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Sport Americano

Mets a un bivio
Articolo di Max Giordan del 28/11/2003 delle ore 12:57

Non è facile essere sempre i numeri due, essere sempre e continuamente derisi e sbeffeggiati dai “cugini”, quelli più titolati, quelli con la maglia eternamente vintage, quelli con più storia, quelli con più tifosi, quelli più belli e che frequentano i locali migliori, quelli con il Bambino e che giocano nella Casa costruita dal Bambino, quelli che trasformano in grandi giocatori e in grandi managers personaggi che hanno fallito altrove.

I migliori sono gli Yankees, i peggiori sono i Mets, gli Yankees sono vincenti e i Mets sono perdenti, questa è la regola, da sempre. Di Yankees Store ce ne sono un miliardo, di Mets Store ce ne sono tipo cinque, di cui tre a Flushing. Per assistere a una partita allo Yankee Stadium bisogna regolarmente prendere i biglietti dal bagarino a prezzi esorbitanti, per entrare allo Shea Stadium ti tirano dietro i biglietti a sette dollari con programma, buono hamburger e gadget in regalo.

Non è facile essere dei Mets, non è facile girare per New York e sentirsi fieri di indossare la maglia numero 22 di Al Leiter o la maglia numero 31 di Mike Piazza. Già, Mike Piazza, ultimo simbolo di una franchigia ad un bivio, con rookies interessantissimi per delle nuove fondamenta e con giocatori logori e alla fine della carriera.

Proprio nel mezzo ci sta il nostro (fiero delle sue origini italiane) Mike, già trentacinquenne ma non proprio alla fine della carriera, ancora con altre tre o quattro buone stagioni ad alto livello da spendere, in una posizione ideale per essere il tramite tra la generazione che sta per abdicare reduce dal pennant di National League del 2000 (trofeo passato in secondo piano a causa della sconfitta subìta proprio dagli Yankees nelle World Series), e quella che sta nascendo, ricca di talenti che, per una buona decade, potrebbero assicurare ai Mets posizioni sicure in almeno tre ruoli fondamentali.

Infatti con l’ esplosione sia offensiva sia difensiva di Ty Wigginton in terza base, di Josè Reyes in shortstop o esterno sinistro e di Jason Phillips (“Rock You Like an Hurricane” allo Shea Stadium ad ogni suo turno di battuta) da catcher o in prima base (ormai Mo’ Vaughn è bollito), i Mets hanno trovato, anche forse inaspettatamente, tre giovani di bellissime speranze, sicuramente in grado di dare delle concrete garanzie per il futuro.

Domanda: Mike Piazza accetterà di trasferirsi in prima base per allungare un po’ la sua carriera, e anche per dare un po’ di spazio a Phillips nel suo naturale ruolo? Si, no, forse, malvolentieri. Ecco, la ultima ipotesi sembra quella giusta.

I più biechi rumors parlano di un Mike non contento dello spostamento in prima base, e che starebbe per accingersi a chiedere di essere ceduto, possibilmente nella American League, dove potrebbe dedicarsi al suo ruolo di catcher (gli mancano solo quattro home-run per battere il record di homer battuti da un catcher, record detenuto da Carlton Fisk con 351) alternandolo ad apparizioni come battitore designato. Si è già addirittura parlato di una destinazione, che sarebbe Baltimore.

Mike Piazza, insieme al mio unico e incontrastato idolo John Franco (pitcher italiano di Brooklyn, quarantatreenne e con i Mets dal 1990), sono una parte di storia dei Mets, e vedere Mike cambiare casacca sarebbe un dolore inaudito per tutti i tifosi. Ho assistito personalmente al rientro in campo di Piazza il 13 agosto allo Shea Stadium contro i Giants, dove Mike si è esibito in un grande home-run scagliato fuori dal ball park con tutta la frustrazione accumulata nei tre mesi di stop forzato, e posso assicurare che l’ ovazione tributatagli dai Mets fans è stata assolutamente irreale.

Giustamente Piazza vorrebbe vincere, e in tempi immediati, ma i Mets non sembrano ancora essere attrezzati. Ci vorrebbe almeno un altro buon partente e un paio di rilievi, praticamente tutt’ altri esterni (si parla di trade riguardanti Cedeno e Perez) e assolutamente un closer.

Era circolata la voce di Guardado, buonissimo closer dei Twins, ma poi è rispuntato fuori Strickland, reduce dall’ intervento Tommy John, non esattamente una sicurezza. Io vorrei Piazza prima base, Phillips catcher, Guardado closer e Sheffield esterno destro (per una volta soffiato agli Yankees!), ma il fanta-baseball non è ancora capillarmente diffuso.


Scritto da Daniele Vecchi per Play.it USA

Max Giordan



Natural Born Chaos
Articolo di Andrea Delbuono del 28/11/2003 delle ore 12:55

3 vittorie, 9 sconfitte: per molto meno ci si trova licenziati. Ma non Don Chaney.

Ennesima settimana di passione, dunque, per i tifosi newyorkesi, tra le solite scelte assurde e cervellotiche ed un infortunio a Keith Van Horn, che ha portato alla luce il problema di non avere dei piccoli di ricambio.

Promosso Shandon Anderson in quintetto, non esistono cambi per Allan Houston.

La settimana inizia bene con una vittoria casalinga contro i Boston Celtics (89-86).

I biancoverdi vanno avanti anche di 17, con Mutombo e Thomas che hanno subito problemi di falli. I Knicks che rientrano in campo per il secondo tempo, però, paiono trasformati e Van Horn suona la carica con 13 punti nei primi otto minuti.

New York va in vantaggio per la prima volta nella gara proprio alla fine, quando Michael Doleac mette il jump shot del sorpasso, poi dall’altra parte del campo cattura il rimbalzo su un errore di Pierce, subisce fallo e chiude il conto dalla linea dei tiri liberi.

Van Horn, alla fine, celebra il compagno: “Ha fatto grandi giocate: ha preso il rimbalzo più importante della partita, il più importante dell’anno, ha messo il più importante tiro dell’anno e ha realizzato i liberi più importanti dell’anno (esagerato! ndr)… ed ha fatto tutto questo negli ultimi due minuti”.

Questa partita interrompe la striscia negativa di quattro sconfitte, ma paga pegno con un infortunio proprio a Van Horn (caviglia, almeno una settimana di stop).

E’ stato poi l’ora di ospitare i Los Angeles Lakers. Sconfitta per 104-86, ma lo scarto così ampio è bugiardo alla millesima potenza.

Il risultato, infatti, è stato in equilibrio per metà incontro, poi i lacustri hanno allungato perché New York ha avuto seri problemi di falli.

Un dato emerge a suffragio di questa tesi: 47-6, ossia i viaggi alla lunetta delle due squadre, ovviamente a favore dei Lakers.

I sei liberi complessivi dei Knicks rappresentano il record NBA in negativo. Addirittura Allan Houston, uno che qualche volta in lunetta ci va (cinque volte ad incontro con il 92% di realizzazioni), non c’è andato neppure una volta.

Ora, o l’arbitraggio è stato quantomeno insufficiente, o New York ha schierato una rappresentativa del penitenziario di San Quintino, che hanno usato regole carcerarie per marcare i gialloviola come se fossero ad un incontro tra carcerati e secondini.

L’operato dei fischietti ha avuto molto risalto tra i media sportivi americani, oltre che nelle dichiarazioni post partita.

Mutombo ha affermato senza mezzi termini che un arbitraggio di questo tipo non l’aveva mai subìto in carriera.

Con il punteggio sul 49 pari, Karl Malone è letteralmente saltato sulla schiena di Michael Sweetney per recuperare un rimbalzo: fallo chiamato al rookie, con il Postino che non ha potuto trattenere una risata.

Da lì, ossia dai conseguenti due liberi, “sfortuna” voglia che i Lakers (reduci da 3 sconfitte esterne consecutive) siano andati avanti nel punteggio fino a portare in porto la vittoria, scatenando così le polemiche.

Anche Doleac, sull’episodio, non ha usato molta diplomazia: ”Gli arbitri hanno cambiato le regole del gioco”.

Concludendo l’argomento, non possiamo aggiungere altro se non che siamo d’accordo che i Knicks non abbiano dei penetratori in grado di guadagnarsi tanti liberi, come d’altronde sappiamo che le superstar godono di un riguardo particolare agli occhi dei fischietti, figurarsi quando ci sono quattro all-star nella stessa squadra… ma francamente sei liberi in tutta la partita ci sembrano davvero pochi.

Un aspetto positivo nella partita c’è stato (assente Van Horn, male Houston con soli 10 punti), ossia la prova di Frank Williams.

Chiamato in causa a sorpresa come secondo playmaker al posto di Charlie Ward (misteri di Chaney, un uomo, un perchè…), ha risposto con il suo career-high di punti, 14, ed ha fatto ammattire Kobe Bryant che era stato sguinzagliato sulle sue tracce, tanto che Phil Jackson ad un certo punto ha dovuto richiamare in panchina il suo giocatore per la frustrazione che stava mostrando in campo.

Sono piovuti complimenti da tutte le parti, perché un vero play manca da anni a New York, ma ci hanno pensato due persone a gettare acqua sul fuoco.

In primo luogo, Shaq: ”E’ stato fortunato, solo fortunato. Quando giochi contro Shaq, Karl e Kobe, dai il 110%, ma uno è “vero” solo se riesce ad essere costante nelle sue performances”…

… e purtroppo non lo sapremo mai se Frank è costante, uno “vero”, dal momento che Chaney ha pensato bene di retrocedere nuovamente il povero Williams nella successiva partita, sconfitta a Detroit per 94-85.

Lo scandalo non è, beninteso, che Ward sia di nuovo il secondo PM, ma che Howard Eisley parta titolare.

