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Sport Americano

Coperta sempre troppo corta
Articolo di Andrea Delbuono del 24/02/2004 delle ore 13:08

Volevate atletismo e difesa? Bene, presto fatto… ma ora non avete tiro e gioco d’attacco. Ecco quello che si potrebbe dire ai Knicks, dopo una settimana in cui sono arrivate due sonore batoste casalinghe, maturate soprattutto a causa di scandalose prestazioni balistiche.

Ceduto Keith Van Horn e con Allan Houston ancora ai box, infatti, New York non ha più gioco perimetrale e nel momento in cui pure Stephon Marbury attraversa una giornata di “tiro sbilenco”, la sconfitta arriva inevitabile.

Tim Thomas, il sostituto naturale di Van Horn, non è ancora entrato negli schemi di coach Lenny Wilkens, ma questo pare normale, visti i tempi NBA tra una gara e l’altra, in cui è praticamente impossibile allenarsi e provare schemi: si ci allena giocando… ma il tempo non c’è per i Knicks, visto il pessimo inizio quando ancora si era sotto la coppia Layden-Chaney.

Assume così un’importanza fondamentale l’unico tiratore puro rimasto nel roster, ovvero capitan Houston. Assente lui, l’attacco si spegne perché troppo unidimensionale, dipendente com’è dalle magie di Starbury… ed il Garden ha già perso la pazienza.

Andiamo con ordine: prima gara della settimana contro dei Detroit Pistons in grave crisi. Arrivavano da cinque sconfitte consecutive ed i Knicks, seppur privi di Houston e virtualmente dei due nuovi arrivati, si impongono 92-88.

Artefice della vittoria, manco a dirlo, Marbury, con 28 punti, 10 assists e 5 recuperi, compresa la bomba che a 39 secondi dal termine dà il +4 ai suoi e che in pratica chiude la partita.

Ottima prova pure per Penny Hardaway nella sua prima partita da titolare al Garden: 19 punti, tutti in momenti cruciali del match, come quando i Knicks in pochi minuti passano da un +13 ad un –9 e ci vuole un Penny versione Orlando per ricucire lo strappo.
Bene anche Othella Harrington, 14 punti più 9 rimbalzi dalla panchina in una delle migliori partite disputate in maglia bluarancio.

Dicevamo dei nuovi. Ebbene, Tim e Nazr Mohammed non hanno potuto allenarsi né lunedì né martedì mattina con i loro nuovi compagni, perché Van Horn ha ritardato le visite mediche in quel di Milwaukee. Il nulla osta dei Bucks (via Lega) è arrivato solo un’ora prima della palla a due. Conseguenza: Thomas ha giocato solo un paio di minuti, Nazr non è neppure sceso in campo.

La sconfitta casalinga contro gli Utah Jazz (78-92) ha visto invece i nuovi arrivati “abili ed arruolati”.
New York inizia malissimo e realizza solo 11 punti nel primo quarto ed i jazz scivolano subito avanti, lentamente ma inesorabilmente fino anche al +22. Marbury, il giorno del suo ventisettesimo compleanno, sente i primi fischi da knickerbocker: limitato da due precoci falli, chiude con 21 punti. Tim Thomas ne mette 17, ma praticamente tutti quando la gara è ormai in frigorifero. I Knicks tirano con il 38% e la frittata è fatta.

Una partita storta ci può anche stare, ma nulla è paragonabile a quanto succede nella successiva gara contro i Cleveland Cavaliers, ovvero la prima dell’eletto, al secolo LeBron James, al Madison Square Garden.
I Cavs vincono 86-92, ma il risultato non rende giustizia alla superiorità mostrata dagli ospiti. Zydrunas Ilgauskas brutalizza chiunque capiti nell’area pitturata e chiude con 31 punti: è lui il vero artefice della vittoria, ben sorretto da James.

I Knicks, seppur in partita fino all’intervallo, non danno mai l’impressione di poter portare a casa la vittoria. Marbury sbaglia 17 dei suoi primi 21 tiri ed il nervosismo che si impossessa di lui fin da subito si tramuta quasi in isterismo tra i “boooh” del pubblico e la sua personale guerra contro il ferro avversario.

Quando ormai il Garden intona il canto “Keith Van Horn-Keith Van Horn” all’ennesimo errore di Tim Thomas (che aveva iniziato bene con 6 punti in pochi minuti, frutto di un ottimo gioco spalle a canestro) e con gli ospiti a +20, Starbury inizia a mettere a posto la sua mira ed i suoi hanno un sussulto, ma ormai è tardi e non serve a nulla arrivare a –4 a poco meno di mezzo minuto dalla sirena.

