Sei nella Home - Sport Americano

 

Sport Americano

Nets: in crisi contro le big
Articolo di Andrea M. del 26/01/2004 delle ore 12:41

A circa un mese dalla pausa per l’All Star Game è tempo di bilanci per la franchigia del New Jersey. Il bilancio, quello vero, che tiene conto dei profitti e delle perite è meglio non commentarlo e lasciarlo per un attimo nel limbo in attesa di questo tanto sospirato avvicendamento degli azionisti.

Azionisti che porterebbero sicuramente nuovo contante nelle casse, con l’incognita dello spostamento della sede di gioco: Brooklyn? Long Island? Ancora East Rutherford? Dipenderà da quale cordata vincerà la scalata ai Nets, anche se pare che Bruce Ratner, con la sua offerta da 300 milioni di dollari, sia ad un passo dal rilevare le quote della società Yankee-Nets.

Questo significherebbe traslocare a Brooklin, perdere quei pochi tifosi che sono rimasti e provocare il malcontento di Kidd: “Quando sarà pronta la struttura di Brooklyn? Nel 2006? Nel 2007? Non c’è problema, per allora io mi sarò già ritirato, quindi smettetela di farmi domande a tal proposito.”

Ma non è l’economia o la geografia politica il nostro argomento preferito. Parliamo di Basket e di un, tutto sommato, positivo record di 21 vittorie e 20 sconfitte, con conseguente primo posto nella Atlantic Division. Certamente non si tratta di un grande risultato se si tiene conto del potenziale dei diretti concorrenti. La valutazione cambia completamente se si analizzano i travagli interni dei primi tre mesi della stagione.

Tutti i giocatori del roster, ma proprio tutti, sono transitati almeno una volta dall’infermeria: qualcuno ha fatto semplicemente una piccola apparizione, qualcun altro è diventato un cliente abbonato. Perfino Aaron Williams, che aveva dimenticato il significato della parola infortunio, ha già dovuto rinunciare a nove gare.

A scombussolare la già precaria situazione si è aggiunto il drammatico ritiro di Alonzo Mourning che, dopo avere trovato un donatore in un suo lontano cugino, è già stato brillantemente operato e, lontano dalla pallacanestro, sta ricominciando una vita tranquilla a base di letture, tra le quali la biografia di Lance Armstrong e alcune testimonianze di Sean Elliott.

Le idee di Byron Scott, se erano poco chiare già alla partenza di Eddie Jordan, sono diventate sempre più caotiche e l’impossibilità di mandare in campo almeno per tre gare consecutive lo stesso quintetto non lo ha certo aiutato.
La nomina di miglior allenatore del mese di dicembre è arrivata giusto in tempo per tranquillizzare un ambiente a dir poco teso, ma non crediate che questo riconoscimento avrà effetto nel lungo periodo: saranno sufficienti tre sconfitte consecutive e Scott sarà di nuovo messo in croce, a meno che non intervenga ancora Kidd a salvarlo.

Eh si, perché Kidd è stato in un primo momento il suo carnefice, quando la sua sfuriata negli spogliatoi della Piramide di Memphis diede modo alla stampa di interpretare quel comportamento come un tentativo di scaricare tutte le colpe del brutto avvio dei Nets sull’allenatore. E c’è chi ha fatto anche di più, andando a scavare nel passato di Kidd ed evidenziando che sia l’università di California, sia i Mavs che Phoenix hanno tutte subito un avvicendamento di allenatori “probabilmente” a causa della stella di Oakland.

Di California non parliamo poiché è veramente storia antica; per quanto riguarda Dallas dell’era pre-Cuban, quando si fatica a raggiungere le 35 vittorie a stagione, il siluramento del coach è più che accettabile, Kidd o non Kidd.

A Phoenix , sotto la guida del malcapitato Scott Skiles, nonostante le grandi ambizioni, non hanno mai visto il secondo turno di playoff e, considerando anche l’impulsivo carattere dei membri della famiglia Colangelo, anche in questo caso ci sentiamo di scagionare Kidd.

Che il leader dei Nets non sia comunque contento dei risultati ottenuti è però un dato di fatto. Ha deciso di restare nel New Jersey per i dollari di Thorn e perché Joumana è vicina alla Grande Mela, ma soprattutto è rimasto perché credeva in un progetto vincente, che, un pezzo alla volta, sta lentamente andando a rotoli.

Non gli hanno dato nemmeno la soddisfazione di celebrare in grande stile il traguardo dei 10.000 punti, e non è arrivata nessuna nota di merito per aver collezionato 56 triple doppie, superando nella classifica ogni epoca un certo Larry Joe Bird… Di solito quando si ha in squadra un campione, lo si dovrebbe coccolare in tutti i modi, anche festeggiando traguardi personali più o meno importanti.

Dal crollo di Memphis, improvvisamente Kidd si trasforma in colui che salva la faccia (e forse anche il posto) al tanto odiato (ma sarà vero?) allenatore. Da allora sono arrivate nove vittorie consecutive, triple doppie back-to-back, prestazioni stellari, titolo di giocatore della settimana e Scott, di riflesso, si becca praticamente gratis il riconoscimento di Coach del mese.

L’ambiente è di nuovo galvanizzato, non solo per le prodezze di Kidd, ma grazie anche ad un Richard Jefferson in versione All Star e sempre più spalla tecnica incontrastata del buon Giasone. Il ruolo del Martin cestista passa un po’ in secondo piano perché la sua difesa non è sufficientemente grintosa ed affidabile: troppa supponenza e scarsa concentrazione hanno dato il diritto a K-Mart di usare più frequentemente le mani delle gambe, relegandolo spesso e volentieri in panchina per problemi di falli.

Sempre buono il suo lavoro sotto i tabelloni (con 9,7 rimbalzi a partita sarebbe il nono dell’intera lega, se avesse giocato abbastanza partite per essere considerato nelle classifiche) ma inspiegabili gli alti e bassi in fase realizzativa. Per riguadagnarsi il centro del palcoscenico a Grand Kenyon non resta che prendere a pugni il povero Corey Maggette e rimediare una squalifica di due giornate. Non sta giocando come dovrebbe e anche questa stagione rischia di rimanere escluso dal giro delle convocazioni per l’All Star Game., il che porterebbe un’altra crepa nel precario equilibrio psicologico del duro da Cincinnati.