Ward,infatti, stava viaggiando a più di otto assists di media, prima che Chaney lo panchinasse per promuovere Eisley nello starting five perchè, secondo il coach, l’ex-Utah rende di più da starter.

Nella gara contro i Pistons, i Knicks non sono praticamente mai stati in partita, mentre i padroni di casa sono andati anche avanti di 15.

Houston ha di nuovo tirato male (4/13, 9 punti), mentre Chauncey Billups ha violentato i PM bluarancio e Ben Wallace ha rispedito al mittente ben 9 palloni.

Assente ancora Van Horn, New York ha chiuso con un vergognoso 32/81 al tiro.

Ennesimo aggiornamento sul recupero di Antonio McDyess. Martedì ha giocato il primo 5 contro 5 da due anni a questa parte e si parlava di un suo rientro nel week-end.

Poi però i tempi si sono allungati di nuovo, perché ovviamente Dyce vuole testarsi ancora per qualche giorno.

Ormai però pare che ci siamo e crediamo che per la fine della prossima settimana si potrà parlare di effettivo esordio.

Qualche nota di mercato prima di chiudere.

Il licenziamento di Doc Rivers da parte degli Orlando Magic ha messo subito in moto il toto-allenatori. Atlanta, Chicago ed ovviamente New York le papabili panchine che stanno al momento scottando.

Pare però che Rivers voglia prendersi una pausa fino a giugno ed eventualmente valutare altre “pini” liberi.

Si è parlato anche di George Karl, attualmente disoccupato. Purtroppo, però, l’owner James Dolan non sembra essere uno di quelli che licenzia un allenatore in corsa.

Sul piano dei giocatori, invece, le voci più insistenti parlano di uno scambio ormai in porto con i Toronto Raptors: Morris Peterson per Othella Harrington.

Ma anche l’asse Grande Mela-Città del Vento è caldo: Harrington+Ward per Jamal Crawford+ Eddie Robinson (o Jalen Rose). Ovviamente il secondo pacchetto è appetitoso (i Bulls, però, vorrebbero anche i diritti su Milos Vujanic), ma è molto più realistico lo scambio con i Raptors.

Andrea Delbuono



Novembre amaro per Coach Scott
Articolo di Andrea M. del 28/11/2003 delle ore 12:54

Abbiamo lasciato i New Jersey Nets, alla vigilia del rematch con i Campioni del Mondo, con un record di tre vittorie e quattro sconfitte e li ritroviamo oggi ancora al di sotto del 50%. Nelle ultime quattro gare i Nets hanno raccolto due vittorie e altrettante sconfitte, il che ci porta ad un totale di soli cinque successi.

Il rientro di Martin e la tripla doppia di Kidd (la 52° in carriera) non sono bastati per sconfiggere gli Spurs, pur contenuti a 85 punti. L’attacco è stato disastroso, con 71 punti segnati ed un misero 36% complessivo dal campo.

I tifosi una sconfitta contro i Campioni uscenti possono anche ritenerla accettabile, Byron Scott, invece, ha la brillante idea di farne nascere un dramma dichiarando in sala stampa che “i giocatori si sono comportati come se fossero spaventati”.

Un veterano come Kidd, un duro come K-Mart e uno sbruffone come Jefferson spaventati??!! Questa è una situazione che va immediatamente approfondita e i media si buttano immediatamente a caccia di conferme o smentite ma riescono a raccogliere solo qualche “no comment”.

La frittata ormai è fatta e allora Scott tenta di rimediare al danno chiedendo scusa e ipotizzando un malinteso: “Non volevo, mi sono spiegato male, volevo dire solamente che i giocatori sembravano leggermente spaesati, poco aggressivi…”

Difficile credergli anche perché, una volta che il sasso è stato lanciato, non si può nascondere la mano. Per non creare altri malintesi, diciamo semplicemente che Scott ha tentato di dare una scossa alla squadra senza dare troppo peso alla terminologia.

Comunque la calma è stata ripristinata subito dopo aver sconfitto i Knicks (85-80) nel derby della grande mela con un ottimo Martin (21 punti e 10 rimbalzi) e un ritrovato Planicic che ha calcato il parquet per 15 minuti, garantendo a Kidd una maggiore freschezza nell’ultimo quarto.

Fermi tutti per un momento, ma Planicic non doveva essere quello destinato a prendere parecchie ripetizioni in quanto non ancora inserito perfettamente negli schemi offensivi? Il giorno 13 novembre non è, per caso, stato reclutato come free agent un certo Robert Pack, veterana point guard che dal giorno della firma ha registrato due DNP e una apparizione da tre minuti??

Che l’improvvisa concorrenza di Pack abbia provocato l’immediato risveglio di Zoran Planicic è cosa poco credibile. La realtà è che, durante l’ennesima conferenza stampa, Scott rivela che il rookie croato ha lavorato duramente ricorrendo, con molto beneficio, anche a sedute di allenamento extra, e che Pack potrebbe essere il rincalzo ideale per Kerry Kittles qualora i tempi di recupero di Harris dovessero allungarsi troppo o se il rendimento di Armstrong dovesse rivelarsi troppo discontinuo.

Torniamo alla pallacanestro giocata e alla (poco impegnativa) trasferta ad Atlanta. I Nets portano a casa la seconda vittoria consecutiva (100-85) con un’altra super prestazione di Kenyon Martin, autore di 23 punti e 14 rimbalzi e con un Mourning micidiale dalla lunetta. Uno ‘Zo anche consapevole che ormai il suo ruolo è quello di partire dalla panchina e che il suo contributo in termini di rimbalzi deve necessariamente migliorare perché, nonostante Kidd viaggi a 6,5 pulizie di tabellone per partita, da che mondo e mondo il compito di tirare giù i rimbalzi spetta ai lunghi.

Ed ecco che l’ambiente torna a galvanizzarsi, il Coach è felice, i giocatori anche e soprattutto nessuno parla male di nessuno. Il clima ideale per prepararsi ad affrontare i nuovi Hornets di un Baron Davis sempre più in forma.
Peccato che essere euforici non sia garanzia di successo: New Jersey capitola concedendo agli avversari la bellezza di 50 rimbalzi e con un quarto periodo da soli dodici punti.

Questa volta Scott ha tutte le ragioni per non essere soddisfatto e incolpa i suoi di non aver giocato con la giusta grinta e concentrazione. Li accusa anche di giocare con la leggerezza di chi è convinto di essere superiore con conseguente rischio di sottovalutare l’avversario.

E’ vero che i giocatori hanno avuto qualche serata storta di troppo e gli infortuni hanno influenzato parecchio il rapporto vittorie/sconfitte. E’ anche vero che non si è ancora visto un Alonzo Mourning decisivo, ma sarebbe ora che Byron Scott, oltre che scaricare le responsabilità addosso a quelli che vanno in campo, facesse un esame di coscienza chiedendosi come mai l’attacco non è prolifico come in passato e ammettendo che forse si sente la mancanza di Eddie Jordan.

L’attuale capo allenatore di Washington era colui che preparava tutti gli schemi, ed era anche il fautore della Princeton offence. Siccome adesso non c’è più, e l’attuale attacco dei Nets non è fluido ed efficace come quello che li ha portati a diventare due volte campioni della Eastern Conference, le dicerie che indicavano Jordan come il vero Capo allenatore sembrano sempre più vere.

Eddie Jordan aveva anche il ruolo di tenere unito lo spogliatoio e curare i rapporti tra l’allenatore ed i giocatori, mediando le controversie e sedando le tensioni create dalla lingua sempre pepata di Byron Scott.

Ufficialmente questo incarico non è ancora stato assunto da nessuno e, quindi, deve essere Scott in prima persona a colmare questo tipo di lacuna. La prima possibilità per mettersi alla prova la hanno fornita Mourning e Martin (saranno contenti tutti quelli che volevano a tutti costi una rivalità tra i due) che, durante un allenamento, hanno quasi sfiorato la rissa.

Alonzo era tra quelli condannati a quella particolare prova chiamata “suicidio”, che di solito spetta a chi perde una gara di tiro, Martin e Jefferson invece si stavano riposando, in quanto vincitori, a bordo campo.

Le risatine di scherno di Martin hanno fatto imbufalire Mourning che ha subito alzato la voce: “come puoi pretendere di essere un leader se poi te ne stai sempre a bordo campo a piangere sulla tua povera gamba malata….oh, la mia povera caviglia…ahh che male… …”. Pronta replica di K-Mart che parte, manco si fosse all’asilo, con uno sfottò del tipo: “oh, i miei reni, i miei poveri reni…”.

Se i due non si sono messi le mani addosso lo si deve solo ai riflessi e alla forza di Rogers e Williams che subito hanno bloccato la carica di Mourning.

Ed ecco Byron Scott nel suo ruolo di mediatore: “possono capitare alterchi di questo tipo quando hai due guerrieri sullo stesso campo. Non parlerò in privato con i giocatori perché questo non è lo Zoo del Bronx. Non c’è né bisogno, i ragazzi sono maturi ed hanno già capito di aver sbagliato, e poi questo tipo di dispute è una cosa positiva, è un sintomo che c’è intensità e i giocatori tengono al proprio lavoro.”

Se lo dice lei, Signor Scott, a noi non resta che rimetterci al suo giudizio. Ma se si dovesse ripetere, quali provvedimenti prenderà?

Fuori dal campo
Partiamo con una bella notizia, ovvero il ritorno di Rodney Rogers, guarito e soprattutto dimagrito.
La sua perdita di peso è legata ad un curioso aneddoto che vede coinvolto il personal trainer di Rogers, tale Mackie Shilstone.

L’ex giocatore di Phoenix e Boston, dopo un 2003 piuttosto deludente e il primo vero infortunio della carriera, inizia a realizzare che per tornare ad essere seriamente competitivo sarà necessario perdere qualche chilo. Con Scott e Rod Thorn a sostenere questa tesi, Rogers si decide ad affrontare
Mackie Shilstone, che si presenta con queste parole: “ Sai cosa sei? Sei un grosso grasso elefante, e sai di cosa hanno paura gli elefanti? Dei topi, e io d’ora in avanti sarò il tuo topo!”.

