Red Sox conclusasi solo all'undicesimo inning di gara 7. Ci ricorderemo dunque a lungo di questo 2003 e potremo consolarci godendoci un inverno ricco di scambi di giocatori e siluramenti eccellenti (Grady Little, manager dei Red Sox è già stato licenziato) in attesa che il nostro gioco preferito ricominci nella prossima primavera.
I Marlins hanno saputo ribaltare tutti i pronostici che li vedevano sfavoriti dapprima nella corsa alla Wild Card della NL, poi in tutte le serie di play-off e hanno conservato l'imbattibilità nelle serie di post-season.
2-Nick Johnson (1B)
3-Bernie Williams (CF)
4-Hideki Matsui (LF)
5-Jorge Posada (C)
6-Jason Giambi (DH)
7-Karim Garcia (RF)
8-Aaron Boone (3B)
9-Alfonso Soriano (2B)
McKeon cambia la rotazione dei partenti mandando in campo Beckett al posto del deludente Redman di gara 2.
2-Louis Castillo (2B)
3-Ivan Rodriguez (C)
4-Manuel Cabrera (LF)
5-Jeff Conine (DH)
6-Mark Lowell (3B)
7-Derrek Lee (1B)
8-Juan Encarnacion (RF)
9-Alex Gonzalez (SS)
I primi innings sono letteralmente dominati dai pitchers tanto che alla fine del 4° sul tabellone ci sono solo 4 valide totali.
(Scritto da Francesco Gasparetti per playitusa.com )
Max Giordan
Articolo di Angelo Perrino del 30/10/2003 delle ore 18:52
Proprio nella partita più difficile di questa prima parte di stagione, la trasferta contro gli imbattuti Minnesota Vikings, i New York Giants hanno colto un importante successo che pone fine alla loro serie di sconfitte consecutive e li fa tornare in corsa per i playoff grazie alla contemporanea sconfitta dei Dallas Cowboys. Per tre quarti di gara però i Giants avevano confermato tutti i loro problemi nell’arrivare nella end-zone. Ancora una volta la squadra allenata da Jim Fassel arrivava nella end-zone avversaria ma non riusciva a chiudere il drive con i 7 punti. Un touchdown dopo solo 5 minuti illudeva Collins e compagni che dovevano aspettare fino alla metà dell’ultimo quarto per vedere uno di loro entrare nella end-zone dei Vikings. Nel mezzo ci sono stati tanti punt, 3 field goal trasformati dal kicker Brett Conway ed un lancio del quarterback intercettato da Minnesota che faceva temere un’altra prestazione come quella contro New England e Miami (9 palle perse in totale).
Nel finale di partita comunque New York trovava due grandi giocate con special team e difesa e sull’onda dell’entusiasmo segnava i 2 touchdown che chiudevano la partita. Il primo gioco che spostato il “momentum” in favore dei Giants è nato dall’ennesimo errore degli special team. Nell’ultimo quarto Minnesota poteva chiudere la partita perché conduceva di un punto ed aveva bloccato un punt avversario sulle 5 yard dei Giants. Invece i Vikings non riuscivano a recuperare il pallone perché Wes Mallard era più rapido di loro e non solo evitata un sicuro touchdown ma guadagnava addirittura un primo down con una corsa di 20 yard. “Sapevo di essere dietro la linea di scrimmage e che avrei potuto farcela quindi ho iniziato a correre senza pensare ad altro. Intorno a me non c’era nessuno e sono riuscito a rimediare all’errore commesso in precedenza quando mi ero fatto sfuggire proprio il giocatore che aveva bloccato il punt”, ha dichiarato il linebacker di New York. Dal possesso i Giants non hanno ottenuto neanche un punto ma per impedire a Minnesota di portare ad 8 il loro vantaggio è salito in cattedra il leader dei Giants, il defensive tackle Michael Strahan. Nel possesso successivo la squadra di casa riusciva ad arrivare fino alle 26 yard avversarie grazie alle corse del running back Moe Williams che non aveva trovato nessuna resistenza da parte dei giocatori avversari ed aveva guadagnato 48 yard con 2 corse. La difesa di New York era visibilmente in difficoltà: “Dovevo fare qualcosa per aiutare la squadra. Il loro drive li stava portando facilmente verso la nostra end-zone e le cose non si stavano mettendo bene per noi”, ha detto Strahan. Al primo down dei Vikings il defensive end riusciva a bloccare Onterrio Smith facendogli guadagnare poche yard ma era negli altri 2 tentativi di Minnesota che Strahan otteneva quelle che a fine partita Fassel chiamerà “giocate da Hall of Fame”. Il difensore in entrambe le occasioni superava il blocco dell’ex compagno di squadra Mike Rosenthal e registrava 2 sack del quarterback avversario facendo arretrare abbastanza gli avversari da costringerli al punt invece che ad un field goal da 49 yard. “I due sack di Michael sono stati straordinari. Non solo li ha bloccati mentre erano convinti di avere già 7 punti in tasca ma, insieme al recupero di Wes, ci ha dato la scossa per vincere. Avevamo bisogno che qualcuno creasse qualcosa e il fatto che sia stato lui non stupisce perché non è la prima volta che Michael ci trascina nei momenti decisivi”, ha dichiarato Barber. “Sul secondo sack ho avuto un po’ di fortuna perché io stavo semplicemente cercando di superare Mike quando ho visto arrivare Culpepper che correva nella mia direzione”, ha ammesso Strahan. Fortuna o no la scossa alla squadra era arrivata e già nel possesso successivo i Giants passavano in vantaggio. Il gioco decisivo è stata la ricezione del tight end Jeremy Shockey che una volta preso il pallone guadagnava 46 yard liberandosi senza problemi del marcatore avversario, il linebacker Chris Claiborne, resisteva ad un altro tackle e portava il pallone sulle 22 yard dei Vikings. “In allenamento proviamo spesso questo schema con 5 wide receiver. Qualche volta, come oggi, funziona e siamo stati fortunati perché la difesa avversaria ha abboccato”, ha dichiarato il tight end. “Per tutta la partita avevo chiesto al coach di chiamare questo gioco perché i linebacker marcavano ad uomo ed io ero più veloce di chi mi doveva controllare. Sono contento che se ne sia ricordato”, conclude Shockey. Favoriti anche da una penalità contro la squadra di casa per gioco pesante contro il quarterback avversario, New York segnava il touchdown del decisivo sorpasso con una corsa di Tiki Barber. La conversione da 2 punti non riusciva e i Giants erano quindi avanti soltanto di 5 punti quando mancavano 5 minuti e mezzo al termine della partita. Il tentativo di Minnesota di tornare in partita è però durato poco perché Culpepper si faceva intercettare il primo lancio del drive dal rookie Frank Walker che correva per 18 yard e consegnava il pallone a Shockey e compagni sulle 17 yard di Minnesota. Walker, alla prima partita stagionale, si trovava in campo soltanto per l’assenza del titolare Will Peterson, infortunato. “Ero certo che qualcosa sarebbe accaduto prima o poi perché i Vikings non lanciavano più verso Moss che era guardato da 2 o 3 giocatori ma cercavano soprattutto gli altri ricevitori”, ha detto Walker. Il giocatore verso cui era diretto il lancio era Keenan Howry, wide receiver che quest’anno prima dei 3 minuti finali contro i Giants non aveva al suo attivo neanche una ricezione. Fassel, memore degli errori del passato, non si accontentava di un field goal ma ordinava ai suoi di cercare i 7 punti che avrebbero tenuto a distanza di sicurezza Minnesota. Dopo 2 corse di Barber e Collins, lo stesso quarterback eseguiva un lancio non perfetto verso Ike Hilliard che riusciva però ad eludere la marcatura di Brian Williams e segnava il touchdown del definitivo 29 a 17. “Non è stato proprio il mio lancio migliore. Ike però è stato eccezionale ed è riuscito a prendere il pallone”, ha dichiarato Collins. Con la vittoria di Minnesota i Giants si trovano nella stessa situazione dello scorso anno: 3 vinte e 4 perse. Nella seconda parte della stagione la squadra di Fassel vinse 7 partite su 9 e guadagnò l’accesso ai playoff. “Spero che anche quest’anno le cose vadano così ma mancano ancora troppe partite per dire come finirà. Certo vincere in trasferta contro un team che era imbattuto può darci quella spinta che ci serviva ma in fondo si tratta di una partita soltanto”, ha dichiarato l’allenatore. Dalla partita contro i Vikings Fassel ha comunque ricavato la certezza che la squadra se non commette troppi errori (leggi palloni persi e special team) se la può giocare con chiunque. Collins ha lanciato sì un