I Nets di oggi, se non gira Martin, possono contare su un Jefferson in versione Swing Man e cannoniere (terzo realizzatore della squadra con 16,5 punti a partita). Il ragazzo ha dimostrato di saper fare tutto e bene, compreso accollarsi la responsabilità di tiri allo scadere del 24° secondo; non chiedetegli però di piazzarsi dietro la linea dei tre punti perché in tal caso i risultati sarebbero davvero modesti.

Il punto è che anche Jefferson è soggetto a periodi di pausa, e quando le sue serate no capitano in concomitanza con quelle di Martin o Kidd, i Nets possono sfornare partite da 64 punti, proprio come l’ultima penosa sconfitta con Miami.

Ed ecco che in questo caso subentra un altro tipo di analisi: i Nets hanno vinto solo due partite contro avversari candidati ad arrivare alle finali di conference, rispettivamente Detroit ed Indiana. Tutte le altre vittorie sono arrivate contro squadre in evidente difficoltà o totalmente prive di talento.

Se i Nets del futuro saranno quelli visti finora, sicuramente vinceranno la loro division, approderanno ai playoff, ma dovranno rinunciare all’idea di presentarsi in finale per la terza volta consecutiva. Battere per quattro volte in una serie di playoff squadre del calibro di Pacers e Pistons è, ad oggi, un impresa al di là delle loro possibilità.

Si è parlato anche di un roster inadeguato e non sufficientemente competitivo, ed ecco che arriva un'altra sconcertante manovra dell’ex genio del mercato Rod Thorn. I Nets hanno firmato come free agent, con un contratto economicamente poco impegnativo (almeno quello), Eddie Griffin. Il Grifone, prima scelta proprio dei Nets nel 2001, torna da Houston con un biglietto da visita che presenta un grande talento non ancora del tutto sbocciato ed altre credenziali meno brillanti.

Griffin, durante la permanenza con i Rockets, ha sfiorato più volte l’esaurimento nervoso e ha utilizzato il suo gancio destro con la fidanzata e altri malcapitati che gli stavano nei paraggi nei periodi no. Depressione alternata ad eccessiva euforia sembra essere il problema più grosso che lo ha afflitto in questi anni trascorsi nel Texas, e qual è il sistema migliore per sanare dei nervi malati? Assumere degli stupefancenti, mariujana in particolare.

Se ci fosse qualcuno in grado di capire le vere cause dei mali di Griffin, e di farlo diventare quel giocatore che prometteva tuoni e fulmini ai tempi di Seton Hall, allora i Nets potranno inserire in rotazione un’ala di 2.08 capace di fare sia il gioco di Martin che quello di Jefferson, con tanto di tiro da tre punti.

Ma sulle doti di allenatore di Scott ormai è da parecchio che dubitiamo e quindi le speranze si riducono davvero all’osso. E sempre rimanendo in tema di vizietti, Griffin, ancora prima di arrivare nel Jersey si è fatto beccare dalle forze dell’ordine, per l’ennesima volta, in possesso della sua tanto amata erba: se il buongiorno si vede dal mattino…

Andrea M.



Tutto secondo copione, o quasi
Articolo di Andrea Delbuono del 25/01/2004 delle ore 21:38

Chi segue costantemente questi nostri report, sa che si era fissato un “paletto” per il rilancio in classifica del dopo Chaney-Layden, ossia il pacchetto di dieci partite che seguivano la sconfitta casalinga contro Dallas datata 12 gennaio.

Ebbene, alla settima partita, la situazione è 5-2, mentre si spera un 8-2 o un più realistico 7-3.

Ora questi traguardi paiono lontani dopo la sconfitta casalinga contro gli Heat ed un abbastanza modesto 6-4 pare dietro l’angolo, anche se queste sei vittorie manterrebbero comunque i Knicks in linea di galleggiamento per la post season.

Ma andiamo come sempre ad analizzare nello specifico le partite giocate.

New York inizia bene la settimana con una vittoria in casa contro i Toronto Raptors, 90-79.
La gara parte male per i Knicks, con i canadesi avanti anche a +10, ma poi i bluarancio rientrano lentamente man mano che i tiratori mettono a posto la mira, fino ad arrivare ad un parziale di 13-0 che chiude il match tra il terzo ed il quarto periodo.

Stephon Marbury, dopo le precedenti gare al servizio della squadra in cui ha smazzato più assists rispetto ai tiri presi, capisce che è ora di usare il fucile quando vede che Keith Van Horn non è in giornata (1/9 dal campo). Starbury mette così 28 punti, a cui aggiunge, tanto per gradire, 14 assistenze.

L’ennesima trasferta ad ovest è come da pronostico un massacro: gli Houston Rockets si impongono 86-71, con un Yao Ming inarrestabile a quota 29 (season-high). I padroni di casa piazzano un 31-9 nel secondo periodo dopo che i Knicks erano andati pure sul +10 nei primi minuti. Si chiude così la striscia positiva di quattro vittorie.

Ancora pessimo Van Horn, 3/13 per lui ed un trend negativo che non varierà nel resto della settimana.

Houston chiude con 12 punti, ma ancora una volta si prende pochi tiri. Il fatto preoccupa coach Lenny Wilkens: “Allan deve prendersi più tiri; lavoreremo su questo in futuro”.

I Knicks volano quindi ad Atlanta per portare a casa una vittoria 96-94.
Grande protagonista Marbury, autore di 10 punti nel quarto periodo dei suoi 24 totali, compresa la bomba che ha spezzato la gara sull’89-89 a 30 secondi dalla fine (poi la gara termina con lo stillicidio dei tiri liberi).

New York tira con il 52% di cui 9/13 da tre, ma la fatica è stata tanta.

Shandon Anderson, intanto, mette fine alla sua striscia positiva di 543 partite giocate consecutivamente, non entrando in campo contro gli Hawks. quella di Anderson era attualemente la striscia più lunga della NBA.