Il “Topo” conquista la fiducia di Rogers che, con un ottimo programma di fitness ed una dieta intensiva, riesce a perdere quelle 25 libbre che prima gli impedivano di sentirsi a proprio agio all’interno della divisa dei Nets.

Adesso Coach Scott ha a disposizione un giocatore fisicamente molto simile a quello che, nel 2000, si aggiudicò il titolo di Sesto uomo dell’anno. Speriamo che voglia gestirlo a dovere.

C’è un’altra grossa questione rimasta in sospeso che riguarda il futuro dei Nets e che, probabilmente, condiziona anche la serenità dei giocatori e dello staff tecnico.

Il monte salari dei New Jersey Nets si aggira attorno ai 62 milioni di dollari l’anno, c’è ancora un debito di 10 milioni da saldare a Dickembe Mutombo e, sia la vendita di biglietti che il merchandising, non stanno garantendo incassi adeguati.

Le casse della società, di questo passo, potrebbero esaurirsi entro gennaio e la cessione della franchigia, con relativo aumento di capitale e arrivo di nuove liquidità, dovrebbe avvenire entro fine anno.

Sul tavolo ci sono quattro proposte da valutare, anche se la scelta ormai sembra ristretta tra due gruppi di potenziali acquirenti: l’offerta più vantaggiosa dal punto di vista economico (275 milioni) è stata formulata da Bruce Ratner che, se dovesse vincere l’asta, sposterebbe la sede dei Nets in quel di Brooklyn. Il gruppo di Kushner e Corzine ha messo sul piatto della bilancia 267 milioni, aggiungendo la garanzia che, in caso di acquisizione, la franchigia non si sposterebbe dalla Continental Airlines Arena.

La NBA tutela le sue franchigie ed il loro valore e non permetterebbe mai una cessione al di sotto della reale quotazione di mercato. In questo caso vincerebbe l’asta Ratner, quale maggior offerente, ma alla NBA sta a cuore anche il rispetto per la geografia quindi, se un trasloco può essere evitato, il favorito diventerebbe automaticamente Chales Kushner.

La scelta è difficile e le trattative complesse ma una decisione deve essere presa, possibilmente a breve, perché il tempo non si ferma e a gennaio mancano solo due mesi scarsi.

Andrea M.



Cercasi McDyess disperatamente
Articolo di Andrea Delbuono del 17/11/2003 delle ore 13:36

Due vittorie, sette sconfitte: la fossa è scavata e non è detto che la sua profondità si fermi qui.

Pare, insomma, che la stagione di New York sia già indelebilmente segnata, come d’altronde è successo l’anno scorso, esattamente dopo lo stesso numero di partite.

E sì, perché se nella passata stagione oggi rientrava un certo Latrell Sprewell, ora non si vede nessuno che possa fare il “salvatore della patria”.

Certo, è dato per imminente in rientro di Antonio McDyess, ma da qui a dire che risulterà decisivo dopo due anni senza gare è quantomeno azzardato.

Il punto è: l’anno passato i Knicks non hanno più ricucito lo stesso strappo… cosa fa pensare che quest’anno ci riusciranno? Nulla.

Partiamo comunque con la cronaca spicciola, ossia analizzando i punti salienti delle partite giocate, tutte terminate con una sconfitta.

La prima gara settimanale ha visto i Knickerbockers andare a far visita ai Cleveland Cavaliers di LeBron James. Debacle netta, 94-80, con i padroni di casa avanti anche di 22 e Knicks demoliti come al solito dentro l’area colorata. A questo va aggiunto un campionario vario di come non bisogna giocare a basket, contro avversari che avevano fino lì vinto una sola gara.

E’ arrivato poi il derby dell’area metropolitana della Grande Mela: visita al di là del tunnel ai New Jersey Nets. E’ toccato a Jason Kidd e compagni pasteggiare al tavolo dei cugini, in una gara in cui coach Don Chaney è andato nel “balordone più totale” (Fantozzi Rag. Ugo docet).

L’allenatore ha, innanzitutto, messo in quintetto Howard Eisley al posto di Charlie Ward (che sta viaggiando a più di otto assist di media) per la prima volta in questa stagione. La scusa ufficiale è stata che: “Eisley non produce se entra dalla panchina e da oggi si giocherà così”. In questo modo “Horrible” Eisley ha deliziato il pubblico con 29 minuti di nulla, altro che produzione di punti/assist.

Poi Chaney non ci deve avere capito molto mentre Kidd portava a scuola la difesa degli ospiti e la confusione si è impossessata del coach, che ha continuato a ruotare il quintetto, sparando in campo tutti i dodici uomini a disposizione.

A nulla è così servito l’ormai abituale trentello di Allan Houston nell’85-80 finale. E’ così arrivata la decima sconfitta negli ultimi undici incontro contro i Nets.

Un proverbio dice che la fortuna aiuta gli audaci. Bene, Chaney è dunque pure sfortunato. Nell’unica gara casalinga della settimana, contro gli Indiana Pacers, è Reggie Miller, il nemico storico di New York, a condannare i Knicks all’ennesima sconfitta (95-94): 31 punti, con un 6/7 dall’arco dei tre punti. Ma questo non doveva quasi essere un ex giocatore?

I bluarancio vanno subito sotto, prepotentemente, poi i Pacers stanno nel terzo periodo per otto minuti senza segnare ed i padroni di casa piazzano un parziale di 24-0 (record franchigia), passando a condurre 72-63, ma poi naturalmente si spengono, mentre si accende Miller.

Mutombo, che gioca finalmente 34 minuti, regala 13 punti e 14 rimbalzi, ossia tutto quello che si vorrebbe da lui, Chaney permettendo.

Analizzate le gare, passiamo a trattare proprio di Dikembe Mutombo e della sua telenovela, dato che sono sorte indiscrezioni dai soliti bene informati.

Nella recente sconfitta a Milwaukee, pare che Deke abbia avuto una discussione con Chaney, a bordocampo, mentre i Bucks stavano distruggendo i newyorkesi sotto canestro. “Provami quando schierano il quintetto piccolo, mettimi in campo” avrebbe detto l’africano al coach, che ovviamente ha declinato l’invito.

Chaney, stizzito (si parla anche di uno scambio di battute non proprio signorile con un reporter che gli rinfacciava i pochi minuti di Mutombo) ha replicato in conferenza stampa: “Non metto Mutombo sul parquet in una situazione dove con lui in campo avremmo uno svantaggio…. Non lo metto in una situazione in cui deve difendere contro un avversario che non può tenere. Non metto la squadra così in difficoltà”.

Ovviamente, tutti si chiedono come mai questo allenatore sia da due anni che imputa le proprie sconfitte al fatto di non avere un centro rimbalzista/stoppatore e quando ce l’ha non lo fa giocare.

Misteri del basket NBA, misteri di un dipendente che sbaglia tutto ma non viene licenziato dai suoi superiori mentre in qualsiasi altro lavoro sarebbe già a spasso da un bel pezzo.

La situazione, come dicevamo all’inizio, è davvero preoccupante. Il baratro tra vittorie e sconfitte è di quelli pesanti.

New York segna 86 punti a gara, ventiseiesima squadra NBA nella produzione di punti e ne subisce 91. Perde 17 palloni a gara e ne forza solo 12. I numeri, come diceva Spree, non mentono.

Ma il problema maggiore è quello di non riuscire a mantenere i vantaggi, ossia il solito cronico problema. Pure Peter Vecsey, analista della ESPN, ha scritto quello che noi predichiamo da anni su queste pagine: New York non ha realizzatori in post basso, gente che, quando nell’ultimo periodo le difese NBA stringono le maglie, possa andare a tentare tiri da sotto, tiri ad alta percentuale realizzativa rispetto a soluzioni dalla media o dall’arco.

I Knicks devono invece affidarsi agli esterni, Houston e Sprewell prima e Houston e Van Horn oggi. Ovviamente le percentuali realizzative scendono e gli avversari possono rientrare nel punteggio. Aggiungiamoci che senza Spree il roster è stato privato dell’unico penetratore ed il gioco è fatto.

I Knicks sono poi, ad oggi, un team abbastanza vecchio, lento e con le esecuzioni dei giochi quantomeno incerte (come testimoniano le numerose palle perse).

Tutti questi problemi si spera che verranno risolti con il ritorno di Antonio McDyess. I più ottimisti avevano ipotizzato un rientro già contro i Nets, ma Dyce ha smentito, non sentendosi ancora pronto e prendendosi così un’altra settimana di “contatti veri” in allenamento.

Da qui a dire che lo sfortunato ex-Nuggets salverà i Knicks, è affrettato e quantomeno ingeneroso nei confronti di un giocatore che necessita di tempo e non di quella pressione che sicuramente avrà da parte di tutta la New York cestistica dal primo minuto calcato sul parquet.

Buona fortuna, Antonio…

Andrea Delbuono



Posto a rischio per Fassel?
Articolo di Angelo Perrino del 14/11/2003 delle ore 19:00

Tutto sembrava perfetto per il rilancio definitivo dei Giants. La squadra di coach Jim Fassel era reduce dalla vittoria esterna contro Minnesota, una delle franchigie più in forma della NFL, ed affrontava in casa quella che al momento attuale è la peggior squadra della lega (superata forse soltanto dai Detroit Lions): gli Atlanta Falcons.

Questi ultimi non vincevano da 7 turni dopo aver battuto nella prima partita stagionale i Dallas Cowboys ed erano privi del loro giocatore più pericoloso in attacco, Michael Vick. Il quarterback, infatti, viste anche le difficoltà dei compagni ha deciso di non affrettare il ritorno in campo e solo in questi giorni ha ripreso ad allenarsi in vista del ritorno del 30 novembre contro gli Houston Texans.