intercetto all’inizio del secondo quarto ma per il resto della partita ha giocato una discreta partita (375 yard e 2 touchdown lanciati). Il quarterback ha spiegato che “il merito della mia prestazione va allo staff tecnico che ci aveva preparato benissimo durante la settimana indicandoci i punti deboli della secondaria di Minnesota”. Il wide receiver che più ha approfittato delle indicazioni è stato sicuramente Hilliard (9 ricezioni per 100 yard). Il giocatore è rimasto in campo nonostante una botta al ginocchio rimediata sbattendo contro il terreno di gioco sintetico del Metrodome che si è gonfiato ma non gli ha impedito di segnare 2 touchdown. “Sono contento di avere vinto ma subito dopo la partita il mio pensiero è andato al ginocchio. Mi fa veramente male”, ha dichiarato il wide receiver. Un giocatore importante dal punto di vista tattico per i Giants è stato Shockey. Il tight end per tutta la partita (tranne in 2 azioni finali) è stato usato come aiuto per la linea offensiva ed ha svolto alla perfezione il compito. Nonostante la linea schierasse tre rookie e molti giocatori fuori posizione raramente i Vikings sono riusciti a mettere sotto pressione Collins. Una buona parte del merito (o demerito) va ovviamente anche alla difesa di Minnesota ma considerando le precedenti partite della linea dei Giants non è difficile notare segni di miglioramento. “Non importa quali schemi si chiamano se poi la linea non è solida. Oggi lo è stata ed abbiamo vinto”, ha dichiarato Barber. È andato molto più pesante nelle critiche il proprietario dei Vikings, Red McCombs, che a fine partita è sceso negli spogliatoi per parlare con i giocatori ed evidentemente non deve avere fatto passare i fatidici dieci secondi prima di dare fiato alle trombe perché quello che ha detto ha stupito tutti gli addetti ai lavori ed ha suscitato la reazione rabbiosa di qualche giocatore. “Non ci sono parole per definire il mio stato d’animo”, ha dichiarato uno di loro, “Dopo le sue parole mi sono guardato intorno ed ho visto che anche gli altri non credevano a quello che avevano sentito. È vero che oggi abbiamo perso la nostra prima partita dopo averne vinte sei di fila ma siamo stati in gara fino ai minuti finali e non mi sembra il caso di farne una tragedia”. Quello che McCombs ha detto di preciso non è stato divulgato. Si sa soltanto che il proprietario ha definito la sconfitta “umiliante” e i giocatori sono stati accusati di aver mancato di rispetto a quello che di più caro ha la franchigia: gli spettatori. Per quanto riguarda la prima accusa viene da chiedersi quale partita abbia visto McCombs mentre la sua seconda affermazione è stata la barzelletta che questa settimana ha fatto più ridere gli appassionati di football e forse sarà fonte di altro imbarazzo per McCombs nell’eventualità dovesse portare via i Vikings dal Minnesota. Il proprietario della franchigia, infatti, ha minacciato a più riprese di trasferirsi portandosi dietro la squadra e nell’ultimo periodo, proprio quando i tifosi erano entusiasti della squadra, le sue dichiarazioni sull’argomento non si sono fatte attendere. Soltanto 2 settimane fa McCombs ha dichiarato, con la squadra imbattuta, di non avere ancora escluso un trasferimento a Los Angeles mentre la settimana scorsa, subito dopo la vittoria contro Denver, ha detto “andremo nel primo posto che ci darà quello che vogliamo”. Alla faccia del rispetto verso i tifosi.
Un altro reparto che aveva dato grattacapi a Fassel in precedenza era la secondaria. Nel primo tempo contro Moss i giocatori hanno fatto poco o niente perché il wide receiver era insuperabile (5-121) ma nel secondo tempo, complici anche degli aggiustamenti operati dagli allenatori, il wide receiver ha guadagnato soltanto 4 yard prima che Tice decidesse di usare altri giocatori. "Hanno fatto davvero un ottimo lavoro per impedirgli di toccar palla”, ha detto Culpepper parlando di Moss, “Qualcosa abbiamo combinato ma altre volte proprio non c’era spazio per un passaggio”.
A fine partita Mike Tice, allenatore di Minnesota, ha ricociuto i meriti degli avversari ma ha anche ammesso di non essere riuscito a preparare adeguatamente i suoi giocatori: “Questo è quello che accade quando si inizia a credere a quello che gli altri dicono di te. I giocatori non danno il massimo e l’esecuzione degli schemi è imprecisa. Sia chiaro che la colpa è anche di noi allenatori perché il nostro compito è quello di risolvere proprio questi problemi ma oggi non ci siamo riusciti”.
Angelo Perrino
Articolo di Angelo Perrino del 23/10/2003 delle ore 21:02
“Non esagero se dico che quello che ci è accaduto ha dell’incredibile”. Così ha commentato la partita casalinga di New York contro Philadelphia l’allenatore dei Giants, Jim Fassel. La sua squadra era in vantaggio per 10 a 7 fino a 100 secondi dalla fine e tutto quello che doveva fare era calciare un punt abbastanza profondo da costringere gli Eagles (nessun timeout rimasto e attacco inefficiente per tutta la serata) ad una difficilissima rimonta. Il punter Jeff Feagles (uno dei più precisi della lega) eseguiva un punt troppo corto e Brian Westbrook, punt returner di Philadelphia, raccoglieva il pallone sulle proprie 20 yard dopo un rimbalzo anomalo del pallone che spiazzava i giocatori di New York.
Westbrook trovava sulla sua strada David Tyree che veniva però fermato con un blocco al limite del regolamento da un giocatore degli Eagles lasciando così campo libero al returner che non doveva fare altro che evitare Feagles, non certo un campione di velocità, ed entrare nella end-zone per il touchdown del sorpasso. “Sulla linea di scrimmage al momento dello snap qualche giocatore non ha bloccato molto bene e Jeff è stato costretto ad affrettare il calcio sacrificando qualcosa in precisione. Ha fatto un ottimo lavoro ma la palla è rimbalzata giusto verso Westbrook. Avevamo due ragazzi pronti a bloccarlo ma purtroppo non ci sono riusciti ed è andata come è andata”, ha detto Fassel. L’ultimo disperato tentativo di riportarsi in vantaggio New York non andava a buon fine e i Giants perdevano così la terza partita consecutiva e si facevano distanziare proprio dagli Eagles nella classifica della NFC East, chiusa proprio da New York con un record di 2 vittorie e 4 sconfitte. In testa alla classifica i Dallas Cowboys sono sempre più lontani (3 partite) e servirà un miracolo per tornare in corsa per il titolo divisionale anche se non siamo ancora a metà stagione. Delle ultime 5 sconfitte ben 3 sono arrivate a causa di errori degli special team e diventa difficile anche per Fassel trovare qualche giustificazione per così tanti problemi: “Sembra che ogni volta ci divertiamo a trovare qualcosa di nuovo”. Ancora più incredulo il defensive end Michael Strahan: “Non posso credere a quello che ho visto in campo. Sembra quasi che la nostra squadra dica ‘Quanti modi differenti ci sono per perdere una partita?’ e pian piano le stiamo trovando tutte”. I dirigenti le hanno provato proprio tutte, cambiando a ripetizione kicker e punter senza però ottenere nessun miglioramento. Sono arrivati addirittura ad indebolire gli special team avversari pur di avere qualche chance in più. È questo il caso di Brian Mitchell, kick returner portato via agli Eagles per togliere loro un importante arma offensiva ma che non ha prodotto gli effetti sperati perché gli Eagles sono stati bravi a trovarne il sostituto, Westbrook. Quest’ultimo è stato il protagonista della partita perché non solo è stato decisivo nel finale ma aveva anche segnato l’altro touchdown degli Eagles, una corsa di 6 yard all’inizio del primo quarto che aveva portato in vantaggio Philadelphia. Da quel momento in poi l’attacco degli ospiti non ha combinato più niente contro quella che ancora una volta si è confermata una delle migliori difese della lega (solo 134 yard guadagnate dagli Eagles). Il quarterback Donovan McNabb ha lanciato per sole 64 yard completando solo il 39 percento dei passaggi e spesso è sembrato indeciso su cosa fare con il pallone favorendo la difesa avversaria. L’attacco di Philadelphia nel secondo tempo ha guadagnato un solo primo