La sesta partita in nove giorni al Garden contro i Miami Heat è fatale sul buon ruolino di marcia di questi nuovi Knicks (77-85).
Marbury fa 2/11, mentre Houston 3/8 e passa gli ultimi 14 minuti del match seduto in panchina per il solito problema al ginocchio che sta diventando una menomazione non di poco conto per il proseguo della stagione.

Bene Penny Hardaway dalla panchina, 16 punti, così come il sempre convincente Michael Doleac, 18. Queste due prestazioni non sono però bastate a portare a casa una gara equilibrata fino all’ultimo quarto, chiuso dagli Heat con il decisivo parziale 10-1, con i Knicks incapaci di segnare per più di 5 minuti.

Una brutta sconfitta che non ci voleva proprio e che potrebbe far perdere fiducia, soprattutto alla luce delle prossime decisive gare contro San Antonio e Boston. Uscire con un 1-1 sarebbe un bel lusso prima di affrontare Phoenix in una partita più che abbordabile, a chiudere così questa benedetta striscia di dieci partite con un buon 7-3 e la stagione rilanciata.

Purtroppo però sono emersi vari scricchiolii, tipo la pessima settimana al tiro di Van Horn dopo l’eccellenza mostrata nella precedente; un limite, quello della costanza, che da sempre attanaglia l’ex-Nets.

Il ginocchio di Houston, poi, inizia davvero a preoccupare, soprattutto per il suo riflettersi nell’assetto difensivo della squadra. H20 è già di suo un mediocre difensore, ora è pure limitato negli spostamenti laterali. Le ottime prove di Eddie Jones e Jason Terry nelle ultime due gare, guarda caso i diretti avversari del capitano, stanno lì a dare ragione alla nostra tesi.

E’ stato intanto firmato il centro Bruno Sundov con un contratto di dieci giorni, con l’ennesimo declassamento in injured-list di Mike Sweetney. Sundov ovviamente sarà usato come rincalzi dei rincalzi.

Sul fronte mercato è questa l’unica novità, dopo che lo scambio per portare Darius Miles sotto la Statua della Libertà è svanito con il passaggio del giocatore ai Portland Trailblazers.

Concludendo, la situazione attuale è 20 vinte, 26 perse. Colmare il gap ed arrivare al 50%, si sapeva, non è e non sarà facile. Proprio le ormai famose dieci gare sono importantissime in questo senso, ovviamente… ma c’è da ricordare che per ora solo le prime cinque squadre della Eastern Conference hanno il bilancio positivo.

Andrea Delbuono



I Mets ci riprovano
Articolo di Ale del 25/01/2004 delle ore 17:55

Come sembra lontano l'autunno del 2000, quando i New York Mets si qualificavano per le World Series e si apprestavano a sfidare gli eterni rivali del Bronx, i New York Yankees, che li avrebbero poi sconfitti per 4-1.

In effetti anche se non si concluse con il titolo quell'anno fu comunque da ricordare per i tifosi dello Shea Stadium, che nonostante la bruciante sconfitta con gli Yanks potevano ammirare la propria squadra ai vertici delle Majors con un Mike Piazza a livelli MVP.

Da quel momento le cose sono cambiate, gli anni sono passati e si sono fatti sentire sulle ginocchia del catcher italo-americano e sul braccio di lanciatori storici come Al Leiter e John Franco.

La squadra del Queen's ha inanellato 3 stagioni da dimeticare, umiliazioni casalinghe e sweep in serie che hanno scoraggiato anche i tifosi più accaniti.

A nulla sono serviti gli ingaggi di un nuovo manager, Art Howe, e di un gruppo di giocatori affermati che avrebbero dovuto ridare lustro alla franchigia.

All'inizio di questa off-season c'era dunque molta curiosità nell'ambiente di New York per scoprire in che modo la dirigenza si sarebbe mossa sul mercato dei free agents, continuando la politica di svecchiamento di un roster pieno di veterani ma con pochi giovani talenti, o se Fred e Jeff Wilpon avrebbero messo a segno qualche ingaggio sensazionale.

A fine gennaio e con gli Spring Training alle porte si può fare un bilancio del mercato dei Mets osservando che entrambe le opzioni prima menzionate sono state scelte dalla dirigenza.

Infatti i free agents eccellenti del roster dell'anno passato sono stati lasciati liberi, alcuni senza troppi rimpianti.

E' il caso de pitcher destro Pedro Astacio, mai dimostratosi ai livelli delle sue prestazioni migliori ai tempi dei Rockies, del prima base Tony Clark, l'anno scorso spesso sostituto dell'infortunato perenne Mo Vaughn, e dell'esperto interno tuttofare Jay Bell.

Se le perdite di Astacio e Bell possono leggersi rispettivamente come una bocciatura ed un addio per limiti d'età, la rinuncia a Clark potrebbe far pensare ad un prossimo spostamento in prima base di Mike Piazza, per ovviare ai suoi problemi di difesa del piatto.

L'ipotesi a dire il vero era già stata presa in considerazione a metà della scorsa stagione, quando i lead-off avversari banchettavano dalla prima alla seconda base rubando a ripetizione davanti ad un Piazza insolitamente impotente.

Poi non se n'era fatto nulla, ma anche se per adesso Mike figura ancora come catcher nel roster dei Mets, un suo impiego in prima base non appare poi così improbabile, visti anche i problemi fisici che costringeranno Vaughn a saltare presumibilmente gran parte della stagione 2004.

L'altra direzione, quella delle firme ad effetto è stata sviluppata in due diversi modi, dando importanza sia alla stretta necessità tecnica sia al rientro mediatico che una firma su un contratto può offrire.

Rimanendo in ambito pratico, il "buco" nel roster dei Mets era rappresentato dalla mancanza di un esterno centro di valore assoluto, sia sul diamante sia al piatto.

Con la partenza di Jeromy Burnitz durante la passata stagione alla volta di Los Angeles, il reparto dietro di New York era composto da Cliff Floyd, Roger Cedeno, Timo Perez e Joe McEwing.

Se i primi due nomi, con prestazioni a dire la verità altalenanti, potevano assicurare una buona presenza offensiva, non erano certo affidabili dal punto di vista difensivo, soprattutto per essere spostati in un ruolo così determinante come quello di esterno centro.

Perez e McEwing, pur essendo ottimi giocatori, non potevano essere certo quei personaggi carismatici che trascinano i compagni sul campo e risolvono partite con giocate decisive, almeno non con continuità.

