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Nets: Sono tornati i vecchi tempi?
Articolo di Andrea M. del 19/12/2003 delle ore 13:04

La lista infortunati è in continuo aggiornamento, il prematuro abbandono di Mourning è una ferita ancora aperta, non si sa quale sarà il nuovo proprietario e, di conseguenza, quale sarà il campo di gioco, Byron Scott non sta smentendo tutti coloro che di lui hanno una scarsa considerazione.

Sommiamo a questo elenco anche qualche piccolo problema di carattere più tecnico ed il risultato che otteniamo è una squadra che viaggia a quota 11 vittorie e 12 sconfitte, relegata al terzo posto in una division nella quale le prime (Phila e Boston) faticano a mantenere il 50%.

Durante i primi incontri di dicembre i Nets sembravano essersi scrollati di dosso i problemi di novembre, complici anche le poco impegnative partite con Milwaukee (sconfitta 93-86) e Orlando (99-95).

Avendo liquidato anche due franchigie dell’ovest, Phoenix e Seattle, con una striscia vincente di quattro vittorie tutto l’ambiente guardava al futuro con maggiore fiducia.

Scott si è subito gonfiato il petto vantandosi di aver trovato la ricetta per spronare i suoi giocatori: “Li ho visti tutti poco concentrati, allora li ho presi singolarmente motivandoli a dovere….Jason, credi di essere la migliore point guard della lega? Dimostralo! Kenyon, pensi di essere il giocatore più duro della NBA? Dimostralo!”.

In realtà queste classiche da conferenza stampa non centrano un bel niente con i buoni risultati della prima decade di dicembre. La verità è che i Nets si sono semplicemente limitati a giocare in base alle loro reali possibilità. Kidd ha registrato un’altra tripla doppia e dispensato assists a più non posso, Martin ha viaggiato a quasi 14 rimbalzi per partita e Jefferson ha toccato quota 31 (massimo stagionale) nella vittoria contro Seattle.

E’ evidente che se il trio di medaglie d’oro al Pre-Olimpico di Puerto Rico riesce a garantire questo tipo di prestazioni con sufficiente continuità, New Jersey riuscirà a riprendersi il posto di leader quantomeno della Atlantic; per ritornare a dominare l’intera Eastern c’è ancora da lavorare.

L’impresa potrebbe essere meno ardua se il nostro bersaglio preferito, Kerry Kittles, giocasse sempre a buoni livelli. Con Milwaukee ha messo a referto 22 punti con un 9 su 16 al tiro e tre triple realizzate.

E’ chiaramente impensabile che Kittles si prenda sempre almeno 15 tiri, anche perché la precedenza va data a Martin e Jefferson, ma è più che plausibile aspettarsi, da un giocatore che sta in campo 35 minuti, una decina di tentativi. Poiché KK non ha grinta sufficiente per imporsi e sbrogliare le situazioni più difficili, è compito del signor Scott responsabilizzarlo a dovere.

Aprendo una parentesi non proprio NBA, anche se stiamo parlando di due americani, negli anni ’80 un certo Dan Peterson disse a un certo Mike D’Antoni che il suo apporto offensivo era a dir poco scarso, e gli suggerì più e più volte, senza mezzi termini, di aumentare il numero di iniziative in attacco. Riuscì quindi a trasformare un buon organizzatore di gioco in un discretamente pericoloso attaccante, e sappiamo tutti che tipo di carriera ha avuto in Italia il D’Antoni giocatore……

Scott non può insistere nel caricare pesi su Jefferson, che è forte ma è pur sempre un terzo anno e su Kidd, che è la stella della squadra ma anche quello con le peggiori percentuali al tiro.
E Kittles non è l’unico che necessita di una bella dose di caffeina: anche Collins deve necessariamente rendersi più pericoloso in fase offensiva perché, se il suo potenziale è sfruttato solo al 60%, significa che del quintetto base, due giocatori sono praticamente regalati agli avversari, che possono limitarsi a difendere su K-Mart e RJ, e invitare Kidd a tirare da fuori senza preoccuparsi di quello che fanno gli altri due.
Aaron Williams ha praticamente le stesse cifre di Collins sia in termini di punti segnati (circa sette) che di rimbalzi (poco meno di cinque), ma ha anche otto minuti buoni di permanenza sul parquet in meno; e quando una riserva ha un costante maggiore impatto sulla gara rispetto al suo titolare, un campanello d’allarme sarebbe il caso di farlo squillare.

E gli squilli, o meglio, le urla, arrivano prontamente sia dal campo che dallo spogliatoio dopo la trasferta del 13 dicembre a Memphis


Il disastro
Senza Collins e dopo un primo tempo con le mani fredde i Nets si ritrovano sotto di 17 punti con Jefferson e Harris costretti in panchina causa infortunio. Ribaltare la situazione non è stato possibile, specie con Kidd che tira male e corre poco (solo 3 punti in contropiede), con Kittles e Martin complessivamente da 6 su 15 e nessun contributo dalla panchina.

Alla fine dei 48 minuti non è stato possibile salvare nemmeno l’onore: il tabellone riportava 110-63. Una delle peggiori sconfitte della storia dei Nets, e mentre, negli spogliatoi, Scott ed il suo staff cercavano silenziosi una spiegazione per questa incredibile batosta, Kidd, per la prima volta dal suo arrivo nel New Jersey, esplode tutto il suo disappunto e urla le sue ragioni intrattenendo giocatori e tecnici per dieci lunghissimi minuti.