down e in tutta la partita è entrata solo una volta nella metà campo di New York e soltanto grazie ad una penalità di 41 yard contro il cornerback Ralph Brown per pass interference. Quel drive si è poi concluso con l’unico touchdown dell’attacco degli ospiti. Il problema principale di New York, come già era successo nella partita contro New England, è stato l’attacco che ha guadagnato un buon numero di yard (339 a fine partita), ha tenuto il possesso palla (36 minuti contro 24 degli Eagles) ma è stato inconcludente una volta arrivato vicino alla end-zone avversaria. I due palloni persi dal tight end Jeremy Shockey ad inizio partita e dal quarterback Kerry Collins nell’ultimo quarto quando c’era la possibilità di chiudere la partita sono stati alla fine determinanti per la sconfitta dei Giants. Fassel per ridurre il numero di fumble era arrivato anche a far riposare il running back Tiki Barber che nelle ultime partite aveva manifestato qualche problema per inserire un ex degli Eagles, Dorsey Levens. Il back, al suo esordio in campionato nonostante le promesse fattegli durante l’estate, ha giocato una buona partita guadagnando 64 yard e portando la squadra sulle 5 yard avversarie nell’ultimo quarto prima che Collins perdesse il pallone. Un altro problema che assilla Fassel dall’inizio della stagione è la linea offensiva, poco robusta e molto inesperta. Quando nel primo quarto si è infortunato il migliore giocatore, il left guard Rich Seubert (frattura in 3 punti della gamba destra) si è temuto il peggio per le sorti dell’attacco dei Giants ma sorprendentemente la linea ha retto bene. “Siamo stati bravi ad aprire varchi per Barber e Levens e la loro capacità di sfruttare gli spazi e lottare per qualche extra yard ci ha dato molta fiducia”, ha dichiarato il right guard David Diehl. L’infortunio di Seubert (fuori 7-8 mesi) rimescola ancora una volta le carte perché Fassel sarà costretto a fare maggiore affidamento sui rookie ed è stato anche costretto a firmare il centro Omar Smith che lo scorso anno aveva giocato soltanto negli special team. Se a questo aggiungiamo anche la decisione di Fassel di non far giocare Ian Allen ecco che i Giants sono costretti a far partite titolare ben 3 rookie. “Ho già in mente chi schierare domenica contro Minnesota ma voglio vedere come andranno gli allenamenti in settimana”, ha detto Fassel. La gara contro gli imbattuti Vikings sarà la prima di una serie di 4 trasferte in 5 partite in cui i Giants non dovranno assolutamente sbagliare per sperare di ripetere le rimonte del passato e tornare in corsa per i playoff. Lo scorso anno il record era 3-4 ma New York riuscì, vincendo le ultime 4 partite, a guadagnare l’accesso ai playoff prima di essere eliminata dai 49ers a causa dell’ennesimo errore degli special team. C’è però anche un precedente sfavorevole: anche nel 1998 i Giants partirono 2-4 e nonostante una buona seconda parte di stagione chiusero con 8 vittorie e fallirono l’obiettivo postseason. “Io non sono tanto pessimista perché nel 1993 con gli Houston Oilers avevamo un record di 1-4 ma nonostante la squadra fosse meno dotata di questa siamo riusciti ad avere il miglior record della AFC”, ha dichiarato il linebacker Mike Barrow. “In passato abbiamo fatto delle buone cose ma stavolta il tempo a disposizione si sta esaurendo. Abbiamo bisogno di iniziare a vincere da subito. Sono convinto al 100 percento che ce la faremo. Sono soltanto dispiaciuto per il modo con cui abbiamo buttato al vento le vittorie contro Dallas e Eagles. Ora saremmo 4-2 e non subiremmo l’ironia e le critiche dei giornalisti ”, ha dichiarato Fassel. Gli fa eco il defensive tackle Keith Hamilton: “Adesso è dura. Non posso dire di essere sicuro che ce la faremo perché c’è poco tempo. Sono però sicuro che non verrà meno il nostro impegno perché la rassegnazione non è nel DNA della nostra squadra”.
Angelo Perrino
Articolo di Angelo Perrino del 16/10/2003 delle ore 20:52
Dopo le 4 palle perse contro i Miami Dolphins l’allenatore dei New York Giants, Jim Fassel, aveva chiesto ai suoi maggiore attenzione in campo per evitare errori anche contro i New England Patriots. Per sfortuna sua e dei tifosi di New York i giocatori non solo non lo hanno ascoltato ma hanno addirittura fatto peggio di sette giorni prima perdendo ben 5 palloni. La partita dei Giants iniziava nel peggiore dei modi perché già nella prima azione di gioco la difesa di New England intercettava un lancio di Kerry Collins. Il defensive end Richard Seymour riusciva a deviare il passaggio del quarterback ed il pallone finiva tra le mani del cornerback Tyrone Poole. I Patriots non riuscivano però ad approfittare della palla recuperata perché fallivano con Adam Vinatieri un field goal di 42 yard. Nel loro secondo possesso New York perdeva ancora una volta il pallone. Questa volta era il running back Tiki Barber che ricevuta la palla dal quarterback subiva il tackle di Poole, che aveva attraversato indisturbato la linea dei Giants, e si lasciava sfuggire il pallone. Matt Chatham, linebacker di New England, raccoglieva la palla e correva indisturbato per 38 yard portando così in vantaggio i Patriots.
Il running back nel possesso successivo di New York aveva la possibilità di riscattarsi perché era venuto a trovarsi completamente smarcato nella end-zone e non doveva far altro che ricevere il lancio di Collins. Invece Barber si faceva cogliere in controtempo e, nel tentativo di fermarsi per piazzarsi bene, scivolava e si vedeva passare il pallone del possibile pareggio sopra la testa. “Quando sono riuscito a separarmi dal mio marcatore, ho capito che Kerry avrebbe guardato me. Così è stato ma non sono riuscito a riceverlo. Anche se era un po’ indietro rispetto a me bisogna considerare che Kerry al momento del lancio era messo sotto pressione da molti Patriots e quindi la colpa è tutta mia”, ha dichiarato Barber. A parziale giustificazione del running back va ricordato anche che il campo non era in ottime condizioni a causa della pioggia regolare che si abbatteva sul Gillette Stadium. In ogni caso i Giants riuscivano a mettere i primi punti sul tabellone con un field goal di 22 yard trasformato dal nuovo kicker, Brett Conway, firmato solo una settimana fa dopo l'infortunio di Matt Bryant. Nel secondo quarto i tifosi di New York assistevano al drive che meglio fotografava la prestazione dei Giants. Dopo aver tenuto il pallone per 6 minuti ed essere arrivati fino alle 21 yard avversarie, Collins era toccato al braccio da Seymour proprio al momento di lanciare ed il pallone finiva nelle mani safety dei Patriots, Rodney Harrison. Il primo tempo terminava così con i padroni di casa in vantaggio per 7 a 3 nonostante il loro attacco sia stato praticamente inesistente (Tom Brady ha completato un solo lancio dei 10 tentati). “Nonostante tutti gli errori commessi eravamo ancora in partita”, ha detto Amani Toomer, anche lui autore di una prestazione opaca (4 ricezioni per 40 yard). L’attacco dei Patriots beneficiava molto dell’intervallo perché al ritorno in campo la squadra era completamente trasformata rispetto a quella che si era “ammirata” nel primo tempo. Coach Belichick decideva di usare maggiormente il running back Kevin Faulk (87 yard guadagnate in 14 corse) e i Patriots segnavano prima con un field goal di 28 yard di Vinatieri e poi con una corsa nella end-zone di Mike Cloud portandosi in vantaggio per 17 a 3 e chiudendo di fatto la partita. New York rispondevano con un field goal ma 2 degli ultimi 3 drive dei Giants terminavano con un intercetto e la partita si concludeva sul 17 a 6 per i Patriots. “L’analisi della nostra prestazione è semplice. Abbiamo avuto 13 possessi, abbiamo calciato un punt 3 volte quindi restavano 10 occasioni utili per segnare. Se però consideriamo le 5 palle perse allora il numero d’occasioni si riduce a 5. E’ un numero troppo basso per pensare di vincere in trasferta contro una difesa come quella di New England”, ha dichiarato Fassel a fine partita. L’attacco quando ha avuto la palla non ha giocato male ed ha addirittura guadagnato 161 yard in più degli avversari ma ha pagato