Ed allora il free agent di lusso è arrivato: Mike Cameron, messo sotto contratto il 18 dicembre per un periodo di 3 anni con opzione sul quarto.

L'ex Mariner dovrà confermare quanto di buono fatto vedere nei suoi anni a Seattle, facendo dimenticare in fretta la delusione Burnitz.

I numeri del 30enne di LaGrange, Georgia, fanno ben sperare: .992 di percentule in difesa e soli 4 errori su 492 occasioni, con ben tre mesi senza macchie nel 2003. E non dimentichiamo i 4 HR in una sola partita del 2002 ed il doppio back-to-back nel primo inning con il compagno Bret Boone...

A conferma dell'intenzione di rinforzare il reparto esterni è arrivata proprio pochi giorni fa la firma di Karim Garcia, altro giocatore che attraversa il fiume Hudson per cambiare squadra di NY, stavolta dagli Yanks ai Mets.

L'acquisto "mediatico", anche se tutti i tifosi si augurano che non sia solo un fenomeno di merchandising, è stato lo short-stop giapponese Kazuo Matsui, soltanto omonimo di "Godzilla" Hideki, che ha già scatenato quella che nella Grande Mela chiamano la "kazmania".

Per il 28enne del Sol Levante non sarà facile gestire la pressione che una città come New York può creare intorno ad un rookie che molti già sognano come il salvatore della patria, ma la presenza in squadra di Mike Cameron, che fu compagno del Rookie of The Year Ichiro Suzuki aiuterà sicuramente il futuro short-stop titolare di Art Howe.

E proprio Art Howe ha fatto sapere che l'idea per la questione partenti è, almeno inizialmente, quella di una rotazione a 5, con i veterani Tom Glavine, Al Leiter e Steve Trachsel, il govane ma promettente coreano Jae Wong Seo e l'ex rilievo Grant Roberts, che dopo 68 apparizioni da relief pitcher nelle ultime tre stagioni avrà una chance come starter.

Il parco lanciatori in effetti è quello che si è rinnovato meno, dopo il tentativo fallito di strappare ai rivali di Division di Philadelphia Kevin Millwood, e di ricostruire la mitica coppia dei Braves d'oro Glavine-Millwood.

Il pitcher ha infatti accettato la proposta dei Phillies e per New York non è rimasta altra scelta che continuare con i suoi esperti partenti, sperando in una seconda giovinezza di Leiter e Glavine.

L'unico innesto di una certa importanza è stato quello di Braden Looper, destinato a diventare il closer titolare dopo la partenza di Armando Benitez.

Guardando i nomi presenti nel roster i playoff sono un obbiettivo a portata di mano, ma non lo erano anche l'anno scorso?

Ale



La notte dei Lunghi Coltelli
Articolo di Andrea Delbuono del 21/01/2004 delle ore 12:46

Repulisti quasi totale. Ebbene sì, a quasi un mese dall'inizio del mandato, il GM Isaiah Thomas ha praticamente terminato di eliminare i disastri del suo predecessore Scott Layden. Restava, infatti, la guida tecnica, ossia il coach Don Chaney. Detto fatto e pure lui ha fatto le valigie, ma non saremmo a New York se il licenziamento e la successiva nomina del nuovo allenatore fosse andata liscia come l’olio.

Analizziamo dunque fatti e misfatti di questa settimana, ovviamente dando la giusta e meritata importanza al basket giocato (perché siamo qui per questo… o no?).

La serie di partite casalinghe, iniziata con la vittoria contro i Bucks del precedente report, passa per una sconfitta contro i Dallas Mavericks per 121-127 dopo un supplementare.

Nella gara si vede tutto ed il contrario di tutto.
Chaney schiera i suoi a zona, ma con Dikembe Mutombo presto panchinato. Ai Mavs non sembra vero di vedere una zona senza un centro come Deke ed in un batter di ciglia si ritrovano a +20.

Il coro “Fire Chaney” irrompe prepotentemente nell’aria del Garden.

Il coach decide così di passare alla difesa a uomo nell’ultimo periodo e come per magia l’attacco degli ospiti si spegne. Il parziale dei Knicks è devastante: 29-14 che porta la gara ai supplementari, con Allan Houston e Stephon Marbury che fanno 22 dei 29 punti totali.

Da raccontare gli ultimi 10 secondi.
Dallas avanti di 6, Marbury prova la bomba ma viene fermato con un fallo. Va in lunetta e fa 3/3. Rimessa di Michael Finley, Starbury intercetta, la palla arriva a Houston che mette la bomba del pareggio! Il garden è una bolgia, Marbury il suo Messia, sembra di essere tornati all’elettricità dell’era di Patrick Ewing, se non addirittura a quelli di Walt Frazier e Willis Reed.

Purtroppo, però, lo sforzo per tornare in partita è pagato a caro prezzo e New York cade al supplementare.
Ma pure qui il modo è rocambolesco: nel finale Finley porta palla, ma inspiegabilmente Chaney non ordina a Houston di commettere fallo per fermare il cronometro. Passano così 11 importantissimi secondi prima che H20 faccia il fallo e la gara scivola via.

Marbury chiude con 38 punti e 14 assists, Houston ne mette a referto 29, ottimo pure Penny Hardaway dal pino con 19, mentre Keith Van Horn è ancora fuori per un guaio al ginocchio.

Due giorni dopo, nella notte che precede la partita con gli Orlando Magic, esce sul NY Daily News la notizia che Chaney è stato licenziato e che Mike Fratello è il nuovo allenatore dei Knicks.

Quasi contemporaneamente, al David Letterman Show, Thomas dichiara che Chaney è ancora al suo posto, ma che è molto umiliante per il suo coach il trattamento riservatogli dal pubblico newyorkese. Pur incalzato da Latterman, però, Zeke non si sbottona più di tanto.

La mattina dopo, Chaney legge il Daily News e dichiara che lui non sa nulla, non gli è stato comunicato niente e che, se fosse vera la notizia, sarebbe una grossa mancanza di rispetto nei suoi confronti (e, per una volta, ci troviamo d’accordo con il buon Don ndr).