I frequentatori dei corridoi della “Piramide”, hanno testimoniano che l’unico rumore proveniva dallo spogliatoio degli ospiti ed era abbastanza chiaro che si trattava della voce di Jason Kidd, che finalmente, oltre ad assumersi il ruolo di leader sul campo, si è preso la briga di farlo anche fuori.

Nessuno sa cosa realmente Kidd abbia detto ai compagni, di sicuro non ha dispensato complimenti e pacche sulle spalle. Nelle immancabili dichiarazioni del post-partita Kidd ha cercato di minimizzare: “Non stavo urlando, forse la mia voce rimbombava negli spogliatoi……non ero arrabbiato ma deluso. Voglio bene a questi ragazzi e sinceramente non mi va di vedere questo gruppo lasciarsi umiliare in questo modo. Venivamo da una striscia vincente di quattro partite, come è possibile che è bastato così poco per perdere il giusto ritmo?”.

Byron Scott, per una volta, forse ha fatto la scelta giusta: “Ho lasciato che Jason si sfogasse e parlasse lui alla squadra. E’ il leader tecnico ed è giusto che esprima apertamente le proprie emozioni, a voce alta se serve. Siamo come una famiglia e, soprattutto dopo un evento del genere, dobbiamo aiutarci l’uno con l’altro. Forse anche la sfuriata di Jason può riportarci sulla giusta strada.”

I compagni sostengono che, in effetti, Kidd aveva tutte le ragioni per non essere soddisfatto. Non è facile prevedere gli effetti di una sparata del genere, fatta dal tuo miglior giocatore che, stufo di passare la palla a gente che non sa cosa farsene e stanco di prendersi tiri forzati con pessimi risultati, sbotta dopo l’ennesima sconfitta.

Potremmo vedere Kidd che trascina tutto il gruppo verso la retta via, oppure vederlo lentamente arrendersi, e rifiutare l’incarico di leader, lasciando agli altri lo sporco lavoro di tenere il team compatto, rendendolo vincente.

Dopo la vittoria di ieri notte contro i positivi Jazz di quest'anno, i Nets si apprestano a incontrare Washington. E’ l’occasione giusta per ritornare sopra il 50% e per dimostrare a tutta la lega che l’intera squadra del New Jersey, coach compreso, non è ancora disposta a cedere lo scettro di regina della Eastern.

Andrea M.



Knicks in ginocchio
Articolo di Andrea Delbuono del 19/12/2003 delle ore 13:02

Il titolo non è solo figurativo, indicante il brutto periodo della squadra newyorkese, ma pure ortopedico. Allan Houston, infatti, continua ad avere problemi al ginocchio operato in estate.

Delle 24 gare disputate fino ad ora, “H20” ne ha saltate sei ed in altrettante ha avuto fastidi più o meno gravi.

“Non sono più giovane come una volta” ha commentato il giocatore. Di certo, con i ritmi con cui si susseguono le gare NBA, tempo per recuperare non ce n’è molto e c’è il rischio di dover andare avanti con questo tira e molla fino alla fine.

Chaney e Houston stanno parlando di limitare il minutaggio, dato che il capitano, per mancanza di valide alternative nel suo ruolo, è chiamato a più di 40 minuti di utilizzo ad allacciata di scarpe.

Da un ginocchio all’altro, ossia a quello di Antonio McDyess. L’arto in questione sembra essere definitivamente a posto. Dyce sta in pratica proseguendo l’ultima fase della riabilitazione sul campo, in gare ufficiali, non temendo i contatti e prendendo progressivamente confidenza con la palla.

Seguendo la tabella stilata dallo staff medico, siamo già a 26 minuti di impiego per gara, con l’entrata in campo a fine primo e terzo quarto, qualunque sia la situazione di punteggio ed un inaspettata partenza in quintetto nell’ultima gara settimanale data l’assenza di Thomas (31 minuti in questa occasione).

Analizzando le gare disputate questa settimana, c’è da dire che finalmente il disastroso viaggio ad ovest si è concluso, ma con un bilancio da incubo: zero vittorie, cinque sconfitte.

La penultima è arrivata allo Staples Center contro i Los Angeles Lakers: 98-90 il finale, nonostante un buon avvio con cui i Knicks si sono portati a +9 grazie al duo Shandon Anderson (sostituto di Houston) ed Howard Eisley, autori entrambi di 26 punti.

Contrariamente alle ultime esibizioni, New York ha provato una reazione dopo essere finita a –12, ma senza riuscire a chiudere le rimonte tentate, soprattutto per colpa delle 21 palle perse contro le sole 10 dei Lakers.

Ovviamente non sono le partite come questa da cui deve iniziare una riscossa, ma Don Chaney s’è detto orgoglioso dei suoi giocatori che non hanno avuto paura nell’affrontare lo squadrone per eccellenza… ma questa è solo stata la prima di una serie di dichiarazioni settimanali sempre più allucinanti del coach bluarancio (perché si deve aver paura di un avversario nello sport fino a dichiarare di essere fiero dei propri uomini degni di non essersela fatta addosso? ndr).

Il ritorno a casa è stato preceduto da un’ultima umiliazione, questa volta in terra mormone: 95-73 per gli Utah Jazz in una partita in cui New York ha tenuto bene per metà incontro salvo poi arrendersi ad inizio ripresa, quando i Knicks hanno sbagliato 4 tiri e perso 5 palle nei primi 9 possessi.