Si potrebbero aggiungere fiumi di pixel per commentare questo o quest’altro, ma concentriamoci su quanto detto già all’inizio.
Si è (giustamente, ndr) voluto portare più atletismo e versatilità al roster e lo scambio Van Horn-Thomas, in questo senso, ci sta tutto (per le altre valutazioni tecniche vi rimandiamo al precedente report).

Cosa invece non si poteva prevedere è che Houston stesse fuori per così tanto tempo, trasformando così in un boomerang la cessione dello Sceicco bianco.

Il ginocchio di H20 sta iniziando a preoccupare davvero tanto. L’ennesimo specialista interpellato ha dichiarato che ci sarebbero gli estremi per un’altra operazione e che i tempi di recupero, dato l’interessamento della cartilagine, lenta a ricrescere, sarebbero di circa un anno.

Una tegola davvero pesante, se pensiamo che Houston non ha mai avuto problemi fisici rilevanti, men che meno negli ultimi anni catastrofici in cui, al limite, non sarebbe servito alla causa vista la pochezza del roster.
Ora, con una squadra competitiva, viene a mancare il top scorer, il giocatore nel ruolo in cui si pensava di essere coperti almeno per i prossimi 3-4 anni.

Houston, fermandosi prima dell’All-Star game, ha saltato già 10 partite consecutive e non si sa se e quando rientrerà… ma soprattutto in che stato sarebbe se rientrasse anche a breve.

A complicare le cose, ci si mette un calendario da infarto: nelle prossime due settimane, New York disputerà 10 gare di cui 8 in trasferta, 4 all’ovest. Alla luce delle due impreviste sconfitte di cui vi abbiamo raccontato, c’è la possibilità da qui a 15 giorni che i Knicks siano nuovamente fuori dai playoffs… altro che sogni di gloria di attaccare il quinto posto della Easern Conference!

Chiudiamo tornando allo scambio che ha spedito Van Horn a Milwaukee, avvenuto generando qualche polemica.

David Falk, l’agente più potente dell’NBA e che guarda caso ha come cliente Van Horn, non ha preso bene il fatto che Isaiah Thomas non gli abbia comunicato nulla di quello che stava accadendo.

“Non è un segreto che non ci piaciamo a vicenda” ha ammesso Falk “Ma in NBA ci sono altre persone che non mi piacciono ma che comunque non ho problemi ad incontrare. Se occupi una posizione professionale, come quella di GM dei Knicks, allora devi essere capace di buttarti alle spalle il passato ed agire come un professionista. Non sta scritto da nessuna parte che mi si debba interpellare per gli scambi, ma è buona norma di cortesia, quasi una prassi, far sapere il tutto all’agente prima di leggerlo sui giornali”.

Ma a quale passato si riferisce Falk? Ce n’è per tutti i gusti. Falk è stato l’agente di Michael Jordan, ovviamente il suo cliente più importante. Thomas, nel 1985, pare essere stato l’orchestratore dell’ostracizzazione sul parquet di Jordan nell’All-Star Game di quell’anno.
Per contro MJ pare essere stato l’artefice dell’esclusione di Isaiah dal Dream Team delle olimpiadi del 1992. Da qui i rapporti tesi pure con l’agente Falk.

“Ho buonissimi rapporti con i Knicks, con Steve (Mills, presidente del Garden) e Jimmy (Dolan, owner della franchigia) ma è la prima volta in 30 anni che un mio cliente è stato scambiato senza che io non sapessi nulla” ha chiuso Falk.

Falk ha avuto un ruolo molto importante nel recente passato dei Knicks: ha strappato il megacontratto per Patrick Ewing nel 1997 (contratto che all’epoca fu il più alto mai concesso ad un giocatore della franchigia), partecipò attivamente al passaggio dello stesso Ewing a Seattle per Glen Rice (altro suo cliente) ed ha ultimamente fatto i giusti aggiustamenti per l’acquisizione di Mutombo, appena tagliato dai Nets che comunque continuano a pagargli una parte dello stipendio.

Vari favori, insomma, da una parte e dall’altra. Ma Falk quest’ultimo “sgarro” pare esserselo attaccato al dito, ma per fortuna non è lui l’agente di Rasheed Wallace in vista delle possibili negoziazioni estive.

Van Horn, dal canto suo, pare essere caduto in una crisi esistenziale visto che è stato scambiato per l’ennesima volta ed ha paventato il ritiro.


Andrea Delbuono



Chiamatelo Van Traded
Articolo di Andrea Delbuono del 19/02/2004 delle ore 12:46

Pure nei giorni in cui tutta l’attenzione è focalizzata sull’All-Star Game, Isaiah Thomas riesce a far parlare di sé e dei suoi Knicks.