le troppe palle perse regalate agli avversari. La colpa non si può certo addebitare al solo Collins come dice anche lo stesso Fassel: “Mi sono riguardato i filmati degli intercetti lanciati finora da Kerry e solo un paio sono dovuti ad una sua scelta sbagliata. Negli altri casi o ci sono state deviazioni avversarie o un wide receiver ha fatto cadere il pallone”. Per qualcuno la colpa va assegnata proprio all’allenatore che ricopre anche il ruolo di offensive coordinator ed implementa un gioco che ormai gli avversari non hanno difficoltà a bloccare. Nella partita di domenica scorsa i Patriots hanno bloccato i ricevitori dei Giants con marcature molto strette ed hanno costretto Collins a scaricare il pallone verso Shockey (80 yard guadagnate ) o Barber. Non piace neanche la sua gestione dei running back perché l’allenatore non ha mai utilizzato Levens (4348 yard guadagnate in carriera e solo 13 fumble in 9 stagioni) nonostante lo abbia fortemente voluto durante l’off-season. Il pasticcio combinato la settimana scorsa contro Miami deve aver “impressionato” l’allenatore che domenica contro New England non ha mai fatto riposare Barber. La linea offensiva inoltre continua ad essere un problema. “Non protegge abbastanza il quarterback quindi non possiamo fare lanci lunghi”, ha dichiarato Fassel. Contro New England ad avere i problemi maggiori sono stati il right tackle Chris Bober e il left guard Rich Seubert che non è mai riuscito a bloccare Seymour (responsabile di 3 intercetti su 4). “Seymour è grosso e veloce e questa non è una buona combinazione per una guardia che deve averci a che fare per tutta la partita”, ha dichiarato Seubert. Anche lo scorso anno New York aveva di questi problemi e Fassel li risolse assumendo anche il ruolo di offensive coordinator al posto di Sean Payton. L’attuale allenatore dei quarterback di Dallas ed assistente dell’head coach Parcells venne retrocesso ad allenatore dei quarterback prima di essere licenziato a fine stagione. Quest’anno il compito appare più difficile perché mentre lo scorso anno l’attacco aveva difficoltà proprio nell’avanzare il pallone in questa stagione New York è fra le prime per yard guadagnate (quarta con 355 yard a partita). Il vero problema, oltre alle palle perse, è che una volta arrivati nella red-zone avversaria, i Giants sembrano non sapere cosa fare perché tutti i ricevitori sono marcati. “La causa principale è il gioco di corse che non funziona (soltanto 3.3 yard guadagnate di media per corsa). Se possiamo correre meglio gli avversari dovranno portare più uomini vicino alla linea di scrimmage e i wide receiver dovrebbero avere più possibilità di liberarsi per i lanci di Kerry”, conclude l’allenatore. Per la partita di domenica i Giants dovrebbero poter fare affidamento anche sul tight end Jeremy Shockey cui, dopo la gara contro New England, è stata concessa una settimana di riposo per recuperare da un problema al piede destro. Già lo scorso anno il giocatore aveva problemi al piede e quest’anno le cose non sono migliorate e dovrà trascinarselo per il resto della stagione. Il suo apporto è fondamentale perché se le difese continueranno ad impedire a Collins i lanci lunghi, Shockey diventa l’arma offensiva più usata insieme a Barber. Gli special team, specialmente il kicker, sono stati una delle note dolenti della partita. Conway non ha convinto del tutto al suo esordio sbagliando 2 calci su 4 anche se che le condizioni climatiche non erano delle migliori. “Sapevo che sarebbe piovuto e che ci sarebbe stato vento ma non ci si può preparare per un campo malandato come quello di New England”, ha detto il kicker. Fassel però non è sembrato molto convinto e a metà dell’ultimo quarto ha preferito giocare un quarto down piuttosto che provare un field goal e poi un onside kick perché non era “convinto di farcela dopo i 2 calci falliti in precedenza”. Con questa sconfitta il record vinte-perse di New York diventa 2-3 e i Giants sono ora all’ultimo posto della NFC East in coabitazione con gli avversari di questa settimana, i Philadelphia Eagles. In testa alla divisione ci sono a sorpresa i Dallas Cowboys (4-1) di Tuna Parcells seguiti dai Washington Redskins (3-3), reduci da 2 sconfitte consecutive. Per la sfida contro gli Eagles Fassel ha annunciato cambiamenti che “non saranno visibili sugli spalti ma saranno diretti soprattutto ai giocatori. Daremo la possibilità a chi sa giocare bene di farlo. Finché i ragazzi saranno determinati come oggi sono fiducioso in un nostro recupero e questo avverrà molto presto”, continua l’head coach. Forse già contro Philadelphia perché gli Eagles stanno attraversando un brutto momento ed hanno problemi sia in attacco che in difesa. La squadra ha segnato soltanto 16 punti di media a partita ed è la 30esima per yard guadagnate. Il quarterback Donovan McNabb è irriconoscibile ed un problema al pollice della mano destra limita seriamente le sue possibilità ma il giocatore ha detto di voler giocare sempre anche se il malanno dovesse accompagnarlo per tutta la stagione: “Se riesco ad arrivare sul campo voglio scendere in campo. Troverò il modo di aggirare il problema”, ha dichiarato McNabb. Sono note le difficoltà dei Giants nel difendere contro i lanci ma contro McNabb la difesa dovrà fare attenzione anche alle corse del quarterback. “Le volte che abbiamo perso contro gli Eagles è stato proprio perché McNabb è stato in grado di uscire dal pocket e guadagnare primi down a ripetizione con le sue corse. Questa volta invece dovremo assolutamente impedirgli di uscire dal pocket”, ha dichiarato il defensive end Kenny Holmes. McNabb da parte sua si è dichiarato convinto di vincere anche dopo la sconfitta della settimana scorsa contro Dallas: “La scorsa settimana avremmo dovuto vincere perché Dallas non ci è affatto stata superiore. Siamo la migliore squadra della divisione e possiamo ancora andare ai playoff. Basta affrontare una partita alla volta. Ora scenderemo in campo contro i Giants e dimostreremo il nostro reale valore”.
Fassel ha fatto capire che quest’ultimo è ancora il running back numero uno della franchigia ma potrebbe esserci più spazio per Dorsey Levens che finora non è mai sceso in campo. Contro la sua ex squadra il running back potrebbe fare finalmente il suo debutto e lasciarsi alle spalle le polemiche con l’allenatore che al momento della firma del contratto gli aveva promesso uno spazio maggiore.
Angelo Perrino
Articolo di Andrea M. del 14/10/2003 delle ore 13:15
Che i Nets ruotassero attorno a Jason Kidd forse avrete imparato a capirlo, ma in tutti gli sport di squadra servono anche gli attori non protagonisti. Perfino Michael Jordan ha sempre avuto bisogno del supporto dei compagni, anche perché, come Kidd, ha sempre saputo e voluto valorizzarli. Per i Nest più che di cast di supporto sarebbe corretto parlare di co-protagonisti, perché atleti del calibro di “Grand” Kenyon Martin e Richard Jefferson si stanno confermando ad ottimi livelli e hanno il potenziale per diventare future star. Il punto è che per mantenersi a livelli competitivi e ambire seriamente al titolo di Campioni NBA, di co-protagonisti ce ne vogliono tanti. Dopo la batosta (4-0) subita dai Lakers durante le finali del 2002 Kidd chiese a gran voce un lungo da affiancare all’esperto, ma non abbastanza, Aaron Williams e alla matricola Jason Collins. Durante lo scorso mese di luglio è stato raggiunto l’obiettivo più importante per le ambizioni dei Nets: realizzare l’ardua impresa di mettere nuovamente sottocontratto il free-agent Kidd, che nonostante i corteggiamenti delle franchigie texane ha deciso di rimanere per finire l’ottimo lavoro iniziato nel New Jersey. Molti sono i fattori che hanno spinto Kidd a proseguire l’avventura nel New Jersey ma la promessa della dirigenza di portare alla sua corte un altro gregario di lusso sembra sia stata la mossa decisiva. La voce dall’altra parte del ricevitore era quella di Alonzo Mourning che, rincuorato dalle attenzioni di Kidd, dai dollari di Rod Thorn e dalla possibilità di competere per un Anello, anticipa tutti e si presenta per firmare un quadriennale.