Nonostante queste premesse i Giants non solo hanno perso ma sono addirittura stati umiliati dall’attacco avversario. Quella che era considerata una delle migliori difese di questa prima parte di stagione, specialmente contro le corse, non è mai riuscita a fermare il running back Warrick Dunn (178 yard guadagnate ed un touchdown segnato).

La cosa diventa ancora più grave perché già in sede di preparazione della partita era noto che Atlanta avrebbe puntato quasi esclusivamente sui giochi di corsa a causa dell’inesperienza del quarterback Kurt Kittner (solo 3 partite giocate da titolare nella NFL).

La partita è iniziata subito in salita per i Giants perché 4 tackle sbagliati permettevano a Dunn di correre per 45 yard e portare in vantaggio Atlanta nel primo possesso. Dopo 5 drive terminati con un punt New York riusciva a pareggiare con un touchdown di Dorsey Levens che percorreva le 2 yard necessarie per entrare nella end-zone. I Giants avevano anche la possibilità di portarsi in vantaggio a pochi secondi dalla fine del primo tempo ma il quarterback Kerry Collins si faceva intercettare un lancio da Bryan Scott.

Dopo la pausa dell’intervallo tornava in campo soltanto una squadra: i Falcons. La franchigia allenata da Dan Reeves chiudeva la partita segnando 2 touchdown (ricezione di Justin Griffith e corsa di T.J. Duckett) ed intercettando un altro lancio di Collins con Tod McBride.

Nei 17 minuti di gioco che restavano i Giants non solo non riuscivano a segnare neanche un punto ma concedevano un altro touchdown agli avversari. Ancora T.J. Duckett, infatti, entrava nella end-zone dopo una corsa di 12 yard e portava lo score sul 27 a 7 finale per la squadra ospite.

Questa sconfitta, la terza in casa quest’anno per New York, sarà ricordata non solo per il fatto di essere stata la 200esima vittoria nella NFL di Reeves ma anche perché per la prima volta i tifosi dei Giants hanno manifestato ad alta voce il loro malumore nei confronti di Fassel.

Quando mancava meno di un minuto alla fine del terzo quarto dagli spalti si è levato il canto “licenziate Fassel” come avevano fatto in questo stesso stadio nel 1989 i tifosi dei Jets chiedendo l’allontanamento di Joe Walton (licenziato a fine stagione). I fischi si sono placati soltanto perché i tifosi hanno abbandonato lo stadio lasciandolo mezzo vuoto per l’ultimo quarto anche a causa del vento freddo che soffiava sul Giants Stadium.

Fassel (che ha ancora un anno di contratto) non ha certo apprezzato i cori ma li ha giustificato dicendo che “la squadra quest’anno ha perso in malo modo 3 partite casalinghe. Capisco i tifosi perché anche io non sono contento della situazione. Quella di stasera poi è stata la peggior performance di una mia squadra e tutto è partito da me che evidentemente non ho preparato bene i giocatori".

"Durante la settimana", continua l'allenatore, "avevo detto loro di fare molta attenzione in campo e prima della partita mi sembravano pronti. Invece hanno preso in giro sé stessi ed anche me ”. Negli spogliatoi a fine partita Fassel non è stato particolarmente duro con i suoi anche se ha avuto molta risonanza sui giornali la domanda provocatoria che il coach ha rivolto ai suoi : "Volete farmi licenziare?".

Ovviamente tutti i giocatori hanno pronunciato le solite frasi di circostanza per difendere l’allenatore ma hanno anche dato ragione agli spettatori per i fischi contro di loro. Sintetizza il tono generale dello spogliatoio Collins, responsabile di 2 delle 4 palle perse dai Giants: “Nessuno di noi vuole che Fassel sia licenziato. Non pensiamo che la stagione sia già finita perché mancano ancora molte partite e può succedere di tutto. Credo che la squadra abbia del carattere e si riprenderà presto, anche se non sarà una passeggiata”.

L’unico che ha avuto da dire nei confronti dell’atteggiamento dei tifosi è stato il defensive end Michael Strahan. “È molto incoraggiante il loro sostegno! Secondo me quello che hanno fatto è stupido perché se vengono allo stadio devono tifare per noi. È l’unica cosa che ci aiuta. Se non sono fan dei Giants che restino pure a casa. Io non mi presento sul loro posto di lavoro quando sbagliano per chiedere il licenziamento”.

“Il nostro allenatore sta facendo del suo meglio ed essere sinceri siamo noi che oggi non lo abbiamo aiutato a fare il suo lavoro”, continua il Pro Bowler, “La nostra prestazione è stata a dir poco orribile e dovremmo vergognarci per come abbiamo giocato. Mi vergogno per la squadra, per i nostri tifosi ed anche per chi non è nostro tifoso e ci ha visto in tv. Non c’è stata una sola cosa che abbiamo fatto bene”.

Probabilmente quello che più indispettisce gli spettatori nei confronti dell’allenatore è il fatto che i Giants sembrano commettere sempre gli stessi errori (soprattutto quello dei palloni persi si trascina da inizio stagione e ricompare puntualmente nei momenti decisivi delle partite).

Questo è sicuramente indice di scarsa concentrazione dei giocatori in campo ma non si può certo dare la colpa al solo allenatore. Ogni settimana sentiamo Fassel dire ai suoi che l’impegno che li aspetta la domenica non si vince semplicemente scendendo in campo ma evitando distrazioni che risultano fatali (finora 22 palloni persi dai Giants in 9 partite).

Gli stessi giocatori hanno detto che la settimana passata l’allenatore aveva ripetuto costantemente che quella con i Falcons non era una partita da sottovalutare e qualcuno è anche parso risentito per le raccomandazioni di Fassel. Strahan, infatti, ha dichiarato che “la nostra è una squadra di professionisti. Non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica di fare attenzione la domenica in campo. Sappiamo quanto è difficile la NFL”.

Forse Fassel avrebbe dovuto indirizzare meglio i suoi consigli per evitare di urtare la sensibilità del capitano dei Giants ma alla luce di quello che si è visto in campo domenica è difficile dare torto all’head coach. Strahan farebbe bene ad interpretare in campo il ruolo di leader correggendo gli errori dei compagni invece di ribattere alle dichiarazioni del suo allenatore. “Il nostro problema principale è che ci sono sempre le stesse persone, incluse me, che commettono sempre gli stessi errori”, ha dichiarato Barber.

Strahan potrebbe iniziare ricordando ad un suo compagno di linea, il defensive tackle Keith Hamilton, che la lega non tollera più le trattenute che impediscono agli offensive linemen di posizionarsi per bloccare l’avversario.

Domenica gli arbitri gli hanno fischiato contro due falli di questo tipo che hanno permesso ai Falcons di guadagnare un primo down e non è certo la prima volta che il giocatore commette questi errori. L’episodio più eclatante risale al Super Bowl numero 35 contro i Baltimore Ravens quando una penalità di questo tipo contro Hamilton annullò un touchdown segnato dalla difesa dopo un intercetto.

Sono di vecchia data anche i problemi del running back Tiki Barber nel controllare il pallone durante la corsa o dopo la ricezione. Domenica è successo ben due volte ed in entrambe le occasioni il fumble è arrivato quando i Giants erano ad un passo dal touchdown. Nel primo quarto Barber ha perso il pallone sulle 22 yard avversarie mentre la squadra era alla ricerca del pareggio ma il fumble il più costoso è arrivato nell’ultimo quarto.

New York era indietro 20 a 7 quando mancavano ancora 11 minuti alla fine della partita ed al termine di un buon drive sembrava essersi risvegliata dal torpore dei primi 3 quarti. Avrebbe sicuramente segnato il touchdown che riapriva la partita se non fosse arrivato il secondo errore di Barber che perdeva il pallone e toglieva ai suoi ogni possibilità di recupero.

In quel momento i Giants "hanno deciso" che la partita era persa e non si sono più avvicinati alla red-zone avversaria. “Non voglio dire che a quel punto abbiamo mollato ma non c’era più quella volontà necessaria per tornare in partita. Eppure il tempo per cercare di vincere non mancava”, ha ammesso il centro dei Giants Chris Bober.

Quello nell’ultimo quarto è stato il sesto fumble di Barber e qualcuno si chiede come mai Fassel lo abbia sempre schierato nonostante in panchina ci sia Dorsey Levens, noto per essere un back che raramente perde un pallone e che quando è stato chiamato in causa ha sempre fatto bene (contro i Falcons ha toccato 2 palloni segnando un touchdown).

Quando gli viene chiesto perché Barber resta in campo sempre e comunque, Fassel ha detto che “non mi interessa quello che dice la gente. Io non conosco nessun allenatore che metterebbe in panchina il giocatore che quando si ritirerà avrà guadagnato più yard di tutti nella storia della franchigia”.

Purtroppo per i Giants i problemi in attacco non sono limitati al running back. La linea offensiva ha giocato la sua peggior partita dall’inizio dell’anno. Il gruppo nonostante gli sforzi compiuti da uno dei migliori assistenti della lega, Jim McNally, ha dimostrato tutta la sua inesperienza. Ha commesso 6 penalità, ha concesso 2 sack e ha permesso agli avversari di arrivare facilmente al quarterback per colpirlo o mandarlo fuori tempo.

Basti pensare che i titolari erano un giocatore scelto al primo round (Luke Petitgout, uno dei pochi su cui fare affidamento nonostante qualche problema fisico), una quinta scelta, una settima e due giocatori che non sono stati neanche scelti. Uno di loro due (il tackle Ian Allen) ha alle spalle una sola stagione da titolare al college, è stato fermo un anno e prima di questa avventura con i Giants aveva combinato poco o nulla con i Chiefs.