Chaney dirige l’allenamento mattutino, poi alle 17:10 ora di NY, gli viene comunicato da Thomas che non è più l’allenatore dei Knicks.

Il coach, nella gara della sera contro i Magic, è l’assistente Herb Williams, idolo locale dai tempi in cui faceva da back up a Ewing.

I Knicks si impongono 120-110.
La partita è equilibrata perché New York, pur tirando con il 60%, difende più che male. Van Horn alla fine ne avrà 22 con 8/12 dal campo e 10 rimbalzi, mentre Marbury metterà 11 punti dei suoi 26 nel quarto periodo, guarniti dalla solita doppia cifra di assists.

Finalmente, il mattino dopo arriva la notizia su chi sarà il prossimo coach bluarancio: Lenny Wilkens e non Mike Fratello. Più voci si rincorrono su quanto sia accaduto in realtà ma, probabilmente, la verità non la sapremo mai.

La stampa newyorkese fa a gara sullo scoop, ovverosia sul perché è stato chiamato Wilkens e non Fratello. Vi riportiamo, per la cronaca, varie tesi.

Fratello ha chiesto troppi soldi e troppa libertà manageriale su scelte di mercato e di draft, cosa che Thomas non ha ovviamente accettato perché vuole lui il controllo totale sulle facende manageriali.

Fratello non è stato neppure contattato, come afferma Zeke.

Thoams ha preso un allenatore che da più parti è definito “bollito”, affinché possa autoproclamarsi allenatore quando avrà messo su una squadra che gli piace.

L’entourage di Fratello ha detto che Mike è davvero contrariato sul non essere riuscito a rientrare nel giro (continuerà quindi a fare l’opinionista per le gare di Miami alla TNT).

Insomma, una volta in più: “Only in NY”.

La sostanza, al di là dei tanti fiumi di inchiostro spesi, non cambia. Il nuovo allenatore dei Knicks è Lenny Wilkens.

Sessantasei anni, nativo di Brooklin, è il coach più vincente della lega con più di 1200 partite vinte (ma pure pià di 1100 perse…), già allenatore di Seattle, Atlanta e Toronto, oltre che del Dream team vincitore dell’oro alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Ha pure vinto un Titolo NBA con i Sonics nel 1979.

L’ultima sua esperienza lavorativa è stata a Toronto. Ha portato i Raptors ad un tiro di Vince Carter dalla finale di Conference un paio di anni fa, per poi essere allontanato dal Canada con l’appellativo di “bollito”, ma ad essere onesti gli ultimi Raptors erano un’accozzaglia male amalgamata e falcidiata dagli infortuni.

I suoi modi gentili e pacati hanno mostrato il fianco ai detrattori che lo considerano finito. Vedremo cosa potrà regalare alla sua New York.

Il suo contratto è di tre anni con un’opzione per il quarto. In conferenza stampa, grandi sorrisi ed abbracci con l’altro newyorkese Mearbury, sicuro che la scelta di un concittadino sia quella giusta.

Come spesso si dice, se il buongiorno si vede dal mattino… i nuovi Knicks si presentano al garden guidati da Wilkens rifilando un 108-88 ai Seattle Supersonics.

La gara “supersonica” è giocata da Van Horn: 30 punti, 10/15 dal campo, 5/8 da tre, il tutto in 27 minuti: tanto è servito ai Knicks per liberarsi degli ospiti e prolungare il garbage time in maniera vistosa.

Grazie a 17 assists di un Marbury che gioca per la squadra come mai in carriera (solo 6 tiri presi, un dato incredibile quando si parla di Starbury) mettendo in rimo tiratori del calibro dello stesso Van Horn, di Houston e di Michael Doleac (6/7 per 12 punti).

New York va anche a +31 e il canto del fin troppo volubile pubblico del Garden si fa subito alto: “Len-ny Wil-kens!”.

La festa è completa quando Van Horn è imbeccato per l’ennesima volta da Starbury e va alla schiacciata rovesciata, resistendo al contatto di un avversario e subendo pure fallo, con lo Sceicco Bianco che si getta ad abbracciare Marbury, mentre Spike Lee è scatenato a bordocampo.

La striscia positiva arriva a tre con la vittoria a Chicago, 101-96… e cosa altro aggiungere su questo nuovo Van Horn, che piazza 16 punti dei suoi 24 nell’ultimo periodo? Quanto sono già lontani i tempi in cui, servito da Ward o Eisley, passava gli ultimi decisivi minuti in panchina? Wilkens crede in Keith: “Se inizia tirando male, deve comunque credere il lui. Lo sa che non lo tolgo da campo se ha una serie negativa”.

Questa volta, però, i Knicks tirano malissimo e chiudono con il 38%, tanto che Marbury arriva “solo” a 8 assists distribuiti (e 18 punti). Miglior scorer torna ad essere Houston (26), mentre Kurt Thomas è gladiatorio (12 punti più 13 rimbalzi).

La partita è in equilibrio fino a 10 minuti dal termine, quando Van Horn si incendia letteralmente, scavando il parziale decisivo.

Tutto troppo bello per essere vero, solo il futuro ci dirà se quattro anni di delusioni sono state davvero cancellate in meno di un mese.

Il rilancio passa per le dieci partite seguenti alla sconfitta contro i Mavs: se i Knicks riusciranno a portare a casa un 8-2 o un 7-3, la ressurezione in classifica, nel disastrato est, sarà completa. Per ora si è sul 3-0: chi ben comincia…

Andrea Delbuono



Il mercato degli Yankees
Articolo di Max Giordan del 7/01/2004 delle ore 13:08

Offseason ricca di lavoro per i dirigenti dei New York Yankees, che, volenti o nolenti, hanno dovuto ridisegnare una squadra reduce da un'ottima stagione, ma anche da una bruciante sconfitta nelle World Series.

Cashman e Steinbrenner sono stati messi sotto pressione anche dagli acquisti degli acerrimi rivali dei Boston Red Sox, che hanno messo sotto contratto un pitcher del calibro di Curt Shilling [8W-9L ERA 2.95] e sono sulla pista del MVP 2003, Alex Rodriguez [.298 con 47 HR e 118 RBI].