Per tutta risposta, durante l’estate, arriva quella vecchia sequoia di Dikembe Mutombo che, causa un brutto infortunio e mancanza di sintonia con le idee di coach Scott, nel corso del 2003 si è visto ben poco.
The Warrior
Siamo a luglio, precisamente nella seconda settimana e Kidd pare sempre più convinto a ri-firmare per i Nets, c’è solo qualche piccolo dubbio che può essere sciolto con una telefonata:
- “Hello, it’s Jason speaking… senti, se tu vieni nel New Jersey io rimango”…
- ”Se tu rimani io vengo!”
Facile come bere un bicchiere di Gatorade, con una telefonata i Nets si aggiudicano un centro con un background straordinario e convincono Kidd a rimanere. Fate attenzione però, perché un vecchio adagio dice che non è tutto oro quello che luccica. E le condizioni attuali di Mourning lasciano qualche perplessità. Alonzo, 33 anni, è un atleta straordinario, un centro di quelli vecchia scuola, nel senso più letterale del termine (Georgetown per l’appunto, lo stesso college di Mutombo tanto per capirci). E’ stato uno dei pochi giocatori in grado di combattere a livello fisico contro Shaquille O’Neal e scusate se è poco. Nel corso della sua carriera, iniziata nel 1992, ha viaggiato a 20,3 punti di media, 9,8 rimbalzi e 3 stoppate a partita, prima con gli Charlotte Hornets e poi con gli Heat di Miami. Nella stagione 2000/2001 gioca solo 13 partite, torna per il campionato 2001/2002 e poi sparisce di nuovo. La causa di queste assenze? Una disfunzione renale dal nome di Glomerulosclerosi focale, che in alcuni drammatici momenti, ha fatto pensare all’addio definitivo ai campi da gioco. E invece “il Guerriero” dopo quasi tre anni di calvario, si presenta in grande spolvero pronto ad abbandonare i derelitti Heat per una nuova avventura con i Nets. Caron Butler, suo compagno a Miami testimonia di averlo visto in gran forma, nuovamente pronto a mettere a disposizione il suo fisico scolpito della roccia per le battaglie sottocanestro. I medici dei Nets dicono che non ci sono problemi e a certi livelli non si sbaglia, o forse no? Durante la sua assenza dai parquet, mentre erano in corso le cure, nessuno ha voluto sbilanciarsi. La malattia è molto comune ma la sua cura non è una scienza esatta. Probabilmente sono valutazioni che i medici e lo staff dei Nets hanno considerato come ininfluenti ma i tifosi, il lusso di avere dei dubbi se lo possono ancora permettere. Ma Alonzo ha dimostrato di potercela fare, è anche lui parte del sogno americano perché dopo la caduta, non se l’è sentita di darsi per vinto, non voleva abbandonare il basket e il basket non voleva perderlo, così, grazie alla sua forza di volontà e al suo fisico eccezionale, è riuscito a raggiungere il livello di “abile ed arruolato”. Ovviamente noi stiamo dalla parte di Mourning, ma permetteteci di criticare quello che lo ha portato a vivere questo dramma. Un giocatore di basket espone, in una stagione da 82 partite, playoff esclusi, il proprio fisico a stress durissimi. Nello specifico, per un centro come Mourning, abituato a fare letteralmente a botte sotto i due canestri è molto facile rimanere vittima di contusioni, distorsioni e infiammazioni. E, siccome le squadre che lo hanno avuto non potevano permettersi il lusso di fagli marcare visita, l’unica soluzione consisteva nella somministrazione a quantità industriali di antinfiammatori e prodotti meno conosciuti che probabilmente il vostro medico di famiglia vi sconsiglierebbe senza mezzi termini. E’ proprio vero che in alcuni casi il fine giustifica i mezzi. A volte NBA significa anche questo, prendere o lasciare.
Ombre e misteri
Non abbiamo la capacità e le competenze per giudicare o dubitare dell’operato dei dottori, ma abbiamo la certezza che se Mourning dovesse ammalarsi non può prendere l’aspirina, se fosse colpito da tendinite non può prendere antinfiammatori perché ogni tipo di trattamento peserebbe notevolmente sulla salute dei suoi reni.
L’abuso di medicinali è l’indiziato numero uno nella ricerca delle cause della disfunzione renale e quindi, per assurdo, l’ambiente e il sistema che vuole il ritorno di Alonzo è lo stesso che ha rischiato di mandarne in frantumi la carriera.
Adesso ‘Zo è tornato per completare il ricchissimo reparto lunghi dei Nets e per continuare il suo sogno americano, speriamo solo che, se si dovesse buscare un raffreddore, lo staff medico gli prescriva solo ed esclusivamente rimedi della nonna e tanto, tanto riposo.
Andrea M.
Articolo di Max Giordan del 14/10/2003 delle ore 13:12
E' finita purtroppo in rissa quella che doveva essere una delle più belle sfide nella storia del baseball. Il duello tra Roger "The Rocket" Clemens e Pedro Martinez è infatti degenerato in un grottesco tafferuglio in cui si sono sfogate tutte le tensioni accumulate nelle prime due gare e nella vigilia di questa partita. Pedro Martinez [14W-4L ERA 2.22] è stato quello più nervoso sia durante le varie fasi di gioco, dove ha mostrato gravi lacune nel controllo dei suoi lanci (colpendo anche Karim Garcia), sia nel parapiglia scatenatosi nella parte bassa del quarto inning, in cui Pedro ha scaraventato al suolo il 72enne Zimmer, uno degli allenatori newyorkesi. Tutto era nato da un lancio alto e interno di Roger Clemens, su cui Manny Ramirez ha perso completamente le staffe puntando minacciosamente contro il lanciatore in pinstripes.