Sono evidenti in questo caso le colpe del general manager Ernie Accorsi che, nonostante fosse a conoscenza dei problemi della linea già dalla scorsa stagione, ha fatto poco per sistemare il reparto. Le attenzioni del dirigente si sono concentrate invece su obiettivi che avrebbero avuto maggiore risonanza sui quotidiani.

L'unico movimento degno di nota di Accorsi nella off-season è stato infatti la firma del returner Brian Mitchell che però finora ha guadagnato pochissime yard a partita e non è neanche l'ombra di quel giocatore che occupa il primo posto nella statistica di yard totali ritornate nella storia della NFL.

L’incapacità della linea di bloccare non ha impedito a Fassel di chiamare molte volte lo schema con il backfield vuoto che aveva funzionato contro i Vikings. Nella partita di domenica invece questa scelta si è rivelata controproducente ed ha sollevato non poche critiche perché gli avversari chiamavano spesso un blitz costringendo Collins ad uscire dal pocket.

Tutta la lega sa ormai che il modo migliore per fermare al quarterback è proprio quello di mettergli fretta ed anche contro Atlanta se n’è avuta l’ennesima dimostrazione. Uno degli intercetti lanciati ha fermato i Giants nel tentativo di passare in vantaggio alla fine del primo tempo mentre l’altro ha messo i Falcons in una buona posizione del campo per segnare i touchdown del 21 a 7.

Le difficoltà di Collins nel trovare un compagno libero sono la conseguenza di una errata gestione del personale da parte di Fassel che coinvolge poco i wide receiver chiamando sempre gli stessi schemi, facendo così diventare i lanci del quarterback prevedibili e facile preda per gli avversari.

L’head coach ha finora usato pochissimo Tim Carter, uno dei migliori giovani wide receiver della lega e protagonista di una grande giocata contro Atlanta, e Amani Toomer, wide receiver che nelle ultime 3 stagioni ha sempre superato le 1000 yard ricevute e lo scorso anno sembrava essersi guadagnato la fiducia di Fassel.

È gestito male anche il tight end Jeremy Shockey che quando viene usato per creare dei pericolosi mismatch con i difensori avversari riesce sempre ad essere incisivo (vedi sfida con Minnesota) ma troppo spesso viene usato come estensione della linea per proteggere Collins.

Le cose non sono andate molto meglio in difesa. Dunn ha fatto praticamente quello che ha voluto. “È imbarazzante”, dice il linebacker Mike Barrow, “Non voglio mancare di rispetto agli avversari ma abbiamo affrontato avversari che correvano meglio e ci siamo comportati meglio. Oggi siamo scesi in campo e abbiamo giocato al livello del nostro avversario. Eravamo in 8 messi lì proprio per fermare le corse e Atlanta ha guadagnato 216 yard. È ridicolo. Se li avessimo fermati avremmo vinto nonostante le 4 palle perse”.

Se Fassel a fine stagione dovesse essere licenziato sarà accompagnato dal defensive coordinator Johnny Lynn. Fino alla scorsa stagione Lynn era l’allenatore dei defensive back e pagherà gli errori commessi dalla secondaria dei Giants che contro i Falcons se l’è cavata solo per manifesta superiorità nei confronti del reparto offensivo avversario ma in tutta la stagione ha sofferto parecchio contro i wide receiver più dotati tecnicamente.

Ora Lynn e Fassell dovranno rivedere in fretta le loro strategie perchè i prossimi due impegni dei Giants saranno entrambi in trasferta, contro Philadelphia e Tampa Bay (Monday Night). Il fatto che si tratti di trasferte invece che sfide casalinghe potrebbe essere un vantaggio per New York che in casa ha vinto una sola partita su cinque mentre fuori hanno vinto tre volte su quattro.

Fassel dovrà però fare a meno di Shockey che si è infortunato ad un ginocchio e nella migliore delle ipotesi starà fermo tre settimane. In un primo momento l'infortunio è sembrato abbastanza grave da fargli saltare la seconda parte di stagione ma i medici sono ottimisti su un suo recupero. Al suo posto per ora ci sarà Marcellus Rivers che in 3 anni ha accumulato soltanto 46 ricezioni.

Per avere una speranza di accedere ai playoff i Giants devono assolutamente vincere contro gli Eagles per non aumentare il distacco, attualmente di 2 partite, proprio dai prossimi avversari che occupano l’ultimo posto disponibile per la post-season.

New York affronta nel momento peggiore Philadelphia perché gli Eagles sono reduci da 4 vittorie consecutive e dopo aver perso le prime 2 partite stagionali hanno vinto 6 delle ultime 7. La prima della serie è stata proprio quella colta contro i Giants a New York, arrivata ad 80 secondi dalla fine della partita con un punt ritornato nella end-zone da Brian Westbrook. Che sia il caso di fare gli scongiuri?

Angelo Perrino



Falsa partenza per i Nets
Articolo di Andrea M. del 12/11/2003 delle ore 12:56

Sono bastati poco più di dieci giorni per capire che la pre-season è cosa ben diversa dalla stagione regolare.

Fino al 29 di ottobre i New Jersey Nets erano considerati dalla stragrande maggioranza degli addetti ai lavori i favoriti assoluti per la conquista della Eastern Conference. Del resto, con un roster di quindici giocatori tra cui, oltre ai soliti noti, figura anche Alonzo Mourning è molto facile trovarsi in sintonia con il Coach, quando afferma che l’obiettivo è chiudere la stagione a quota 60 vittorie.

Il punto è che Byron Scott ha fatto i conti senza l’oste o, per essere più in tema, senza il dottore. Probabilmente un paio di piccoli infortuni compaiono nel budget alla voce “eventi straordinari”, ma una strage come quella che ha colpito i Nets in avvio di stagione non poteva prevederla neppure il peggior menagramo disponibile su piazza.

Cerchiamo di fare l’inventario del reparto infermeria: Kenyon Martin (già lievemente acciaccato anche in pre-season) si è procurato una distorsione alla caviglia e il suo rientro è previsto per la fine della settimana. Lucious Harris è stato inserito in lista infortunati almeno fino al 18 novembre a causa dei guai alla schiena. Rodney Rogers ha un problema al pollice, Brian Scalabrine lamenta uno stiramento muscolare e Tamar Slay ha riacquistato da poco il pieno uso della sua caviglia malconcia.

“La nostra migliore amica in questo periodo è la borsa del ghiaccio” dice Jason Kidd che, pur essendo tra quelli che in campo riescono ad andarci, ha sempre qualche piccola ferita da sanare.

La logica conseguenza di tutti questi infortuni è una formazione poco competitiva e completamente da ricostruire. Dopo la settima partita, il misero parziale di tre vittorie e quattro sconfitte (lontano parente del doppio 6-1 con il quale i nuovi Nets esordirono nelle passate stagioni) è quasi completamente da imputare a questa catena di piccole disgrazie.


Il quintetto
Kidd è come al solito l’ago della bilancia di questi derelitti Nets e, quando i suoi passaggi non sono sufficenti per vincere, si trasforma in cannoniere (vedi i 30 punti contro Washington) e rimbalzista (ne ha presi 11 con tanto di tripla doppia contro Minnesota).

Se Kidd non è in serata e il suo tiro fa cilecca, e questo succede in particolare quando è costretto a forzare, gli altri quattro devono necessariamente salire di livello. Ma se questi “altri” si chiamano, per esempio e senza offesa, Doug Overton è molto probabile che i Nets escano dal campo con una bella sconfitta.

Durante la pre-season, Scott aveva già fatto trasparire la possibilità di un impiego di Kidd molto limitato, massimo 36 minuti a partita, e invece il playmaker californiano sta viaggiando a quota 40’, con una punta di 45’ nell’ultima trasferta (persa) contro Detroit.

Gli straordinari sono legati sia alle assenze degli altri big che al ritardo di preparazione di Zoran Planicic. Non che il rookie croato sia giù di forma, il problema è che non ha ancora capito come funziona l’attacco Princeton, e il Coach non si fida a lasciarlo in cabina di regia per più di cinque minuti.

Kerry Kittles continua ad essere un fantasma nell’attacco dei Nets e, nonostante il risveglio contro Detroit, con 17 punti e 8 su 15 al tiro, il suo 29% dal campo dei primi sei incontri ha fatto immediatamente pensare a qualche intervento sul mercato. Ma Rod Thorn dice che non ci sarà nessuna operazione di assestamento, e se lo dice lui è meglio che i detrattori di Kittles si mettano il cuore in pace.

Richard Jefferson sta giocando bene, con percentuali ottime e una tranquillizzante continuità. In assenza di Martin è chiaramente lui il destinatario principale degli assists di Kidd, e le gioie dei tifosi che lo vedono volare a raccogliere alley-oops, sono più o meno paragonabili ai piaceri provati dai giornalisti durante le sue interviste.

Recentemente stuzzicato sull’altalenante andamento della squadra ha rilasciato questa dichiarazione: “siamo tranquilli, essere 2-2 non significa avere il 50% di vittorie”. Richard, la matematica non è un’opinione, due partite su quattro equivale al 50%. “Siate seri, essere a dieci vinte e dieci perse vuol dire realmente viaggiare al 50%, per adesso non c’è niente di cui preoccuparsi……”. Sarebbe bello poter rifare la stessa domanda a Jefferson nella situazione attuale, con i Nets fermi a tre sole vittorie e con gli Spurs in arrivo. Chissà cosa si inventerebbe…

In ala grande, la posizione naturale di Martin e Rogers, ha fatto una breve ma dignitosa apparizione Scalabrine; adesso che anche lui è tra gli indisponibili il posto appartiene a Jason Collins.

The Twin, sempre titolare in queste prime uscite, aveva già vinto il ballottaggio con Alonzo Mourning, e questa è un ulteriore indizio a supporto di quel sospetto che voleva l’ex centro di Stanford come obiettivo principale dello scambio che portò a New Jersey Jefferson e Armstrong.