Greg Ostertag ha dominato sotto i tabelloni, là dove si è vinta la partita, per la solita regola che ormai si sta trasformando in dogma secondo la quale il sistema di gioco di Chaney fa resuscitare perfino i morti e converte degli abili mestieranti in campioni.

L’ennesima ottima prova da all-around di Andrei Kirilenko, ala russa chiamata in un draft proprio da Scott Layden all’epoca GM dei Jazz (sotto la supervisione del padre che tanto bene ha fatto a Salt Lake City, non scordiamocelo), ha fatto rammaricare il NY Post sul perché Layden non potesse essere stato già nella grande mela a quel tempo, così da averlo potuto scegliere per i Knicks.

Vorremmo ricordare al giornalista del Post come quest’anno Layden abbia scelto Macjei Lampe, in giugno più quotato dell’allora AK-47, che sta marcendo il lista infortunati a favore di note scamorze con il fondoschiena arrotondato da troppi hot-dog. Cosa ci fa pensare che la sorte di Kirilenko fosse stata diversa a parità di staff tecnico?

Tornando al basket giocato, “grazie” alla sconfitta con i Jazz, Chaney ha potuto stabilire uno dei suoi tanti record negativi da quando siede su questa panchina: era dal 1985 che New York non tornava da un viaggio con uno 0-5.

“Abbiamo molti problemi, inutile negarlo. Ma ad est è rimasto tutto come prima della nostra partenza”. Visto che i Knicks sono in striscia perdente da sei gare consecutive, i cronisti hanno chiesto ulteriori chiarimenti al coach, che ha glissato con un: “E’ la fine della stagione? Non mi sembra. Ho visto squadre perdere, poi iniziare a giocare bene e ritornare in corsa. E’ stato difficile giocare cinque partite in otto giorni con molti giocatori non al top. Quando gli acciacchi andranno via, vedremo finalmente la vera squadra”.

La striscia negativa si interrompe proprio al ritorno al Garden, grazie ad una bella e convincente vittoria contro i Denver Nuggets per 95-88. Kurt Thomas è fuori per un fastidio al ginocchio (tanto per restare fedeli al nostro titolo) ed è quindi McDyess a prendere il suo posto nello starting five.

New York gioca con autorità nella prima frazione, nonostante il rientrante Houston non paia al massimo della forma. Denver però va avanti nel punteggio grazie ad un ottimo terzo periodo, ma nell’ultimo sono Houston e McDyess a salire in cattedra, un sogno che si avvera per tutti i tifosi newyorkese: il capitano mette 9 dei suoi 15 punti, Totò 7 dei suoi 15.

Keith Van Horn chiude capocannoniere della squadra con 16, mentre un grande Frank Williams smazza 7 assists uscendo dal pino, ma il dato determinante è che 5 li ha consegnati nell’ultimo quarto, così come 6 punti.

Pubblico letteralmente in delirio quando ad un minuto dalla fine e con il punteggio ancora in equilibrio Williams imbecca McDyess per un alley-oop che sa tanto di: “guadatemi tutti, sono tornato!”.

Quanto a dichiarazioni, Mcdyess ha voluto dire la sua sulle sconfitte: “Non stiamo prendendo le sconfitte seriamente. Perdiamo una gara e ce la buttiamo alle spalle senza chiederci il perché abbiamo perso, fino alla successiva sconfitta in cui niente cambia. Alcune notti resto sveglio a pensare cosa si dovrebbe fare per cambiare questo trend negativo e l’unica cosa che mi viene in mente è giocare più duro. Non voglio puntare il dito verso nessuno, ma manca il carattere, manca la concentrazione. Anche quando andiamo avanti nel punteggio, ci distraiamo, convinti di aver già fatto il necessario, perdiamo in intensità e finiamo con l’uscire dal campo sconfitti”.

Ma (udite, udite) Houston e Chaney non sono d’accordo con Dyce, anzi lo considerano una delle “distrazioni” della squadra.

Ovviamente si è dovuta rivedere la rotazione per inserire Totò nel meccanismo, ma da qui a dire che il suo inserimento ha risvolti così negativi ce ne passa, anche se l’1-6 dal suo ritorno sembrerebbe parlare da solo.

Aver tolto minuti a Weatherspoon ed Harrington non è forse stato un bene? Non erano questi i problemi di New York? Si vuole recuperare un giocatore ex-All Star oppure no?

La confusione, insomma, regna sovrana: prima, per giustificare le sconfitte, ci si lamentava dell’assenza di McDyess. Ora è colpa del suo rientro se si perde (e non dell’apatia della intera squadra quando si subiscono supinamente rimonte da “Ai confini della Realtà”).

E’ quantomeno ridicolo sentire Chaney che parla di chimica di squadra rovinata dal ritorno dell’ex-Nuggets, proprio perché una chimica questo team non l’ha mai avuta.

E che dire di Houston? L’unica striscia di vittorie fino ad ora avute a dai Knicks è maturata in sua assenza.

La verità, come sempre, sta nel mezzo: è inevitabile che il rientro di Dyce debba essere ammortizzato dalla squadra, ma è altrettanto vero che una minaccia in post serve come il pane, quindi…

La vittoria con i Nuggets parla chiaro: ottima distribuzione dei punti tra i tre realizzatori della squadra e grande maturità di Williams nel guidare la squadra in un momento delicatissimo (e non parliamo solo di una gara in equilibrio ma con alle spalle sei sconfitte consecutive e l’ansia di mettere fine alla serie negativa).

Chaney non può ignorare cosa è emerso da questa gara e la speranza è che stavolta abbia capito qualcosa in più del solito.