Clemens è da sempre conosciuto come un pitcher "sporco" e tante volte tende ad intimidire i battitori avversari con le sue palle veloci molto alte ed interne. Questa volta però il lancio incriminato sembrava abbastanza onesto e quindi è stata veramente eccessiva la protesta di Ramirez e tutta la zuffa volgare e caotica che è perdurata fino alla fine della gara, quando alcuni inservienti dello stadio e i giocatori nel dugout newyorkese se le sono date di santa ragione. Per ciò che riguarda il baseball giocato, si può affermare che Clemens ha prevalso su Martinez nel grande matchup sul monte di lancio, mentre il nervosismo ha probabilmente segnato la fine della partita quando i Bosox avevano ancora tutte le possibilità di ribaltarla. Il Fenway è strapieno (34.209 spettatori) e pronto a spingere i Boston Red Sox ad un successo molto importante nell'economia della serie. Gary Little schiera infatti il suo asso, Pedro Martinez, sul monte di lancio e può finalmente disporre del suo lead-off, Johnny Damon, infortunatosi in gara 5 della serie contro Oakland. A farne le spese è Gabe Kapler che torna in panchina dopo l'uno su quattro in gara 2. Torna titolare anche Todd Walker, stranamente sostituito dallo spento Damian Jackson nella gara persa dai Red Sox a New York. Il lineup è il seguente: 1-Johnny Damon (CF) Joe Torre vuole sfruttare la grande annata di Roger Clemens in trasferta [11W-2L fuori dallo Yankee Stadium] per contrastare il numero 1 della rotazione dei Bosox. Anche il lineup è disegnato per affrontare Pedro: tutti i battitori con grosse difficoltà nei confronti dell'asso bostoniano vengono estromessi (Boone) o mandati molto indietro (Soriano passa dallo spot di lead-off al numero 9) mentre viene inserito Enrique Wilson, nel ruolo di 3B, che ha un ottimo 10 su 20 (.500) in carriera contro il pitcher caraibico. Gli Yankees iniziano dunque così: 1-Enrique Wilson (3B) L'inizio della gara vede subito Martinez in grossa difficoltà: le sue fastball sono lente (87-88 mph) ed è quindi costretto ad usare frequentemente le sliders e i cambi di velocità. Nonostante ciò riesce a chiudere indenne il primo inning, mentre Roger Clemens è subito toccato duro dalle mazze bostoniane che mettono a segno 2 punti grazie ad una valida di Ramirez che porta a casa base Damon e Walker (Boston 2-NYY 0). Nella seconda frazione gli Yankees accorciano le distanze con un doppio di Posada tramutato in punto dalla valida di Karim Garcia. (Boston 2-NYY 1). La difficoltà di Martinez appare palese, mentre Clemens comincia a dominare i battitori avversari. Nel terzo inning Derek Jeter manda la palla sopra il "Green Monster", il famoso muro che delimita l'estremità sinistra del Fenway Park, portando i Bronx Bombers sul 2 pari. La tensione aumenta drasticamente nel quarto inning: Pedro regala una base-ball a Posada che arriva in terza base grazie al singolo di Nick Johnson. Subito dopo Matsui colpisce duramente l'ennesimo lancio fiacco di Martinez e la palla esce dal campo dopo essere rimbalzata a terra; si applica dunque la regola del "doppio automatico" che regala il punto del sorpasso agli Yankees (NYY 3-Boston 2). Martinez, in evidente confusione mentale, colpisce al corpo Karim Garcia con un lancio che fa andare su tutte le furie i giocatori newyorkesi, innescando la miccia che poco dopo porterà alla rissa. Pedro si trova così a basi piene, con zero eliminati e con al piatto un osso duro come Alfonso Soriano, ma se la cava grazie all'aiuto della sua difesa che realizza un doppio gioco importantissimo lasciando segnare agli Yankees un solo punto con Nick Johnson (NYY 4-Boston 2). Tutto sommato la partita è ancora tutta da giocare allorché si verifica la lite da saloon che ho già descritto in apertura, a causa della quale i battitori dei Red Sox perdono completamente la bussola e regalano la vittoria ai loro avversari. Clemens arriva infatti indenne fino alla fine del 6 inning, quando lascia il posto a Heredia dopo aver concesso solo 5 valide, 2 punti e una base-ball. Felix non è altrettanto efficace e, dopo aver concesso una base-ball a Ortiz viene richiamato da Torre che manda sul monte Jose Contreras, ormai stabilmente usato come rilievo, il quale è costretto a cedere un punto (NYY 4-Boston 3) prima di riuscire a chiudere l'inning. In seguito Torre mette la partita in cassaforte inserendo Mariano Rivera già all'ottavo inning e questi lo ripaga con un'altra prestazione perfetta (0 valide subite in 2 inning!). Il Match termina dunque 4 a 3 per gli Yankees; il vincente è Clemens [2W-0L ERA 2.08 nella post-season], il perdente è Martinez [1W-1L ERA 4.29] mentre la salvezza ed il titolo di MVP vanno a Mariano Rivera. Nelle quattro gare disputate in questi play-off (per un totale di 7 innings), il panamense ha ottenuto 3 salvezze non concedendo neppure un punto e ritirando 21 dei 22 battitori che si è trovato davanti. Forse è proprio lui il vero segreto di questi Yankees vincenti! Con questa vittoria i newyorkesi ottengono la leadership della serie ed hanno l'inerzia tutta dalla loro parte. In gara 4 si sfideranno David "Boomer" Wells [15W-7L ERA 4.14] e John Burkett [12W-9L ERA 5.15]: il pronostico sembra tutto per gli Yankees, ma visto quello che è successo in gara 1 con il sottovalutatissimo Wakefield, i Bombers farebbero meglio a stare molto in guardia. Se New York dovesse prevalere ancora la serie sarebbe virtualmente chiusa, altrimenti, se i Red Sox riuscissero a tornare in parità, potrebbero far leva sullo spirito di rivincita di Lowe e Martinez per compiere un'altra grande rimonta come quella attuata ai danni degli A's.
2-Todd Walker (2B) .364 nella serie
3-Nomar Garciaparra (SS) .242
4-Manny Ramirez (LF) .303
5-David Ortiz (DH) .100
6-Kevin Millar (1B) .235
7-Trot Nixon (RF) .263
8-Bill Mueller (3B) .133
9-Jason Varitek (C) .286
2-Derek Jeter (SS) .304 nella serie
3-Jason Giambi (DH) .273 ma 7 su 39 contro Pedro
4-Bernie Williams (CF) .381
5-Jorge Posada (C) .250
6-Nick Johnson (1B) .100
7-Hideki Matsui (LF) .300
8-Karim Garcia (RF) .000
9-Alfonso Soriano (2B) .259
Max Giordan
Articolo di Max Giordan del 14/10/2003 delle ore 13:11
Tocca ancora una volta ad Andy Pettitte [21W-8L ERA 4.02] l'infame compito di risollevare le sorti degli Yankees dopo la prima sconfitta patita da Mike Mussina contro i Boston Red Sox. Esattamente come nella serie con i Twins, l'ottimo Pettitte rimette i Bronx Bombers in carreggiata con l'ennesima dimostrazione di forza davanti al miglior attacco di tutte la major league. Per la verità il mancino newyorkese ha dovuto faticare parecchio, soprattutto all'inizio delle gara, quando le mazze di Boston l' hanno messo sotto pressione, ma Andy non ha mai mollato ed alla fine è riuscito ad ottenere la sua 12esima vittoria nella post-season. I Red Sox hanno invece fallito una ghiotta opportunità per mettere gli Yankees con le spalle al muro soprattutto nel primo inning, quando Bill Mueller si è fatto eliminare al piatto da Pettitte (lasciando passare una palla da strike sul conto pieno) e Posada ha completato il doppio gioco eliminando Gabe Kapler, il quale cercava di rubare la seconda base.
Dopo quell'azione i Red Sox hanno battuto altri due singoli che non sono però serviti a mettere dei punti in cascina proprio a causa dell'errata scelta fatta in precedenza. Anche nel secondo inning i Red Sox hanno avuto una grossa possibilità, ma l' hanno ancora sprecata e così hanno permesso a Pettitte di chiudere vittorioso la gara che, nel frattempo, era stata compromessa dalla prova opaca di Derek Lowe [17W-7L ERA 4.47], che ha concesso agli Yankees ben 7 valide e 6 punti in 6 innings e due terzi. La partita si svolge in uno Yankee Stadium gremito, come sempre in queste occasioni (56.295 spettatori), dai tifosi newyorkesi che aspettavano il riscatto della loro squadra. Joe Torre opta per Andy Pettitte sul monte di lancio e per il suo lineup super-collaudato cambiando il rookie Juan Rivera con Karim Garcia e spostando di posizione uno spento Boone per mettere allo spot numero 7 Nick Johnson, il quale, in stagione, ha realizzato ben 9 RBI nelle 9 partite contro Boston. Gli Yankees partono dunque così: 1-Alfonso Soriano (2B) Il manager di Boston, Grady Little, punta invece su Derek Lowe, usato anche come closer nella serie contro Oakland, come partente e fa una mezza rivoluzione nel lineup rispetto a gara 1. Per sostituire l'infortunato Johnny Damon (tornerà quasi sicuramente in gara 3), Little sceglie Gabe Kapler e tiene stranamente fuori l'ottimo Todd Walker (2 su 5 in gara 1 con 1 R e 1 RBI) preferendogli Damian Jackson nel ruolo di seconda base. Il lineup dei Sox è questo: 1-Gabe Kapler (CF) Come già ricordato in apertura, la gare inizia bene per Boston che però non riesce a concretizzare le opportunità a sua disposizione, mettendo a segno solo 1 punto nei primi due innings nonostante ben 6 valide realizzate. A