Il presidentissimo ha dovuto allargare ulteriormente i cordoni della sua enorme borsa (piena di dollari) e soprattutto il reparto dei pitchers è stato completamente rivoluzionato a causa delle partenze di due assi del calibro di Roger "The Rocket" Clemens ed Andy Pettitte.

- Roger Clemens, all'età di 41 anni e dopo 20 stagioni nelle majors (con ben 310 W) ha deciso di ritirarsi dall'attività agonistica, nonostante uno stato di forma ancora invidiabile dovuto dalla sua encomiabile etica del lavoro. Nella stagione 2003, Clemens ha infatti ottenuto ben 17W e sole 9L con una media ERA di 3.91, ma evidentemente la sua scelta non è dovuta ad un declino fisico, bensì ad una scelta di vita che lo ha portato a ritirarsi da "vincente". Si parla anche di un suo eventuale ripensamento che lo porterebbe a firmare per gli Houston Astros, ma queste voci non sono ancora state confermate dal diretto interessato.

- Andy Pettitte è stato invece al centro di un tira e molla con la dirigenza newyorchese per un rinnovo che sembrava scontato ed invece è saltato in maniera inaspettata. Pettitte infatti faceva parte di quel nucleo di giocatori che hanno costruito le fortune degli Yankees negli ultimi 10 anni, con 4 titoli e 6 World Series, e nell'ultima stagione aveva ottenuto ben 21 W e 8L [ERA 4.02] mettendo in mostra anche notevoli miglioramenti nella velocità dei lanci. Insomma era impensabile che gli Yankees si privassero di uno dei migliori lanciatori mancini della lega, soprattutto dopo la sua miglior stagione della carriera, ma il triennale da 39 milioni di $ (di cui l'ultimo non garantito) propostogli da Cashman non ha convinto il giocatore, il quale ha preferito firmare un triennale da 30 milioni di $ con gli Houston Astros.

Pettitte ha motivato la sua scelta adducendo motivi familiari: egli infatti risiede nel Texas ed in questo modo riuscirà ad essere più vicino ai suoi cari. Insomma per Andy il denaro non è tutto e con la sua partenza gli unici reduci del famoso "Three-peat" ( titoli 1998-1999-2000) rimangono Derek Jeter e Bernie Williams.

- E' stato ceduto anche David Wells [15W-7L ERA 4.14]: il lanciatore mancino ha terminato in modo disastroso la passata stagione uscendo per dolori alla schiena dopo il primo inning della decisiva gara 5 delle World Series ed i suoi problemi con lo staff degli allenatori (Stottlemyre in particolare) ha fatto si che il suo contratto non è stato rinnovato e Boomer si è dunque accasato ai San Diego Padres.

Gli Yankees si sono trovati ad un certo punto con ben 3 partenti in meno e solo 2 certezze per il 2004, Mike Mussina [17W-8L ERA 3.40] e Jose Contreras [7W-2L ERA 3.30], e l'incognita del ritorno di John Lieber dal lungo infortunio che lo ha tenuto fuori dai campi per più di un anno, poi però Cashman si è messo alacremente al lavoro usando la fantasia e lo strapotere economico di Steinbrenner ed è riuscito a chiudere tutte le falle.

- In primis gli Yankees sono riusciti ad ottenere un partente giovane e di sicuro talento come Javier Vasquez [13W-12L ERA 3.24 in 230.2 IP], che a soli 26 anni è stato terzo nelle majors per strike-out (241) dietro solamente agli assi dei Cubs Wood e Prior (266 e 245). Vasquez rappresenta dunque il futuro prossimo degli Yankees, i quali, per averlo, hanno dovuto cedere Nick Johnson [.284 con 14 HR e 47 RBI], uno dei giovani (25 anni) più promettenti e riserva molto importante viste le condizioni fisiche di Jason Giambi, Juan Rivera [.266 con 7 HR e 26 RBI] altro rookie molto interessante e Randy Choate, rilievo spesso tenuto nel Triplo-A.

- In seguito Cashman ha portato a termine uno scambio addirittura impensabile, riuscendo a spedire a Los Angeles l'inconsistente Jeff Weaver [7W-9L ERA 5.99] in cambio di uno dei migliori pitcher della lega, Kevin Brown! Brown è reduce da una stagione in cui ha ottenuto 14W e 9L con una media ERA di 2.39 (dietro solamente a Pedro Martinez e Jason Schmidt!), giocando la bellezza di 211 innings e sembra aver sorpassato i problemi di infortuni (gomito e schiena) che lo hanno tenuto fuori gioco per molto tempo nel 2001 e nel 2002 ed ora, con il supporto dell'attacco Yankee, sembra poter facilmente raggiungere il traguardo delle 20 vittorie stagionali. Questo scambio è ancor più stupefacente se lo si valuta dal punto di vista economico: lo stipendio di Weaver è infatti di 6 milioni di $, molto alto per un pitcher del suo livello, mentre quello di Brown si aggira sui 15 milioni di $ annui (per altri 2 anni).

La differenza è quindi di "soli" 9 milioni di dollari annui, con i quali, gli Yankees non sarebbero mai riusciti a firmare un free agent dello stesso valore di Kevin Brown. I tifosi di NY devono dunque fare un applauso a Cashman che pur trovandosi in una situazione complicata è riuscito a mettere insieme una rotazione di partenti veramente ottima per talento, esperienza e solidità e che sarà così composta:

1-Mike Mussina
2-Kevin Brown
3-Javier Vasquez
4-Jose Contreras
5-Jon Lieber

Cashman ha inoltre lavorato a fondo per tappare quella che era la vera falla nell'organico degli Yankees del 2003 e cioè il bullpen. Con la firma di Paul Quantrill [2W-5L ERA 1.75 in 77.1 IP] e di Tom Gordon [7W-6L ERA 3.16 in 74 IP] e con il ritorno a tempo pieno (dopo l'infortunio) di Steve Karsay il reparto dei rilievi appare più che adeguato agli standard della squadra. Mosse interessanti sono state fatte anche nel settore battitori: avendo già parlato della partenza di Nick Johnson, bisogna notare che quest'anno Giambi sarà costretto a giocare tutta la stagione anche in difesa nel ruolo di prima base. Per coprire meglio il ruolo di CF, viste le scarse prestazioni difensive di Bernie Williams (che giocherà presumibilmente da DH), è stato acquistato il 36enne Kenny Lofton [.296 con 12 HR e 46 RBI] con un biennale da complessivi 6.2 milioni di $.