Concludendo con le solite voci di mercato, ecco spuntare una trade con Dallas: Thomas più Ward per Antwan Jamison. In linea di massima non da buttare via. Jamison è un’ala piccola “vera”, non un equivoco tattico come Van Horn, ma ciò che lo accomuna allo sceicco bianco è il non sapere cosa sia la difesa.

Ovviamente un altro dubbio grava su Thomas, perché disfarsi del giocatore più costante e con più carattere del roster (oltre a non sapere se McDyess terrà botta fino alla fine) non è certo una grande idea.

Andrea Delbuono



Il ritorno del Re
Articolo di Andrea Delbuono del 9/12/2003 delle ore 12:58

Il giorno che tutti aspettavano è finalmente arrivato. Lunedì, infatti, ha fatto il suo esordio Antonio McDyess. Trattasi non solo di una prima volta stagionale, ma bensì della prima gara ufficiale in maglia Knicks.

Ebbene sì, dopo 19 mesi dall’ultima partita giocata (con la divisa dei Denver Nuggets) e dopo tre operazioni ad un ginocchio, Dyce ha potuto nuovamente calcare un parquet NBA.

Ma veniamo alla partita che ha visto esordire l’ex-Pepita.

New York ha affrontato in casa i Detroit Pistons, ultima partita prima di imbarcarsi in un viaggio verso ovest per cinque match in otto giorni.

Vista la delicatezza della situazione, sarebbe stata importantissima una vittoria, sia come conferma del momento positivo, sia per affrontare con più serenità il viaggio verso l’altra conference.

Ed invece i Knicks, dopo aver dominato 3/4 abbondanti di gara, capitolano dopo un overtime (79-78) per mano di Chauncey Billups e per l’uscita dal campo di Kurt Thomas per falli.

La vera condanna arriva con meno di sei secondi da giocare, quando Ward ferma inspiegabilmente Billups con un fallo (chiamata arbitrale più che opinabile, vista alla televisione ndr).

Il PM dei Pistons fa 1/2 dalla lunetta e dall’altra parte Chaney non riesce a disegnare un adeguato schema per l’ultimo tiro.

A nulla sono valsi i 18 rimbalzi di Dikembe Mutombo, soprattutto perchè il secondo violino della squadra, Keith Van Horn, ha fatto 2/12 dal campo.

McDyess entra in campo a 2:06 dal termine del primo periodo, con il Garden che gli tributa una standing ovation da pelle d’oca.

“Ero veramente nervoso quando ho messo piede sul parquet” ammetterà Antonio, aggiungendo: “E’ stata dura stare a guardare per tanto tempo e stanotte mi sono finalmente sentito parte di questo team. E’ stata una serata speciale, ma avrei voluto vincere”.

Alla fine, Dyce ha chiuso con 2 punti (frutto di un viaggio alla linea della carità), 0/5 dal campo, 3 rimbalzi, una stoppata, una palla rubata ed una persa in 13 minuti.

Volendo fare gli avvocati del diavolo, però, c’è da annotare che i primi quattro tentativi al tiro di McDyess sono arrivati nel momento in cui il dominio dei Knickerbockers era al suo apice, e questi errori hanno permesso a Detroit di non andare ulteriormente sotto nel punteggio.

Al che si è aperta la solita diatriba sulle scelte di Don Chaney: giusto voler recuperare più in fretta possibile McDyess, oppure più giusto concedergli comunque tempo, facendogli saggiare la spicchia nei garbage time senza il rischio di compromettere le partite?

Arduo rispondere in modo univoco, soprattutto perché se un certo Van Horn non sfoderasse prestazioni da 2/12 al tiro, non saremmo forse qui a parlare di sconfitta. Oppure forse è meglio pensare che, per quanto possa sbagliare tiri, Dyce anche da “zoppo” fa più di Weatherspoon e Harrington messi insieme?

La prima partita del viaggio nel wild wild west ha visto i Knicks andare nella città della pioggia, dove ancora una volta è stato un playmaker a fare la differenza. Ovviamente a favore dei Seattle Supersonics (95-87 il finale).

23 palle perse da New York che si sono trasformati in 34 punti facili per i Sonics, oltre ai problemi di falli avuti da Mutombo che lo hanno panchinato per buona parte dei primi tre quarti.

Dicevamo del PM di Seattle, ebbene quando c’è da brutalizzare qualcuno, ovviamente gli avversari dei Knicks sanno dove puntare: sulla regia. Così Luke Ridnour domina l’ultimo periodo in cui i newyorkesi provano disperatamente a rientrare in gioco.

Poi si va a leggere il tabellino delle statistiche e ci si accorge che Frank Williams gioca solo quattro minuti, ma non vorremmo finire per essere noiosi nel chiederci perché Howard Eisley debba giocare titolare.

Chaney, su questo punto, ha promesso che cambierà qualcosa in regia nella prossima gara (promessa poi venuta meno, ndr), ma ha pure aggiunto che non sarà necessariamente Williams ad entrare nello starting-five, mentre un Frank sempre più fiducioso dichiarava poco più un là: ”Penso di essere pronto ad essere titolare, ma devo ammettere che mi sento pronto già da un po’”.

Intanto McDyess contro i Sonics aumenta la fiducia in se stesso e in 19 minuti mette 7 punti (3/4) e cattura 6 rimbalzi.

Al peggio non c’è mai fine, diceva quel tale… se poi si parla di Chaney, il fondo del barile è un buco nero. New York capitola pure a Portland, 81-88.