Scott sostiene che la presenza in quintetto è il giusto premio per il duro lavoro e il costante progresso dimostrato da Collins. Sono più o meno le stesse parole pronunciate lo scorso anno quando il Gemello il ballottaggio lo vinse a spese di Mutombo e, visti i successivi sviluppi, questo non lascia molte speranze a chi voleva Mourning sul parquet per almeno 30’ a partita.

L’utilizzo di Collins come ala grande è comunque piuttosto fittizio in quanto, anche se in difesa è lui che si occupa dei numeri quattro avversari, in attacco ritorna ad occupare la propria posizione di centro, scambiandosi il ruolo con l’ultimo membro dello starting five: Aaron Williams.

Ribattezzato recentemente “Iron Man” per il suo fisico eccezionale, che lo ha reso immune da ogni sorta di infortunio, Williams è un giocatore dall’elevato coefficiente di rendimento. Che parta titolare o dalla panchina il suo contributo in termini di punti, di rimbalzi o di sacrificio difensivo lascia quasi sempre il segno e il suo tiro dalla media distanza a volte è perfino più affidabile di quello di K-Mart.


L’immediato futuro
Ovviamente Scott deve continuare ad arrangiarsi con i giocatori che ha a disposizione mostrando però una maggiore predisposizione all’azzardo. Dovrebbe rischiare di più buttando nella mischia atleti che si sono visti poco, come Slay o Armstrong, ma che in quelle rare occasioni hanno dimostrato di poter reggere il forte.

Con il pieno recupero degli assenti la situazione dovrebbe cambiare radicalmente. Utilizziamo il condizionale perché c’è ancora da sciogliere il dubbio relativo a quello stretto legame tra Byron Scott e i minuti di rotazione della panchina.

Solitamente le seconde linee servono, in situazioni di ordinaria amministrazione, quando i titolari devono tirare il fiato o stanno giocando palesemente male. Per Scott invece il loro ruolo è quello di timbrare il cartellino allo scoccare del minuto stabilito per l’ingresso in campo, fare il loro compitino e timbrare di nuovo quando giunge il momento di tornare a sedersi.

Ovviamente abbiamo estremizzato per evidenziare il più grande difetto di Scott, che è troppo legato alla fredda programmazione, con scarsa propensione all’improvvisazione e alla lettura immediata di ogni singola situazione.

Il tempo a disposizione per far quadrare il cerchio non è molto anche perché il calendario prevede l’arrivo degli Spurs, il Derby, una trasferta ad Atlanta e i lanciatissimi Hornets del ritrovato Baron Davis.

Andrea M.



Like a roller coaster
Articolo di Andrea Delbuono del 11/11/2003 delle ore 12:56

La settimana appena trascorsa ha mostrato tutti i pregi ed i difetti degli attuali Knicks, in grado di perdere di 16 punti in casa contro Milwaukee dopo essere stati nettamente in vantaggio, ma anche in grado di recuperare uno svantaggio in doppia cifra e vincere in volata contro Sacramento.

Diciamo subito che c’è un uomo che sta diventando un fattore determinante, più del bomber Houston o dell’irriconoscibile “guerriero” Van Horn: Dikembe Mutombo.

Nessuno, crediamo, poteva pensare che la presenza o meno dell’africano sotto le plance potesse essere così decisiva e fare la differenza tra una sconfitta ed una vittoria.

Non era di certo un segreto che, da qualche anno a questa parte, New York difettasse di un big man, facendo adattare Kurt Thomas ad una posizione non sua… ma che differenza tra quando Mutombo è in campo a quando è seduto in panchina!

Purtroppo per i Knicks, pare che Don Chaney non lo abbia ancora capito, al contrario di tutto il mondo civilizzato, con buona pace dell’ex centro dei Nets che ovviamente inizia a spazientirsi.

Ma andiamo con ordine. La settimana è iniziata con una vittoria sugli Orlando Magic, in Florida, in una delle partite più brutte della recente storia NBA. 75-68 il finale, con i Knicks che ricacciano in gola i proclami di Tracy McGrady che, galvanizzato dalla vittoria al Garden di pochi giorni prima, aveva dichiarato che ne avrebbe messi una cinquantina.

I newyorkesi ovviamente fanno di tutto per scialacquare un vantaggio di 15 punti nel terzo periodo, quando Chaney fa misteriosamente accomodare Mutombo sul pino.

A salvare la baracca ci pensa uno dei più improbabili, ossia Othella Harrington che rispedisce indietro i Magic con tre canestri consecutivi all’inizio dell’ultima frazione, quando Allan Houston è già da qualche minuto negli spogliatoi per un problema alla schiena. C’è però da dire che questa volta, per Chaney, sarebbe davvero stato difficile riuscire a perdere, dato che Orlando conclude la gara con il 25% dal campo al tiro.

Se quella in Florida è stata una brutta partita, allora non troviamo aggettivi peggiorativi per definire quella successiva contro i Milwaukee Bucks. Come detto in apertura, i Knicks gettano alle ortiche un vantaggio che dice 15-2 e poi 24-9 solo nel primo periodo, quando il quintetto titolare vede un Mutombo scatenato, difensivamente parlando, ma pure dall’altra parte, autore di tre gancetti su altrettanti tentativi.

Chaney ritiene però che questo starting five sia troppo lento nonostante l’assoluto dominio e toglie Deke dal campo praticamente fino alla fine. Il risultato è che i Bucks rientrano in partita per poi dilagare. Il tutto nonostante i 35 punti di Houston ed i 19 di Van Horn (tra l’altro, insieme hanno messo 22 dei primi 24 punti della squadra), più i 19 rimbalzi di Thomas.

Mutombo, a fine gara, non può non sbottare contro il proprio allenatore: “Non ho controllo su certe decisioni: se mi mettono in panchina, devo sedere in panchina. Ma non è detto che se gli avversari sono più piccoli e veloci noi ci dobbiamo adattare a loro. Potremmo avere noi un vantaggio con un quintetto alto e grosso e a quel punto potrebbero essere loro a doversi adattare. Ma il coach ha fatto le sue scelte, ovvio che io come giocatore vorrei stare in campo di più”

Un fantasioso giornalista, scrive che il miglior head coach stipendiato dal proprietario Mark Dolan sia Doug Collins, commentatore per la rete televisiva del Madison Squadre Garden: che non abbia tutti i torti?

Nel dopo-gara di questa infausta notte, Houston è messo sotto processo, dato che nel secondo tempo ha messo solo 8 dei suoi 35 punti e lo si accusa come al solito di sparire nei momenti più importanti. Facile invece intuire come la difesa dei Bucks si sia chiusa su di lui, sfruttando poi la mancanza di Mutombo nel mezzo arrivando a facili canestri da sotto (48-30 il risultato dei punti da dentro l’area colorata).

Evidentemente, però, i brontolii del nuovo centro bluarancio sono serviti e Chaney, nella gara interna contro i Sacramento Kings, lo schiera per 37 minuti. I risultati si vedono: vittoria (udite, udite, in rimonta) per 114-11, con Houston che ne mette 39 di cui 6 negli ultimi 1:41 minuti, alla faccia di chi lo vuole eclissato nel finale.

Keith Van Horn è altrettanto gladiatorio (20 punti e 13 rimbalzi), con grande ardore difensivo e tuffi su palle vaganti, ma è Mutombo l’ancora di salvataggio: al di là dei 9 punti (due liberi messi dentro nei momenti decisivi), dei 7 rimbalzi e delle 4 stoppate, sono i tiri che altera a fare la differenza. Con lui in mezzo, per gli avversari è davvero difficile andare fino in fondo a chiudere felicemente l’azione ed anche se non arriva l’inchiodata, basta mettere in difficoltà il portatore di palla per fargli sbagliare la conclusione.

Ultimo appuntamento settimanale è il primo back-to-back della stagione, ossia una trasferta a Milwaukee. Ebbene, vi ricordate quell’album di Britney Spears che si intitolava “Oops!...I Did It Again“? Pure Chaney lo fa di nuovo. Cosa? Tenere fuori Mutombo per tutto l’ultimo quarto di una gara equilibrata, che i Bucks vincono nel finale 90-87 grazie ai punti da sotto di Tim Thomas, che spadroneggia nell’area colorata vista all’assenza dell’africano.

Montagne russe? Sì, ma di follia pura.

Andrea Delbuono



Jets-Giants, la partita
Articolo di Angelo Perrino del 7/11/2003 delle ore 20:00

Lo scorso turno della NFL prevedeva al Giants Stadium la sfida fra le due squadre di New York che durante la stagione si alternano sul campo delle Meadowlands, i Jets (padroni di casa) e i Giants. La partita era stata etichettata “Survivor Bowl” perché, come nello show televisivo, il perdente sarebbe stato eliminato. In questo caso le due franchigie non si disputavano un premio finale ma soltanto la possibilità di restare in corsa per la postseason.

I Giants, alle prese con problemi di special-team e con le difficoltà di un attacco che arrivato nella end-zone non combinava più nulla, si presentavano con un record di 3 vinte e 4 perse mentre ancora peggio erano messi i Jets che, privi del quarterback titolare Chad Pennington (infortunatosi proprio contro i Giants nella pre-season), hanno perso le prime 4 partite della stagione ed erano reduci dalla sconfitta con gli Eagles dopo 2 vittorie consecutive.

I Jets andavano in vantaggio nel loro primo possesso con un touchdown di Santana Moss ma in seguito perdevano ben 3 palloni concedendo agli avversari ottime posizioni di partenza per i drive. I Giants però non ne approfittavano e mettevano a segno soltanto 13 punti (2 calci di Brett Conway ed un touchdown di Amani Toomer). Un primo tempo non certo brillante, contraddistinto da molti punt ed errori da entrambe le parti, terminava così con i Giants in vantaggio per 13 a 7.