metà del secondo inning la situazione è dunque Boston 1- New York 0. La sensazione che Boston abbia buttato via la partita si tramuta in realtà subito dopo, quando Nick Johnson, fino a quel momento 0 su 3 nella serie, colpisce duramente la fastball di Lowe e la spedisce tra i suoi fan festanti. L' Home Run porta a casa anche il punto di Hideki Matsui e gli Yankees possono sorpassare i Red Sox (NYY 2- Boston 1). Da questo momento Pettitte diventa dominate non lasciando più nulla agli avversari almeno fino al 6° inning; Lowe, al contrario, appare inefficace e concede un altro punto già nel terzo inning su una valida di Bernie Williams (NYY 3-Boston 1). Il pitcher dei Red Sox è tenuto a galla solamente dalla sua difesa che riesce a chiudere la frazione con un doppio gioco. Il momento di difficoltà di Lowe si protrae però anche negli innings successivi: nel 4° colpisce al corpo Boone, mentre nel 5° il doppio di Williams e la valida di Matsui accrescono ancora il vantaggio dei newyorchesi (NYY 4-Boston 1). Il punteggio va sul 4 a 2 per gli Yankees dopo che anche Varitek colpisce un Home Run. La fiducia di Little in Lowe termina solo nel 7° inning quando, dopo aver eliminato i primi due battitori yankee, Derek compie un autentico harakiri: prima viene toccato da Giambi, poi concede una base-ball a Bernie Williams. Dal bullpen esce Scott Sauerbeck [3W-5L ERA 4.76] che però è subito toccato duramente da Posada; il doppio del catcher fa entrare i punti di Dellucci (pinch runner al posto di Giambi) e Bernie Williams che mettono definitivamente in cassaforte la partita (NYY 6-Boston 2). La gara di Pettitte termina dopo 6 inning e due terzi in cui Andy concede 9 valide, 2 punti e 2 basi-ball. Il rilievo scelto da Torre è Jose Contreras [7W-2L ERA 3.30], a lungo in ballottaggio per un posto nella rotazione ed ora pronto a ben figurare anche come setup-man: il fenomeno cubano elimina senza problemi Garciaparra e soci giocando 1 inning e un terzo perfetto. Nel nono inning ci pensa Mariano Rivera a mettere il sigillo definitivo. Il vincente è dunque Pettitte [2W-0L ERA 1.98 in post-season] mentre il perdente è Lowe [0W-2L ERA 3.86], l'MVP della gara è senza dubbio Nick Johnson che, con il suo homer, regala ai suoi il vantaggio decisivo. La serie va dunque sull'uno pari e sabato sera al Fenway si avrà la sfida tra Roger "The Rocket" Clemens e Pedro Martinez. I nomi bastano a far comprendere la grandezza del match: si scontrano infatti ben 9 Cy Young awards, 11 ERA titles; un pitcher vincente per più di 300 volte (Clemens) contro il numero 1 per media ERA in carriera (Pedro). Il più grande pitching matchup nella storia del baseball, per una gara importantissima di una delle più affascinati serie di playoff a memoria d'uomo. Non possiamo non invidiare i possessori dei biglietti che si godranno dal vivo questo pezzo di storia! [Scritto per playitusa.com da Francesco Gasparetti]
2-Derek Jeter (SS)
3-Jason Giambi (DH)
4-Bernie Williams (CF)
5-Jorge Posada (C)
6-Hideki Matsui (LF)
7-Nick Johnson (1B)
8-Aaron Boone (3B)
9-Karim Garcia (RF)
2-Bill Mueller (3B)
3-Nomar Garciaparra (SS)
4-Manny Ramirez (LF)
5-David Ortiz (DH)
6-Kevin Millar (1B)
7-Jason Varitek (C)
8-Trot Nixon (RF)
9-Damian Jackson (2B)
Max Giordan
Articolo di Max Giordan del 9/10/2003 delle ore 21:42
I Boston Red Sox sbancano lo Yankee Stadium, la casa dei loro acerrimi rivali, contro i pronostici, ma in modo talmente autorevole da lasciare ben pochi dubbi sulla solidità di questa squadra e sulle sue possibilità di ritornare alle World Series dopo ben 17 stagioni. Boston doveva infatti giocare questa partita fuori casa, con la squadra che l' ha superata nella stagione regolare e con il peggior pitcher della sua probabile rotazione a tre (Pedro Martinez e Derek Lowe sono di un'altra categoria mentre Burkett sarà utilizzato solo in caso di un congruo vantaggio). Tim Wakefield [11W-7L ERA 4.09] è stato scelto per questa gara d'esordio solo in virtù del fatto che sia Martinez sia Lowe sono stati impiegati sul monte di lancio nell'ultima e decisiva gara della serie giocata da Boston contro gli Oakland A's. Non tutto il male è venuto però per nuocere, se è vero che, con una prestazione da antologia, Wakefield ha letteralmente dominato i battitori avversari concedendo la miseria di solo due valide in 6 innings giocati.
Il resto del lavoro l' hanno portato a termine le mazze in calzette rosse, che hanno spedito in tribuna ben tre palle dello spento Mike Mussina. L' "Home Run Derby" è stato iniziato da David Ortiz, poi ci hanno pensato Todd Walker e lo scatenato Manny Ramirez (4 su 5 con 3 R e 1 RBI a fine gara!) a dare a "The Moose" la seconda L (sconfitta) di questi playoff. Mussina non è stato certamente aiutato dal suo attacco, che ha chiuso la gara con un misero 3 su 29 (.103), ma ormai le sue numerose sconfitte nella post-season gli stanno valendo la nomea di "perdente" sulla falsariga di altri grandi giocatori, come Greg Maddux, che hanno avuto sempre grandi numeri nella stagione regolare e che si sono spenti al momento decisivo. La partita si è svolta davanti a 56.281 spettatori, degna cornice per un match affascinante e sicuramente incandescente. Joe Torre si affida a Mussina [17W-8L ERA 3.40], nonostante "The Moose" sia stato il perdente di gara 1 contro i Twins, mentre in attacco schiera il lineup che gli ha regalato le ultime tre vittorie consecutive e cioè: 1-Alfonso Soriano (2B) .368 contro Minnesota Grady Little, manager dei Red Sox, è costretto a mettere Wakefield sul monte e ad affidarsi al suo formidabile lineup, ricco di stelle e primo in quasi tutte le categorie di rendimento: Runs (961), RBI (932), media battuta (.289), slugging average (.491) e secondi per Home Runs (238) solo ai Texas Rangers. Boston scende in campo così: 1-Todd Walker (2B) .313 contro Oakland, nel ruolo di lead-off al posto di Damon La partita inizia bene per Mussina che concede solo 2 valide nei primi tre innings e sembra in buona giornata. Non da meno è Wakefield, il quale viene toccato solo 2 volte delle mazze newyorkesi nei primi 6 innings disputati! Nella parte alta della quarta frazione avviene il primo break: Manny Ramirez realizza un singolo e David Ortiz manda la palla di Mussina oltre le recinzioni portando a casa i primi due punti della sua squadra (Red Sox 2- NYY 0). Il momento thrilling della gara si ha però nella parte alta del 5° quando la palla scagliata da Todd Walker sembra dirigersi verso il palo di destra dove un tifoso la devia in zona di foul. L'arbitro di casa base, Tim McClelland, assegna l' Home Run cambiando la decisione del suo collaboratore di destra, il quale, al contrario, aveva deciso per il foul. Todd Walker può così girare le basi per il 3-0 di Boston. Mussina non sembra eccessivamente scosso ed infatti elimina sia Mueller sia Garciaparra (K), ma viene colpito duro anche da Manny Ramirez, che realizza il terzo homer della serata e porta Boston a 4 lunghezze di vantaggio (Red Sox 4-NYY 0). Torre non può far altro che mandare "The Moose" a fare una doccia spedendo sul monte Heredia a terminare l'inning. I rilievi newyorchesi non sono però all'altezza della situazione, infatti Jeff Nelson, tornato quest'estate agli Yankees dopo l'esperienza a Seattle, combina un mezzo disastro, regalando un altro punto ai Red Sox prima di essere a sua volta sostituito. (Red Sox 5-NYY 0). Wakefield comincia male il settimo inning dove, con due Basi Ball consecutive, manda Williams in prima e Giambi in seconda base. Little a questo punto lo richiama in panchina e mette sul monte Alan Ebree, il quale viene toccato da Posada (che fa segnare Giambi) e da Matsui, il quale, con una volata di sacrificio, porta a casa il punto di Bernie Williams (Red Sox 5- NYY 2). La rimonta dei Bronx Bombers sembra dunque possibile, ma Ebree riesce a chiudere l'inning senza ulteriori danni, mentre Timlin prima e Scott Williamson poi chiudono la partita. Il vincente è quindi Tim Wakefield, che non otteneva una W ai playoff dal 1992, il perdente è Mike Mussina [0W-2L ERA 4.97 in questa post-season] e la salvezza va a Scott Williamson. Boston vince gara 1 ed ora è chiaramente la favorita della serie avendo conquistato il vantaggio del campo e disponendo, nelle prossime due partite, di Derek Lowe [17W-7L ERA 4.49] e di Pedro Martinez [14W-4L ERA 2.22!], il fuoriclasse che è quasi un punto automatico per i Red Sox. Dal canto loro gli Yankees dovranno migliorare di molto in attacco, poiché se hanno realizzato solo 2 valide contro Wakefield, passeranno dei momenti molto brutti quando troveranno sul monte i suddetti assi di Boston! La sfida di stasera appare già decisiva: se Pettitte dovesse perdere contro Lowe, la serie andrebbe quasi sicuramente ai Red Sox, se invece Andy dovesse farcela, l'equilibrio renderà ancora più interessante questo affascinante Championship della American League.