In che modo? Gettando alle ortiche un +19 maturato nella prima parte di gara e per Chaney è la ventinovesima volta in due anni da coach sulla panchina dei Knicks che si fa recuperare un vantaggio in doppia cifra.

I giornali newyorkesi hanno subito dato in escandescenze, forse come non mai.

Le accuse al coach ovviamente si precano, ma si fa anche notare a Scott Layden come a poca distanza da lì un certo Latrell Sprewell ne stava mettendo 37 contro Sacramento, team che in casa non aveva ancora perso, limitando il duo Stojakovic-Christie ad un imbarazzante 7/23 dal campo, portando i Wolves alla vittoria, mentre Van Horn e Houston naufragavano senza lottare.

“Non è questione di talento, ma di cuore” tuonano i cronisti. Come può una squadra tirare con il 52%, fare meno di 85 punti e perdere in questo modo? Mettere 19 dei primi 24 tiri tentati, andare avanti a +19 e poi farsi recuperare senza una minima reazione caratteriale?

Ovviamente, quando c’era da difendersi, Mutombo marciva in panchina per 18 minuti complessivi giocati.

McDyess ne ha messi 14 (con 6 rimbalzi), con 7/12 al tiro in 19 minuti.
19 minuti e 12 tiri presi: un po’ troppi? Certo, poveretto, sta cercando di recuperare confidenza con questo gioco, non ci sentiamo di tirargli la croce addosso come invece molti stanno iniziando a fare, anche se siamo tra le fila del partito che pensa che Chaney dovrebbe centellinarlo di più.

Totò ha messo i suoi primi quattro tiri, di cui due con un “post-up turnarounds” che hanno ricordato i tempi di quando era un all-star, ma poi ha finito per forzare.

I contatti ormai li prende senza problemi, tanto che è volato una volta tra il pubblico per recuperare una palla vagante ed è caduto cercando di recuperare un errore di Eisley, proprio come quando si infortunò l’ultima volta, 14 mesi fa.

Ma siamo al limiti della vigliaccheria quando Chaney dice che, probabilmente, se questa gara fosse stata giocata un mese fa, quando Dyce non aveva il nulla osta dei medici, la si sarebbe vinta… salvo poi ritrattare e dire che quando lo mette in campo gli viene voglia di non toglierlo più.

Portland è rientrata in partita in scioltezza, perfino il nuovo Wesley Person (arrivato da Memphis in cambio di Bonzi Wells) è diventato l’ennesimo campioncino mettendo 8 punti nell’ultimo periodo quando invece Chaney, sotto di 3 a poco dal termine, ha deciso di affidarsi alla mani di Ward che ha sparato a salve gli ultimi due tiri. E Houston? E Van Horn?

Mancanza di attributi, mancanza di un allenatore ed ecco spiegata questa settimana da incubo.

L’incubo non era però ancora finito: sconfitta a Golden State per 104-92. Assente Houston, Eisley sfodera la seconda doppia-doppia consecutiva (punti ed assists) ma non serve a nulla.

Van Exel prende in mano la partita nel terzo periodo e produce praticamente da solo lo strappo che poi i Warriors gestiscono fino alla fine.

Oltre a Van Exel, è la panchina ad incidere: 49-27 i punti prodotti da lì a favore dei padroni di casa.

Ovviamente, ma rischiamo davvero la noia, New York scialacqua un vantaggio da doppia cifra, trentesima volta dell’era-Chaney.
McDyess, risentendo delle due partite in due giorni, appare un po’ apatico ma mette comunque 8 punti e raccoglie 5 rimbalzi.

Il record, dopo questa striscia negativa di cinque sconfitte, dice 7-14.

Ora l’ultima partita di questo disastroso viaggio ad ovest sarà contro i Lakers, quindi il bilancio di 0-5 si fa praticamente certo.

Doverosa segnalazione per Michael Sweetney, che va a tenere compagnia agli altri due rookie in injured list.

L’attivare McDyess presupponeva un sacrificio e in buon stile newyorkese a farne le spese è stato ovviamente un giovane, a favore dei soliti veterani Weatherspoon ed Harrington: una politica che, aggravata dalla pochezza dei signori in questione e dalla contemporanea presenza di Maciej Lampe in lista infortunati, ci lascia quantomeno perplessi.

“Non è stato facile prendere questa decisione, ma io ho bisogno di veterani. Sweetney lo sa, e sa che arriverà il suo turno. Tutti qui devono fare dei sacrifici”. Così parlò Chaney, of course.

Ma se è vero che si aspetta che Harrington lo voglia qualcuno (quindi lo si fa giocare perché abbia mercato), quale scusa per “untraedable”Spoon?

Per chiudere, annotiamo la nomina di Mutombo a “Player of the Week” ad est per della scorsa settimana, segno unanime ed evidente che le quattro vittorie che avevano rilanciato i Knicks sono sicuramente passate per le sue mani.

Andrea Delbuono



L'addio del Guerriero
Articolo di Andrea M. del 3/12/2003 delle ore 12:48

Di solito quando un giocatore si ritira, c’è sempre una bottiglia pronta per essere stappata e nell’aria si respira sempre quella giusta miscela di malinconia e gioia. Questa volta i sentimenti sono di tristezza e paura: Alonzo Mourning lascia definitivamente la pallacanestro perché dovrà preoccuparsi di qualcosa di molto più importante, la sua stessa vita. I suoi reni non potevano più reggere i ritmi di un atleta professionista, il suo sangue scarseggia di proteine, un trapianto deve avvenire a breve o le conseguenze potrebbero essere davvero tragiche.