Vista la sua media battuta vicina al .300 e le sue 30 basi rubate, Lofton è un ottimo candidato per il posto di lead-off e potrà permettere a Soriano di scendere un poco nell'ordine di battuta permettendogli di ottenere qualche RBI in più. Gli Yankees hanno riconfermato anche per il 2004 Aaron Boone nel ruolo di 3B, ma l'acquisto più rilevante di questa off-season è senz'altro quello del FA Gary Sheffield.

Lo "Shef", dopo qualche indecisione, è stato convinto a firmare un triennale da 39 milioni di $ per 3 anni e quindi NY si è assicurata uno dei migliori esterni delle majors. Sheffield ha infatti concluso la stagione 2003 battendo .330 con 39 HR e 132 RBI ed è il quarto assoluto nella lega per media OPS (1.023).

Il lineup dei Bronx Bombers sarà così composto:

1-Kenny Lofton (CF)
2-Derek Jeter (SS)
3-Alfonso Soriano (2B)
4-Gary Sheffield (RF)
5-Jason Giambi (1B)
6-Jorge Posada (C)
7-Bernie Williams (DH)
8-Hideki Matsui (LF)
9-Aaron Boone (3B)

Che dire; gli Yankees non dovrebbero avere problemi a fare punti, visto che hanno almeno 3 giocatori da 40 HR (Soriano-Sheffield-Giambi) schierati in una micidiale sequenza! Certo potrebbero sussistere alcuni problemi difensivi che sembrano però secondari considerando la forza dei pitchers ed il potenziale d'attacco.

Dunque anche nel 2004, nei pronostici per la conquista del titolo, non si potrà prescindere dai New York Yankees, che grazie alle loro possibilità economiche e alla bravura della loro dirigenza, hanno allestito una squadra davvero formidabile. Purtroppo per loro anche i Boston Red Sox, loro storici rivali, si sono notevolmente rafforzati e potrebbero farlo ancora se dovesse arrivare anche A-Rod.

La lotta per la American League Est si preannuncia veramente eccitante e sembra davvero probabile una rivincita del Championship 2003 deciso da Aaron Boone solo all'undicesimo innings di gara 7. Non ci resta che attendere la primavera per verificare i reali valori in campo e per rivivere le emozioni che solo il nostro passatempo preferito sa regalarci!


Articolo realizzato da Francesco Gasparetti per Play.it USA

Max Giordan



Stephon torna a casa
Articolo di Andrea Delbuono del 7/01/2004 delle ore 13:05

Se per la cacciata di Layden a metterci lo zampino era stato Babbo Natale, questa volta è la Befana ad intervenire in prima persona, con tanto di scopa per spazzare via i rimasugli della precedente gestione.

Eh sì, perché nella calza i newyorkesi non hanno trovato trovato il classico carbone, ma un dono dal nome Stephon Marbury.

Per quel paio di lettori che sono stati su Marte negli ultimi due lustri, anticipando le varie sonde spaziali tanto di moda in questi giorni, rammentiamo che Marbury è probabilmente il più forte playmaker del pianeta dopo Jason Kidd, un prodotto di Coney Island che ha sempre avuto nel cuore il desiderio di giocare nella sua città, così come i tifosi dei Knicks hanno sempre sognato di vederlo in maglia bluarancio dopo averlo visto fin da piccolo evoluire per la Lincoln High School.

Ebbene, il tutto è diventato realtà grazie al nuovo GM Isiah Thomas, che in meno di due settimane non solo ha fatto meglio dei quattro anni di chi lo ha preceduto, ma che è pure riuscito nella ben più ardua impresa di rimediare quasi del tutto agli fracelli lasciati in eredità dal buon Scott Layden.

Intorno all’arrivo a New York di Marbury, infatti, gravitano anche altre situazioni che non devono necessariamente passare in secondo piano solo perché si sta parlando di uno scambio che ha coinvolto un all-star.

Passiamo dunque ad analizzare la trade nella sua globalità: New York ha ceduto Charlie Ward, Howard Eisley, Antonio McDyess, Macjei Lampe, i diritti su Milos Vujanic, due prime scelte future (una del 2004 e un’altra futura a discrezione dei Knicks) più soldi, per Stephon Marbury, Anfernee Hardaway and Cezary Trybanski.

Analizziamo la “merce”, caso per caso.

Innanzitutto, i Knicks si sono liberati di due playmaker che, messi insieme, non ne fanno uno capace di partire titolare in una qualsiasi squadra NBA.

Eisley, proprietario tra l’altro di un mega contrattone donatogli da Layden, è stato negli ultimi anni in giocatore più fischiato al Madison Squadre Garden. Un play che stava con la palla in mano per una ventina di secondi per poi sparare una bomba, poca inventiva, tanta confusione.

Ward è invece all’unanimità considerato il play più lento della Lega. Buon tiro da tre se lasciato solo, ma, se possibile, ancora meno inventiva di Eisley.

Dopo 19 mesi di speranze, poi, la Grande Mela ha dovuto dare addio a McDyess.

Totò è tornato in campo da un mese, ma il fantastico giocatore capace di spostare gli equilibri che avevamo ammirato prima a Phoenix e poi a Denver, è soltanto un ricordo.

Dopo tre operazioni al ginocchio, il risultato è che il giocatore teme i contatti, accontentandosi così del suo buonissimo fade-away jump shot, senza però avere la necessaria aggressività a rimbalzo.
A New York, invece, serve gente che sotto le plance combatta con il coltello tra i denti e qui Kurt Thomas è più a suo agio.

Certo, ai Knicks continuerà a mancare quel pericolo in post basso che Dyce, da sano, avrebbe garantito, ma non si poteva più aspettare e quindi McDyess ha fatto le valigie.

Per la verità, Isiah Thomas aveva provato a scambiarlo con Portland per Rasheed Wallace, ma i Blazers sono più attratti da un giocatore sano che non da uno in scadenza di contratto che in estate svuoterà il monte salari per 12 milioni di dollari.