Il terzo quarto iniziava come il primo: 7 punti per i Jets nel primo possesso. I Giants rispondevano quindi con 2 touchdown (ricezione di Ike Hilliard con seguente trasformazione da 2 punti e corsa di Dorsey Levens) portandosi così avanti 28 a 14 quando mancavano 10 minuti alla fine della partita. Tutto faceva pensare ad un tranquillo finale di partita in cui la difesa dei Giants, protagonista nelle ultime settimane, controllava un attacco lontano parente di quello dello scorso anno e portava a casa la vittoria.

Chi ha seguito le (dis)avventure dei Giants di quest’anno si sarà però abituato ai finali di partita palpitanti e quindi la difesa “decideva” di concedere maggior spazio agli avversari per rendere la partita interessante fino all’ultimo secondo. I Jets ovviamente non stavano a guardare e Pennington segnavano 2 touchdown, separati dall’ennesimo punt di Jeff Feagles per i Giants, e pareggiavano la partita a 29 secondi dalla fine dei tempi regolamentari.

Il lancio della monetina per il primo possesso dell’overtime favoriva la squadra di Fassel che partiva dalle proprie 34 yard ed arrivava fino alle 21 yard avversarie mandando così in campo il kicker Brett Conway. Trattandosi dei Giants ben pochi tifosi dei Jets hanno abbandonato lo stadio credendo di aver assistito alla sconfitta della propria squadra. Conway, da buon kicker dei Giants, non dava loro un dispiacere e sbagliava il calcio mandandolo fuori dai pali.

Dopo uno scambio di punt i Jets prendevano il pallone a 7 minuti dalla fine ed una serie di incompleti di Pennington li bloccava sulle 37 yard avversarie costringendoli ad affrontare un quarto down e 3. A bordo campo il coach Herman Edwards dopo un attimo di esitazione ordinava un field goal di 51 yard da far calciare dal kicker Doug Brien nella speranza che quest’ultimo avesse imparato dall’errore nell’overtime dello scorso anno contro i Bears quando vestiva la maglia dei Vikings.

Evidentemente a casa Brien la videocassetta della partita non deve ancora essere arrivata perché il kicker organizzava uno spettacolo che ha fatto ridere tutta la nazione (meno i tifosi dei Giants, ovviamente solidali con i loro concittadini).

Il terzo down si era concluso con un tackle subito dal wide receiver Santana Moss e sia gli arbitri (per determinare il punto in cui mettere il pallone) che i Jets facevano passare almeno 15 secondi dei 40 concessi per lo snap prima di entrare in campo. Addirittura quando l’holder Dan Stryzinski e Brien entravano in campo mancavano soltanto 17 secondi allo scadere del tempo ed i Jets avevano già usato i 2 timeout concessi nell’overtime.

La linea dei Jets era già in campo ma nessuno di loro sembrava avere particolare fretta forse anche perché non era chiaro cosa avrebbero dovuto fare: un punt o un tentativo di trasformazione di un field goal. Tutto è cambiato quando Stryzinski ha guardato al cronometro ed ha visto che mancava pochissimo allo scadere. A quel punto tutti i giocatori, l’holder in particolar modo, hanno capito che il tempo era agli sgoccioli ed era il caso di fare in fretta per tentare il field goal.

L’unico giocatore in campo che non si era accorto del richiamo del compagno sfortunatamente per i Jets era proprio Brien che continuava tranquillo la sua routine di stretching e preparazione al calcio come se lo snap fosse distante minuti se non ore. Ad un secondo dallo scadere Stryzinski chiamava lo snap e Brien si faceva trovare impreparato vedendosi costretto ad affrettare il calcio.

“Mi preparo ai calci seguendo una routine particolare e guardare l'orologio non fa parte del processo. Penso soltanto a prepararmi per il tentativo. Ho sentito tardi l’avvertimento dei compagni, ho provato ad affrettare la rincorsa ma non ero pronto”, ha ammesso il kicker a fine partita.

Era invece pronto Will Allen, cornerback dei Giants, che subito dopo lo snap si lanciava verso il pallone e riusciva a bloccarlo trovando poca resistenza da parte dei giocatori avversari. “Sapevo che lo snapper stringeva il pallone prima di lanciarlo all'holder. Appena lo ha fatto sono partito ed ho preso un tale slancio che stavo quasi per oltrepassare il punto in cui si trovava la palla. Sono contento di aver bloccato il calcio non solo perché ho permesso alla squadra di provare un secondo calcio ma anche perché ho rimediato ad un mio errore in occasione di un touchdown di Moss che poteva costarci caro”, ha dichiarato Allen.

Una volta ripreso possesso del pallone i Giants hanno guadagnato 53 yard dando così la possibilità a Conway di provare un field goal da 29 yard a soli 4 secondi dalla fine. Il kicker stavolta non sbagliava fissando così lo score sul definitivo 31 a 28. “Sono contento di aver segnato i 3 punti decisivi ma sono molto più dispiaciuto per aver sbagliato il primo calcio perché sono pagato per trasformare sempre i field goal”, ha dichiarato il kicker che forse ha giocato l’ultima partita con i Giants visto l’imminente ritorno in campo del titolare Matt Bryant.

La vittoria permette ai Giants di ritornare in corsa per i playoff perché i Dallas Cowboys, primi nella NFC East, sono a 2 partite di distanza e l’ultimo posto per la postseason è invece lontano soltanto 1 partita. La squadra ancora una volta ha mostrato di non essere in grado di chiudere le partite per impedire una rimonta avversaria ma se non altro ha mostrato del carattere ed ha ritrovato, almeno contro i Jets, gli special team.

“Ci siamo quasi fatti sfuggire di mano la partita ma alla fine abbiamo vinto e questo è quello che conta”, ha dichiarato il centro Chris Bober. “Una volta in vantaggio non possiamo sederci e pensare di aver già vinto”, ha detto il tackle Kenny Holmes, “Penso che questa sia la più grande lezione che abbiamo imparato nella prima parte di stagione”.

La nota negativa della partita è stata la difesa che nel primo tempo aveva controllato agevolmente Moss e compagni ma nel secondo tempo non è riuscita a fare altrettanto una volta che Edwards ha trovato le giuste contromosse (153 yard concesse negli ultimi 2 possessi dei Jets nell’ultimo quarto). Si è interrotta anche la striscia di 14 partite in cui nessun back avversario ha guadagnato più di 100 yard (Curtis Martin ne ha accumulate 108 in 28 corse). Per fortuna dei Giants la difesa si è poi riordinata e nell’overtime ha concesso solo 58 yard nei 2 drive avversari.

L’attacco, incredibile a dirsi, non ha perso neanche un pallone ed ha coinvolto un po’ tutti i giocatori. È stato importante il recupero del wide receiver Amani Toomer che era stato criticato per aver perso in malo modo 2 palloni nella partita contro Minnesota ma ha risposto con un ottima prestazione nella sfida di New York (127 yard guadagnate in 6 ricezioni, 2 delle quali importantissime nell’overtime).

Ha giocato molto bene anche la linea offensive dei Giants che contro una difesa che aveva ottenuto 26 sack (primi nella lega) ha protetto benissimo il quarterback concedendo solo 1 sack. Contro i Jets Fassel ha riproposto molte volte lo schema che ha cambiato la partita contro i Vikings, un backfield vuoto per impedire agli avversari di presentare più giocatori vicino alla linea di scrimmage per cercare un varco nella linea offensiva.

Per i Jets invece la sconfitta segna, a meno di un clamoroso recupero, l’uscita dalla lotta per i playoff. Lo scorso anno la rimonta partì da un record di 2-5 mentre quest’anno le partite perse sono già 6 a fronte dello stesso numero di vittorie. Per avere una pur minima speranza la franchigia dovrebbe vincere almeno 6 delle 8 partite ancora da disputare. Da quando la NFL ha allargato nel 1990 l'accesso ai playoff a 6 squadre per conference nessuna squadra partita con un record 2-6 è arrivata ai playoff. “Lo scorso anno ci siamo riusciti anche perché i giocatori si conoscevano ma questa volta la squadra ha molti elementi nuovi che ancora faticano a trovarsi sul campo”, ha spiegato Edwards.

Inoltre oggi non sembra esserci l’entusiasmo di dodici mesi fa quando la definitiva consacrazione di Pennington aveva messo le ali alla franchigia. “La partita di oggi è stata devastante perché eravamo così vicini al successo. La cosa peggiore delle nostre sconfitte è proprio che siamo sempre ad un passo dalla vittoria ma finiamo per perdere”, ha detto uno dei protagonisti della partita, Moss (121 yard e 3 touchdown segnati).

A fine partita molti sono stati critici nei confronti di coach Edwards per la sua decisione di far provare il field goal a Brien nell’overtime invece di giocarsi il quarto down vista la buona serata del quarterback. “Sapevo che era un calcio difficile ma noi siamo qui per cercare di vincere. La scelta era fra un punt o un calcio di Brien e non ho avuto dubbi a scegliere la seconda opzione”, ha spiegato l’allenatore. La scelta è sembrata discutibile anche perché il kicker non trasformava un calcio da più di 50 yard dal 1999 anche se va detto che nella pre-season ne aveva segnato uno da 49.

Angelo Perrino



Knicks: Overdose di power forward
Articolo di Andrea Delbuono del 3/11/2003 delle ore 13:21

Tifosi bluarancio o semplici appassionati, con l’inizio della nuova stagione del basket NBA eccoci di nuovo qui per un nuovo team report.
C’eravamo lasciati pochi giorni dopo il draft e tante cose sono successe nella Grande Mela, tante sono cambiate, ma purtroppo una “cosa” è rimasta: l’odiato General Manager Scott Layden.