La sera del 24 novembre, fortunatamente, i medici prendono in mano la situazione e si rivolgono direttamente a Mourning: “dobbiamo fermarti, la malattia sta peggiorando e gli sforzi delle partite indeboliscono sempre di più il tuo fisico… dovremo cercare un donatore.”

La disfunzione renale ha avuto la meglio; Mourning si ritira dalla battaglia per ritornare un professionista per dedicarsi alla guerra per la sua vita. Tutti, compagni e rivali, amici e conoscenti si stringono attorno al Guerriero, convinti che la sua grinta e la sua forza possano portarlo ancora una volta alla vittoria.

‘Zo abbandona i Nets in silenzio, quasi chiedendo scusa per aver tradito la loro fiducia. In questi pochi mesi da “Net” ha sempre dato tutto quello che le sue condizioni gli permettevano di dare. Ha sofferto nell’ombra, sentendosi non ancora all’altezza dei suoi compagni. Ma non ha mai cercato alibi, né sconti, presentandosi sempre puntuale ad ogni impegno.

New Jersey vede sfumare un progetto e nel contempo perde un amico ed un serio professionista, che Coach Scott descrive così: “Mi mancherà il suo coraggio e la sua intensità. Mi mancherà perché è una persona speciale”.

Anche Kidd, con un sorriso forzato sulla faccia, saluta Alonzo: “E’ un grande, anche se è rimasto con noi poco tempo, credo che sia ugualmente riuscito ad insegnare ai più giovani l’attaccamento al lavoro, trasmettendogli la sua mentalità da vero professionista. E’ triste sapere che la sua carriera è finita…..e pensare che si accordò con i Nets anche per invogliare me a firmare”.


La fredda cronaca
Alla delusione per il ritiro di Mourning aggiungete un forzato riposo per Kidd e cinque gare consecutive lontano dalla Continental Airlines Arena e otterrete un altro deludente bilancio: due vittorie e ben quattro sconfitte di cui una, con Sacramento, veramente pesante.

I Nets continuano a rimanere lontani dallo stato di forma che dovrebbe vederli viaggiare quantomeno sopra il 50%. New Jersey è sempre deficitaria alla voce “rimbalzi” e se vi capitasse di dare un’occhiata alle statistiche non stupitevi se il secondo miglior rimbalzista è il playmaker: Kidd ha sempre avuto questa straordinaria propensione per i rimbalzi, il problema è che se non li prende lui, non ci pensa nessun altro.

Quando i Nets non puliscono a dovere i tabelloni, automaticamente, non si riesce a sviluppare il contropiede e nelle ultime quattro batoste rimediate i punti generati da transizione sono stati circa 10 (solo 6 contro Toronto), frutto di una media bassissima a rimbalzo (circa 31 tra difensivi e offensivi). Sarà forse una coincidenza, ma nelle uniche due recenti vittorie (93-70 con Seattle e 102-96 con i Clippers) i punti in contropiede erano il doppio e i rimbalzi a referto ben 44.

Ovviamente non si tratta di coincidenze, ma è un chiarissimo dato di fatto che i Nets, se costretti a giocare a metà campo e ad una velocità “normale”, sono una squadra tutt’altro che micidiale.
Manca la pericolosità e la precisione nel tiro dalla distanza, e manca un uomo al quale delegare il compito di buttarla dentro in situazioni disperate, allo scadere dei 24 secondi, o peggio, negli ultimi minuti del quarto periodo.

Sono bubboni che esistevano già durante la scorsa stagione. In questo mese di novembre sono esplosi semplicemente perché la squadra non è più in grado di vincere con continuità e perché si sta pagando la scarsa lungimiranza di colui che, nonostante tutto, ha dato nuova linfa ai vecchi e disgraziati Nets.


Un Roster Sbagliato
Se nel tuo Curriculum, alla voce “progetti realizzati”, puoi vantare, oltre alla vecchia ma mai dimenticata scelta di Michael Jordan, di aver resuscitato i Nets, oltre ad eccellere nel tuo lavoro potresti passare addirittura per chi sa trasformare l’acqua in vino.

Rod Thorn, fino alla nomina di Executive of the Year del 2001, sembrava proprio un Re Mida capace di far andare a buon fine ogni sua operazione, comprese le più azzardate. Dopo lo scambio Marbury-Kidd scommette su Todd McCullogh e rischia inventandosi una trade con la prima scelta Eddie Griffin per portarsi a casa altri tre giovanotti dalle buone promesse: Armstrong, Jefferson e Collins.

La stagione successiva rinnega McCullogh per portarsi a casa, a suon di milioni, Dickembe Mutombo. Anche Van Horn lascia il New Jersey, un po’ per la necessità di disfarsi di un contratto pesante, un po’ per le sue incomprensioni con Scott e Martin.

I risultati arrivano ed anche in fretta, in quanto i Nets riescono a presentarsi (perdendo) due volte consecutive alle finali di giugno. Sempre più convinto che i problemi della squadra risiedano sotto canestro, Thorn si rituffa nel mercato estivo 2003 andando alla caccia di chiunque possa tenere testa sia a Shaq che a Duncan.