In Oregon avevano proposto una sign-and-trade estiva, così da verificare da qui a giugno quanto McDyess sia ancora un giocatore di pallacanestro. Un rischio che Thomas non ha voluto giustamente correre, salendo sul treno di Marbury che difficilmente sarebbe nuovamente passato da quelle parti.

A fare i bagagli per Phoenix pure Lampe, il prospettone polacco di 18 anni che poteva essere il classico “steal of the draft”, sceso com’era fino alla trentesima chiamata.

L’europeo però ha sempre vestito in borghese dall’inizio della regular season ad oggi, nonostante abbia fatto intravedere qualcosa di buono alle leghe estive.

Thomas, però, pochi giorni dopo il suo arrivo, ne ha criticato l’etica lavorativa ed il segnale di un suo allontanamento era già stato lanciato il giorno del taglio dell’altro rookie Vratko Vranes. I tifosi sperano però che questo polacco non si trasformi in un nuovo Nowitzki o Kirilenko così da pentirsene in futuro.

Ultimo nome a finire nel deserto è stato Vujanic, serbo attualmente a Bologna.

Su di lui i dubbi sono tanti: è un playmaker o sarà mai un regista in NBA? ha dunque il fisico per fare la guardia? Domande per ora irrisolte che comunque sotto la Statua della Libertà nessuno si porrà più.

Oltre a Marbury, approda alla corte dei Knicks Anfernee “Penny” Hardaway.

Anche lui non ha bisogno di presentazioni. Entrato in NBA come il primo vero credibile eredi di Michael Jordan, è stato protagonista, insieme a Shaquille O’Neal, della cavalcata fino alla Finale NBA dell’allora nuova Franchigia degli Orlando Magic.

Purtroppo, dopo gli splendori iniziali, numerosi infortuni lo hanno trasformato in un eterno incompiuto.

Ora, a New York, giocherà presumibilmente come cambio di Allan Houston, proprio il ruolo in cui il roster dei Knicks aveva un profondo vuoto.

Ma Penny è uno swingman di spessore, può giocare in tre ruoli: oltre che guardia tiratrice, può portare palla (come quando ai tempi di Orlando serviva Shaq) o spostarsi all’ala piccola.

Perso un polacco, ne arriva un altro: Cezary Trybanski, prospettone di 218 centimetri ma già di 24 anni che non vedrà il campo molto spesso, almeno crediamo.

Tornando a Marbury, è senza mezzi termini il miglior playmaker che i Knicks hanno avuto dai tempi di un certo Walt Frazier. Porta in dote una media in carriera di 20 punti più otto assists.

Starbury non avrà problemi di pressione: conosce la stampa newyorkese dai tempi di Lincoln HS, l’ha sopportata alla grande quando era poco più di un bambino; oggi, a 26 anni, cosa dovrebbe mai scalfirlo?

C’è pure chi ha avanzato problemi in spogliatoio per la presenza di Keith Van Horn. In estate, Stephon aveva criticato la scelta di puntare sullo Sceicco Bianco, indicandolo, insieme a Gheorghe Muresan e Jim McIlvine, come una delle cause del suo fallimento a New Jersey.

Ma, tra i futuri compagni, Kurt Thomas e Dikembe Mutombo hanno già speso parole d’elogio per il nuovo arrivato. Deke ha anche lodato l’operato del GM: “C’è un nuovo sceriffo in città e le cose sono già cambiate in meglio”.

Alla fine della fiera, il discorso quando si parla di New York è sempre lo stesso: all’ombra del Garden non esiste la parola “ricostruzione”, non si può lavorare per il futuro ma solo per il presente.

Va letto anche così lo scambio che ha privato i Knicks di due giovani che però non si sa cosa potranno diventare (Lampe e Vujanic), di due prime scelte future e di due contratti in scadenza (McDyess e Ward) che avrebbero fatto comodo in prospettiva salary cap.

Ora invece il monte salari è ancora più ingolfato del solito, ma almeno si sta parlando di dare dei sonori dollaroni ad un Marbury e non ad un “Horrible” Eisley o ad un Clarence Weatherspoon qualunque.

Così Isiah Thomas su quest’ultimo punto: “Non ci si deve lasciare scappare la possibilità di prendere questo tipo di superstar pensando al salary cap… perché i giocatori, una volta rifirmati al massimo salariale, sono praticamente inamovibili. Noi ce l’abbiamo fatta e, per di più, senza cedere nessuno starter. Siamo molto contenti”.

Thomas, in maniera informale ed a microfoni spenti, ha pure aggiunto che si è convinto a cercare un PM dopo aver visto la sua nuova franchigia perdere tre gare per altrettante grandi prove di tre playmaker: Sam Cassell, Jamal Crawford e Jason Kidd.

Chiudiamo buttando altra benzina sul fuoco.

Non bastava questo epocale scambio, perché Thomas sta trattando anche con Portland per portare Rasheed Wallace a New York in cambio di Keith Van Horn, Frank Williams e Michael Doleac (quest’ultimo già richiesto in Oregon un mesetto fa).

Se anche questo scambio andasse in porto, e pure alla luce di aver ceduto quella zavorra “sederesca” di Clarence Weatherspoon per Mookie Norris e John Amaechi (subito tagliato), il premio come GM dell’anno avrebbe già un padrone.

New York è di nuovo sulla cartina del basket NBA, il tutto in due settimane ed i tifosi sanno chi ringraziare: Isiah “Zeke” Thomas.

Andrea Delbuono






ULTIMI INSERITI

Nets: in crisi contro le big
Tutto secondo copione, o quasi
I Mets ci riprovano
La notte dei Lunghi Coltelli
Il mercato degli Yankees

 


ARCHIVIO

Gennaio 2006
Settembre 2005
Luglio 2005
Aprile 2005
Marzo 2005
Febbraio 2005
Gennaio 2005
Dicembre 2004
Novembre 2004
Ottobre 2004
Maggio 2004
Aprile 2004
Marzo 2004
Febbraio 2004
Gennaio 2004
Dicembre 2003
Novembre 2003
Ottobre 2003
Settembre 2003
Agosto 2003
Luglio 2003





















 

 

utenti collegati:
 
 
L'audience di NYC-Site.com è rilevata da