Premessa polemica a parte, vediamo cos’è cambiato. Innanzitutto Latrell Sprewell, l’anima dello spogliatoio, il leader, è stato ceduto a Minnesota in un giro a quattro squadre che ha portato a New York Keith Van Horn… ed è stata quasi insurrezione. Ogni tifoso è sbottato, chiedendo per l’ennesima volta la testa del GM.

Il giocatore più amato, quello con più carattere, è stato ceduto per un bianco notoriamente senza attributi. Non solo i tifosi, ma pure i giornalisti hanno messo alla berlina per l’ennesima volta Layden ed anche il povero Van Horn, quest’ultimo senza colpe se non quelle di essere stato indicato prematuramente come il nuovo Larry Bird al suo ingresso nella Lega ed essere finito ai Knicks al posto dell’amato Spree.

Ma intanto arriva il momento delle Summer League. Uscito senza troppi problemi dal contratto con il Real Madrid, Macjei Lampe inizia in sordina per poi esplodere nel torneo di Salt Lake City, tanto da essere incluso nel primo quintetto della manifestazione.

Accanto a lui brilla il secondo anno Frank Williams, playmaker che la scorsa stagione aveva saltato per infortunio questo fondamentale passaggio estivo e si era quasi sempre accomodato tra i presunti infortunati delle ipocrite injured list per tutta la stagione scorsa. C’è pure spazio per un altro rookie, Matt Carroll, guardia bianca non scelta al draft e che ben impressiona il coaching staff. Nella media le prove di Mike Sweetney, l’altro rookie.

Quando giunge l’ora del training camp, ecco spuntare Antonio McDyess, in silenzio da mesi ed impegnato a sudare nell’ennesima rieducazione dagli infortuni che lo hanno tenuto lontano dai campi praticamente per due anni: il suo ginocchio è guarito, ma Dyce ha da poco iniziato a prendere la spicchia in mano e non si sa ancora quando potrà rientrare.

A questo si somma un intervento in artroscopia ad un ginocchio per Allan Houston; pareva una cosa di routine, ma il capitano non disputa gran parte del training camp.

Quello che però colpisce del roster dei Knicks è la presenza di ben 11 power forward, o presunte tali… eh sì, perché tra ali sottodimensionate (Clarence Weatherspoon, Sweetney) ed ali ambigue (Van Horn è un 3 o un 4? Troppo lento per giocare ala piccola, troppo debole e senza questi maledetti attributi per giocare da ala forte?), non si hanno cambi per i piccoli.

Pare però che un piano, seppur contorto, il duo Layden-Chaney lo abbia: inaugurare la filosofia “grossi e giovani”. I Knicks devono quindi passare da una squadra carente di centimetri e chili degli scorsi anni ad essere una corazzata. A completare l’opera viene infine firmato Dikembe Mutombo, centro africano che non ha certo bisogno di presentazioni, rilasciato dai New Jersey Nets pochi giorni prima con una buonuscita milionaria.

Gli incontri di preseason non chiariscono però quale sarà l’assetto della squadra ed i punti interrogativi sono tanti: Mutombo è comunque vecchio ed arriva da un infortunio, terrà botta per almeno mezz’ora a partita? Chi giocherà in cabina di regia, il lento Charlie Ward, Williams che tanto bene ha fatto in estate o Howard Eisley, l’uomo più fischiato del Garden e quantomeno confuso quando mette piede in campo?

A confondere ancora di più le acque, ci pensa la voce di un possibile scambio con Golden State per avere Nick Van Exel al posto di Kurt Thomas e Ward.

Ma quello che non ci si aspetta davvero è vedere i rookie già fuori dalla rotazione in preaseason. Passi per Slavko Vranes, prospetto ancora da costruire, ma Lampe e Sweetney avevano dimostrato nelle leghe estive di meritarsi più spazio. Quindi, già a questo punto è chiaro il disegno di coach Don Chaney: salvare il posto, puntando su gente esperta che gli consenta di centrare i playoffs.

Le amichevoli si chiudono con 2 vittorie e 6 sconfitte. Van Horn è fischiato nelle gare interne, come se fosse sua la colpa di essere a New York. Addirittura Lampe viene fischiato dopo un paio di palle perse in uno raro spezzone di partita giocato. Siamo alla follia, altro che pubblico competente, qui la parola giusta è folla “isterica”. Giusto urlare “Fire Layden” (“Licenziate Layden” ndr), ma i giocatori vanno sostenuti se ora sono dei knickerbockers.

Proprio Van Horn, però, mostra segni di forza caratteriale come non aveva mai fatto intravedere in carriera. In una trasferta a San Antonio, dichiara "Dobbiamo essere più precisi e pignoli durante gli allenamenti, nei tagli, nei passaggi... siamo lenti fin dalle partitelle tra di noi, nell'eseguire gli schemi d'attacco, così quando ci ritroviamo in campo nelle partite vere e cerchiamo di accelerare i ritmi, finiamo per commettere errori. Dobbiamo essere più concentrati".

L'ex-Nets ha pure aggiunto che la colpa non è di coach Cheaney (ma qui qualche dubbio c’è), ma sono i giocatori che non lo ascoltano. Ecco spiegato l’alto numero di palle perse. Thomas, Ward e Shandon Anderson non gradiscono le parole del nuovo arrivato, ma almeno è un segnale che qualcuno è vivo.

Quando arriva l’ora di ridurre il roster a 15 giocatori come le regole NBA impongono, ad essere tagliati sono l’inutile Travis Knight ed il promettente Carroll. Questo significa non avere adeguati cambi per i piccoli, dal momento che nel roster resta solo Anderson in grado di cambiare Houston, ma l’ex-Utah deve pure sostituire Van Horn.

Taglio inevitabile quello di Carroll, dice la dirigenza, dal momento che Layden ha provato a scambiare Othella Harrington per trovare o spazio alla guardia oppure per avere un nuovo piccolo. Si parla infatti di Jamal Crawford dei Bulls, oppure di Morris Peterson dei Raptors, ma crediamo che a Chicago e a Toronto si siano fatte delle grasse risate a sentire le proposte di Layden, ossia Harrington.

Nel frattempo, Vranes, McDyess e Lampe vengono messi in injured list. Nulla da obiettare sui primi due, ma Lampe viene messo virtualmente dietro a due acciaccati (veri) che fanno invece parte del roster attivo, Harrington e Weatherspoon… un bel modo sicuramente per far crescere i giovani, non c’è che dire, soprattutto per dargli fiducia.

Alla vigilia, appare chiaro che questo roster non è certo male, esperienza e talento ci sono, ma ovviamente è un gruppo senza futuro ed i giovani sono sacrificati a scaldare la panchina se non addirittura le sedie dietro di essa. Quel che è chiaro è che, se Layden e Chaney considerano un successo arrivare ai playoffs e quindi tanto basta a salvargli il posto, questo roster può realizzare il loro obiettivo.

Si arriva così alla prima partita di stagione regolare, esordio casalingo contro Orlando. Il primo quintetto schierato da Chaney vede Mutombo in mezzo, Thomas finalmente restituito al suo naturale spot di ala forte, Van Horn all’ala piccola (con Deke alle spalle si ci può permettere che l’avversario diretto sfugga alla marcatura per andare dentro), Houston e Ward guardie. Sul pino Michael Doleac cambia Mutombo, Eisley rileva Ward ed il povero Williams finisce terzo PM, chiamato in causa quando Houston deve rifiatare ed Eisley diventa guardia tiratrice.

New York controlla la partita fino a 3:43 dal termine, quando la solita incapacità di portare in porto un vantaggio in doppia cifra (+10 per l’esattezza) viene fuori come troppe volte in questi ultimi due anni.

A condannare i Knicks, infatti, non è tanto il canestro di Tracy McGrady che porta la gara al supplementare e che passa da un parziale di 15-0 per i Magic, quanto gli errori tecnico/tattici di Chaney, come per esempio lasciare in panchina due difensori come Mutombo e Ward, schierando centro Van Horn con cinque falli che immancabilmente commette il sesto nel concitato finale (per la cronaca, quando l’ex-Nets esce dal parquet con 29 punti e 8 rimbalzi a referto, il Garden gli tributa una standing ovation… che sia sbocciato l’amore? Di certo, se l’impegno/impeto di Van Horn è quello visto in quest’occasione, siamo sulla buona strada). Alla fine, i Magic la spuntano 85-83.

Chaney alla fine ammette gli errori, ma la sconfitta passa anche dalla brutta serata al tiro di Houston, autore di soli 10 punti. Anche l’ex-Piston è in vena di ammissioni e dichiara che non è a posto: non ha un problema al ginocchio, quello ora sta bene, ma mentale.

Dopo l’infortunio, ha paura a prendere i contatti per uscire dai blocchi, quindi arriva al tiro senza il giusto tempo e lo spazio abituale. Van Horn lo ha rinfrancato, affermando che sono cose che capitano, pure lui tre anni fa reduce dall’infortunio ha avuto lo stesso blocco mentale, basta aspettare e passerà.

Ma i tifosi dei Knicks sperano che sia una questione di giorni, perché i 20 e più punti di media di Houston servono al più presto per non ritrovarsi in una situazione di classifica simile all’anno passato, quando New York iniziò con un brutto 1-9 che non riuscì più a ricucire.

Per il momento la situazione è 0-2 dopo la sconfitta a San Antonio per 86-74, gara in cui gli Spurs guadagnano un buon vantaggio nella prima metà per poi amministrare fino in fondo. I Knicks non riescono ad approfittare dell’assenza di tutti e due i play degli avversari, fuori per infortunio, e naufragano davanti ad un’altra brutta serata al tiro di Houston (19 punti ma 6/16 dal campo).

Forse, davanti ad un PM appena firmato come Jason Hart, non ci voleva il “reverendo” Ward, ma un Williams per dare dinamicità all’attacco. Ebbene, il buon Frank ha chiuso con 1 minuto giocato…

Andrea Delbuono






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