La ricerca termina nel momento in cui Alonzo Mourning riceve il via libera per il ritorno alle competizioni. Thorn è pronto a giocarsi le sue carte, piazza un’altra scommessa e si aggiudica l’ex centro di Miami, che gli da la scusa per liberarsi del costosissimo ed inutilizzato Mutombo.
Questa volta Thorn la scommessa l’ha persa e anche male perché i centri adesso sono due e sono sempre gli stessi delle passate stagioni, Mouning lascia definitivamente il basket, e i reparti più in sofferenza non sono stati minimamente rinforzati.

Del ruolo di Shooting Guard abbiamo già parlato, tentando anche di esaltare le doti di ruba palloni e di contropiedista di Kerry Kittles. Ma se i Nets non riescono a correre, o se si è costretti ad affrontare squadre che difendono a zona, un Kittles da 2 su 9 o da 2 su 8 (vedi, rispettivamente, le ultime due sconfitte con Portland e Sacramento), è un debito molto alto da pagare.

Il suo rimpiazzo naturale è Lucious Harris che, nonostante sia più preciso ed aggressivo di Kittles, deve continuare a convivere con la sindrome da sesto uomo e, in attesa che Pack e Planicic si integrino completamente, dovrà anche vestire il ruolo di playmaker durante i riposi di Kidd.
In queste prime partite gli esterni dei Nets, in assenza di Harris e con un rispolverato Armstrong, hanno tirato da tre con un misero 36%. Alla luce di questi numeri sarebbe stato il caso di mettere sotto contratto uno specialista, possibilmente un free agent come, ad esempio, Hoiberg o Barry.

L’altro grosso limite della formazione del New Jersey è nel ruolo di Small Forward. Il posto spetta di diritto a Richard Jefferson che, a parte un leggero calo nell’ultima settimana, sta facendo più che egregiamente il proprio dovere. Il punto è che i Nets di oggi avrebbero bisogno di un altro tipo di “numero tre”, con un raggio di azione più ampio. Servirebbe proprio un giocatore che, oltre a sapersi muovere spalle a canestro o in penetrazione, sia anche in grado, a differenza di Jefferson, di piazzarsi pericolosamente dietro alla linea dei tre punti.

E’ l’esatta descrizione di Keith Van Horn, silurato in fretta e furia perché giudicato troppo poco aggressivo e determinante, soprattutto in fase difensiva, e accusato da Martin di aver giocato senza attributi le finali contro Los Angeles.

Il suo allontanamento avrà anche alleggerito il monte stipendi, ma ha soprattutto accontentato quel Kenyon Martin inesistente in gara 5 e 6 contro San Antonio, e onnipresente pedina di scambio in tutte le ipotetiche trattative che vedono protagonisti i Nets.

Nel frattempo Van Horn ha già cambiato due divise ed è un capitolo chiuso e, Jefferson a parte, sulla panchina di Scott non siede nessun’altra ala piccola. La realtà dei fatti è proprio questa; non esiste un cambio per l’ex stellina di Arizona in quanto Tamar Slay, che tra l’altro il campo lo vede con il binocolo, è una guardia e Rodney Rogers, che è l’unico con buone percentuali da tre punti, è il back-up di Kenyon Martin.

Non è l’acquisizione di Mourning, anche se il suo reclutamento avrebbe, probabilmente, meritato maggiori riflessioni, ad essere sotto accusa. Gli errori di Thorn, che ha dimostrato di essere un GM deciso a lavorare per ottenere effetti nel breve periodo, sono fondamentalmente due: affidarsi praticamente alla stessa formazione protagonista dell’ultima finale, senza considerare i ritocchi delle rivali (vedi Indiana, Detroit e New Orleans) e non aver saputo (o voluto) sfruttare i vari Mutombo, Slay, Armstrong o persino lo stesso Kittles come pedine di scambio per rendere la squadra competitiva in tutti i reparti.

Le presenze alle Meadowlands sono in calo continuo. Non è gran cosa, ma può essere un segnale sufficiente a spingere Thorn ad operare, a gennaio, sul mercato di riparazione.

Andrea M.



The Dreamers - I Sognatori
Articolo di Andrea Delbuono del 3/12/2003 delle ore 12:46

Commentare i Knickerbockers è diventata un’impresa non di poco conto. In queste settimane eravamo già qui a cantare il De Profundis, mentre pare che qualcosa sia cambiato.

E’ il modo in cui l’inversione di rotta è avvenuta, però, a farci perdere i punti di riferimento a cui eravamo abituati ad aggrapparci per spiegare le numerose sconfitte.

Eh sì, perché cosa si può dire quando New York centra due vittorie consecutive (Philadelphia in casa e Boston in trasferta) senza i suoi due top scorer, Allan Houston e Keith Van Horn? Oppure quando Houston rientra, porta a scuola il suo ex compagno Sprewell ed i Knicks piazzano una striscia vincente?

Tutto salta, dai pronostici al buon senso. Tuffiamoci allora in queste settimana che ha fatto tornare a sognare i tifosi newyorkesi.

Il successo contro i Philadelphia 76ers è stato netto, al di là del 99-88 finale.

Sempre in vantaggio, New York ha rischiato qualcosina nel finale, ma quando i due playmaker zimbelli della Lega centrano una prestazione balistica fantascientifica per questi lidi, come si fa a perdere contro una squadra forse ancor più messa male quanto ad infortuni (ma comunque prima nella Atlantic Division)?

Ebbene sì: Charlie Ward ne mette 18, mentre Howard Eisley 17, entrambi con percentuali altissime.