2-Derek Jeter (SS) .429
3-Jason Giambi (DH) .250
4-Bernie Williams (CF) .400
5-Jorge Posada (C) .176
6-Hideki Matsui (LF) .267
7-Aaron Boone (3B) .200
8-Juan Rivera (RF) .333
9-Nick Johnson (1B) .077
2-Bill Mueller (3B) .105
3-Nomar Garciaparra (SS) .300
4-Manny Ramirez (LF) .200
5-David Ortiz (DH) .095
6-Kevin Millar (1B) .238
7-Trot Nixon (RF) .200
8-Doug Mirabelli (C) al posto di Varitek
9-Gabe Kapler (CF) .000
Max Giordan
Articolo di Max Giordan del 9/10/2003 delle ore 20:52
Gli Yankees, come da copione, si aggiudicano la serie battendo nettamente i Twins nella gara 4 di questa intensa serie di play-off. E' bastato un inning ai "Bronx Bombers" per schiantare la resistenza dei coriacei giocatori del Minnesota, i quali, fino a quel momento, avevano lottato alla pari senza mai arrendersi. Solo dopo un famigerato 4° inning, da ben 6 punti, tutti hanno capito che la serie era virtualmente chiusa e che a giocarsi il Championship della American League sarebbero stati proprio i New York Yankees. Come in tutto il resto della serie, i pitchers di New York si sono dimostrati di un livello superiore ed hanno letteralmente dominato l'attacco avversario.
David "Boomer" Wells [15W-7L ERA 4.14] ha continuato a vivisezionare i battitori dei Twins, come gli è sempre accaduto da quando veste in pinstripes [6W-0L ERA 0.68 incluso un perfect game!], concedendo solamente 8 valide e 1 punto in ben 7 innings e due terzi. Davvero niente male per uno che, solamente pochi giorni addietro, veniva reputato finito, anche a causa dei suoi continui litigi con Mel Stottlemyre, il pitching coach, che lo rimproverava per la sua scarsa assiduità negli allenamenti. Per tutti questi motivi, nella mente di Torre si era insinuato il dubbio riguardo a chi schierare in questa importante partita, ma Joe ha fatto ancora una volta la scelta giusta puntando sull'ormai 40enne mancino. Molto bene sono andati anche i battitori, i quali hanno finalmente ottenuto un ricco bottino (8 punti) ed hanno chiuso la serie con buon un 38 su 138 complessivo (.275). La vera delusione è stato invece Johan Santana, che, dopo aver eliminato 10 dei primi 11 battitori incontrati, è letteralmente crollato, regalando le 5 valide e i 6 punti che hanno decretato l'eliminazione della sua squadra. Santana è però solamente 24enne e nei play-off l'esperienza è molto importante; se Johan saprà sfruttare questa brutta prova come lezione, la sua carriera non ne risentirà affatto. I Twins hanno comunque fatto bene a puntare su di lui e sugli altri giovani lanciatori ed i risultati di questa politica non tarderanno a manifestarsi! Gara 4 si è giocata al Metrodome di Minneapolis gremito da ben 55.875 spettatori. Come ricordato in apertura, Gardenhire ha scelto Johan Santana [12W-3L ERA 3.07] come partente, mentre ha apportato delle rilevanti modifiche al suo lineup inserendo Torii Hunter, sicuramente il più in forma dei suoi, come cleanup e sostituendo lo spento Matt LeCroy con Michael Cuddyer (.250 con 4 HR e 8 RBI) nel ruolo di battitore designato. Il manager ha invece continuato con Luis Rivas allo spot numero 2 e questi lo ha ripagato con un bel 0 su 13 finale. Forse Gardenhire non conosce il detto: sbagliare è umano, perseverare è diabolico! Il lineup schierato è dunque: 1-Shannon Stewart (LF) Torre apporta solo piccole modifiche al lineup che gli ha regalato le ultime due vittorie e scambia di posizione Rivera e Johnson. Gli Yankees scendono in campo così: 1-Alfonso Soriano (2B) La partita inizia con il solito dominio dei pitchers; sia Wells che Santana concedono solo una valida nei primi tre inning e tutto sembra procedere regolarmente quando il pitcher dei Twins elimina al piatto Derek Jeter all'inizio del quarto. Da qua in poi la gara di Santana diventa un vero inferno: Giambi lo tocca realizzando un doppio che viene subito bissato da Bernie Williams. Giasone realizza così il primo punto dell'incontro (NYY 1-Twins 0) Santana si trova con gli uomini agli angoli ed un solo eliminato quando Matsui colpisce una valida molto profonda verso l'esterno destro. La palla del giapponese rimbalza a terra e scavalca le recinzioni; si applica quindi la regola che assegna un doppio a questo tipo di battute, con il risultato di portare Williams a casa base per il secondo punto yankee (NYY 2-Twins 0). In seguito Boone viene eliminato al volo da Carlos Guzman ed a Rivera, molto in palla nel match precedente, viene concessa una base per ball volontaria. E' chiaro l'intento di Gardenhire e Santana di giocarsi questa delicata situazione con Nick Johnson, il meno in forma tra i battitori newyorkesi, reduce da uno 0 su 9 nella serie. Johnson sceglie però il momento giusto per riscattarsi realizzando un doppio che porta a casa i punti di Posada e Matsui (NYY 4-Twins 0). Santana capisce che la sua partita è terminata ed infatti viene spedito sul monte Juan Rincon. Il cambio non produce però gli effetti sperati, infatti Soriano, con un'altra valida (la sesta nell'inning) realizza 2 punti portando il punteggio sul 6-0 e chiudendo in pratica l'incontro. Nella parte bassa dell'inning i Twins accennano alla rimonta grazie ad un singolo di Cuddyer che fa entrare il punto di Hunter (NNY 6-Twins 1), ma Wells spegne ogni loro velleità ritrovando subito la concentrazione e dunque l'efficacia dei suoi lanci. Nel finale gli Yankees arrotondano il bottino di altri due punti con un bunt di Rivera ed un "homer" di Jeter (NYY 8-Twins1), ma a quel punto tutti pensavano solamente alla doccia. Il vincente è Wells, il perdente è Santana e l'MVP della gara è Jason Giambi che con il suo doppio ha dato il via al massacro del 4° inning. In definitiva gli Yankees vincono, come da pronostico, la serie con pieno merito dato che si sono dimostrati più forti dei Twins sia in attacco, dove Minnesota chiude con una media battuta di .198 (e solo 2 su 22 con corridori in posizione punto), sia sul monte di lancio, dove la rotazione Mussina-Pettite-Clemens-Wells ha surclassato quella pur giovane e interessante dei rivali. Gli Yankees si apprestano quindi a sfidare gli eterni rivali dei Boston Red Sox in un Championship dal pronostico incerto in cui i pitchers in pinstripes si troveranno di fronte degli avversari molto più forti di quelli affrontati finora. Riusciranno i "Fantastici 4" a tacitare le mazze dei Red Sox, o saranno questi ultimi a prevalere? La risposta a questo dilemma l'avremo solamente mercoledì allo Yankee Stadium.
2-Luis Rivas (2B)
3-Doug Mientkiewicz (1B)
4-Torii Hunter (CF)
5-A.J. Pierzinsky (C)
6-Michael Cuddyer (DH)
7-Jaque Jones (RF)
8-Corey Koskie (3B)
9-Carlos Guzman (SS)
2-Derek Jeter (SS)
3-Jason Giambi (DH)
4-Bernie Williams (CF)
5-Jorge Posada (C)
6-Hideki Matsui (LF)
7-Aaron Boone (3B)
8-Juan Rivera (RF)
9-Nick Johnson (1B)
Al piatto si presenta Posada e la sua valida porta Williams in terza base.
[Articolo di Francesco Gasparetti per playitusa.com]
Max Giordan