Vedendo la partita, però, il vero MVP della gara è stato Shandon Anderson, l’uomo che con 20 punti ha spezzato in due l’incontro producendo quasi da solo l’allungo decisivo, approfittando dei suoi centimetri in post contro Eric Snow.

Un plauso pure a Dikembe Mutombo, baluardo che davvero sta facendo la differenza là sotto, ed al solito Thomas, che sta viaggiando in doppia-doppia di media in punti e rimbalzi, oltre ad essere il quarto rimbalzista dell’intera NBA.

Nella gara successiva, i Boston Celtics erano chiamati ad una rivincita dopo la sconfitta della settimana scorsa, ma la vendetta sarà rimandata, dato che i Knicks vincono 94-88.

Ottima la partenza dei biancoverdi, ma poi è ancora Anderson a salire in cattedra nel terzo quarto, dove piazza 10 dei suoi 28 punti totali.
Kurt Thomas sforna l’ennesima doppia-doppia, questa volta affiancato da Mutombo.

Ward (titolare in contemporanea di Eisley, con Anderson all’ala piccola ed il ritorno di Clarence Weatherspoon sul pino), dopo le magie della precedente partita, torna sulla terra tirando 1/12 dal campo (0/9 da tre).

New York, finalmente, domina sotto le plance e chiude con 40-30 nei punti fatti nell’area colorata.

Coincide con la prima volta contro Latrell Sprewell la migliore performance stagionale dei Knicks. 97-92 in casa dei Minnesota T’Wolves.

Spree ne mette solo cinque, mentre Mutombo tira fuori dal cappello una prova da 18 punti e 17 rimbalzi.

Il rientrante Houston non gli è da meno e mette 13 dei suoi 17 punti totali nel quarto periodo, recuperando quasi da solo il –9 a poco più di sei minuti dalla fine… e che dire dei 17 di Frank Williams dalla panchina?

Con questa, New York mette insieme una striscia positiva di tre gare. “E’ veramente bello, abbiamo una striscia. Non mi ricordo l’ultima volta che ne abbiamo vinte tre di fila” gongola Houston.

Questa mini serie di partite positive termina ad Indianapolis, contro gli Indiana Pacers che detengono il migliore record della Lega. 70-93 alla fine.

Houston risente ancora del recente infortunio e viene frenato da due falli precoci, mentre dall’altra parte Jermaine O’Neal gioca la migliore gara della sua stagione.

Alti e bassi, dunque, come al solito? Beh, a dire il vero si vedono ampi segni di miglioramento, se è vero che i Knicks si riprendono subito e rifilano una bella scoppola (79-74) ai New Orleans Hornets, altro team abbastanza lanciato in classifica.

Tenuto Baron Davis ad un vergognoso 5/22 al tiro (2/13 da 3), in cui Houston ha grossi meriti, ci pensa ancora Mutombo al resto con l’ennesima doppia-doppia e la solita intimidazione sotto. Male il rientrante Van Horn, ma per questa volta va bene così.

Tirando le prime somme di questo primo mese di stagione, emergono alcuni dati tecnici.

Il vero fautore delle vittorie fino ad ora conquistate è stato Mutombo. Viaggiando in doppia-doppia nelle ultime partite, poi, ha aggiunto pericolosità offensiva a quella che è la sua caratteristica fondamentale, ovvero la difesa.

Pure Don Chaney ha ammesso che mai si sarebbe aspettato un Deke così determinante anche in attacco: “Sono davvero stupito dalla sua abilità nel segnare. E’ un grande difensore, rimbalzista e stoppatore. Ma per noi diventa fondamentale se aggiunge dei punti al suo tabellino”.

Anche il coach, all’inizio restio a concedergli troppi minuti per la sua lentezza, ha dovuto abdicare, capendo forse che il run & gun promesso ad inizio stagione non è applicabile con i giocatori a sua disposizione.

Mutombo a parte ed aspettando McDyess, New York resta una squadra che vive e muore con il tiro dalla distanza, nonostante i centimetri e chili aggiunti al roster in estate.

Van Horn, Houston, Eisley, Ward, ma anche Michael Doleac tirano sempre da fuori o dalla media, mentre i lunghi non vanno quasi mai a rimbalzo offensivo.

Non si vedono poi validi schemi d’attacco ed appunto ci si affida alla soluzione da lontano sull’invenzione di un esterno.

Poco o nulla, sotto il profilo dell’attacco, è quindi cambiato dall’era-Sprewell, mentre in difesa manca l’aggressività del treccinato ed infatti i Knicks difendono meglio quando Van Horn e Houston (due mediocri difensori) non sono in campo.

Attualmente, crescono i rimpianti per lo scambio Spree-Van Horn, dato che sarebbe stato bello vedere lo strangolatore di Milwaukee in un sistema con un centro vero alle spalle, dando in più un’ancora maggiore dimensione offensiva alla squadra.

Perché se fino ad ora non ci si può lamentare troppo di Van Horn, è anche vero che questi Knicks non hanno il talento per correre e le vittorie dipenderanno molto da quanti punti concederanno più che da quelli segnati.

Solito capitolo dedicato ad Antonio McDyess per chiudere. Ritorno imminente, dovrebbe esordire il primo dicembre contro Detroit.

Se non altro, sarà attivato, poi si vedrà se calcherà il parquet o se lo farà durante l’imminente viaggio ad ovest che aspetta i Knicks: cinque partite in otto giorni, un vero tour-the-force che ci diranno se sognare è lecito oppure no, ma per ora il 7-10 è un buon risultato visti i disastri iniziali.

Andrea Delbuono






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