Zeke, infatti, ha perfezionato un altro scambio, proprio prima del “main event” del week end dedicato alle stelle: New York, in un giro a tre squadre, ha scambiato Keith Van Horn con Milwaukee e Michael Doleac con Atlanta per Tim Thomas e Nazr Mohammed (con Joel Przybilla dai Bucks agli Hawks per fare quadrare i conti nella trade).

Analizziamo lo scambio, ovviamente dal lato Knicks, sorvolando una volta di più sull’aspetto salariale, dato che nella Grande Mela non c’è mai stato spazio per i calcoli di convenienza economica. Accenniamo solo che New York ingolfa ulteriormente il suo monte salari.

Innanzitutto , Tim Thomas è un’ala piccola molto versatile: all’occorrenza, infatti, può giocare pure guardia o ala grande. 27 anni tra pochi giorni, 208 cm per 109 kg, rispetto a Van Horn porta atletismo, difesa ed è proprietario di un ottimo primo passo, ma pure di un buon tiro dal fuori che comunque va e viene. 14 punti e quasi 5 rimbalzi per lui di media in questa stagione.

Come il suo predecessore, però, è incostante nelle prestazioni e resta a detta di molti un talento ancora inespresso, ma se ormai dello Sceicco Bianco tutta l’NBA conosce pregi e difetti, su Thomas si può ancora costruire, soprattutto a livello mentale.

Nazr Mohammed è invece un centro di 208 cm per 115 kg, coetaneo di Thomas. Giocatore fisico, rimbalzista, non troppo veloce di piedi e poco elegante in attacco, un po’ incline all’infortunio ma comunque in grado, se sano, di garantire ad est una doppia doppia in punti e rimbalzi ad ogni uscita, anche se quest’anno si assesta sui 6.5 più 5. Anche lui, come il nuovo arrivato, necessita di più costanza nelle prestazioni.

Che dire invece su chi ha fato le valigie?

In questi pochi mesi sotto la Statua della Libertà, Keith Van Horn ha mostrato tutto il suo campionario di cose belle e brutte. Ha alternato prove offensive da assoluto campione a serate in cui non l’avrebbe messa in mare dal ponte di una nave, mentre l’agonismo è latitato in troppe occasioni.

Tutte le squadre che lo hanno avuto prima dei Knicks, inoltre, sanno come si sciolga stile neve al sole nei Playoffs, quando la palla scotta. Cosa dovrebbe essere cambiato, oggi, visto che le cifre e l’atteggiamento sono le solite?

Ad Isaiah Thomas non è mai piaciuto ed implicitamente lo ha sempre considerato uno dei tanti errori di Scott Layden; aveva già provato a liberarsene, nel tentativo di arrivare a Rasheed Wallace quando quest’ultimo era ancora a Portland, inutilmente. Successivamente, alla prima occasione utile, l’ha scambiato.

Van Horn non lascia dunque grossi rimpianti nella Grande Mela; i tifosi lo hanno sempre praticamente ignorato, lui, arrivato al posto dell’idolo Latrell Sprewell. Nessuno verserà lacrime (sportive) per l’ex-Nets.

Michael Doleac, quale centro di riserva, è sempre stato sacrificabile e così è stato, soprattutto se al suo posto arriva un pariruolo di buon livello. A New York serve gente che in area pitturata faccia a spanciate, non un pivot anni ’50 che prevalentemente si prende tiri dalla media. Nonostante buone prove, ripetiamo, era sacrificabile.

In conclusione, ancora un’ottima trade da parte di Zeke, che ha dichiarato: “Siamo contenti di aggiungere al roster due giocatori che rispondo alla nostra esigenza di essere più atletici. Tim è una giovane e versatile ala piccola, Nazr un centro forte fisicamente che ci aiuterà a rimbalzo ed a difendere sotto. Due giocatori di grande qualità, insomma, che ci servivano oggi e buoni pure per il futuro”.

Venendo al basket giocato, questa settimana ha visto i Knicks impegnati in due partite solamente, vista la pausa per l’All-Star Game.

Prima gara in casa dei Dallas Mavericks, scottati da una precedente sconfitta contro i derelitti Atlanta Hawks. Si pensava dunque ad una voglia di riscatto da 10 e lode per la franchigia di Mark Cuban che non avrebbe lasciato scampo ai malcapitati avversari, ed invece New York ha giocato alla grande e solo l’espulsione di Kurt Thomas ha fatto si che i Mavs vincessero 105-90.

I Knicks partono bene e tengono meglio, ma sul 33 pari a metà del secondo periodo arriva appunto l’espulsione di Thomas: fallo in attacco fischiato a Penny Hardaway, il rookie di casa Josh Howard ha qualcosa di troppo da dire a “Dirty Kurty” che non si limita ad un sano trash-talking ma va oltre, avvicinando pericolosamente la testa a quella dell’avversario.

Il gesto è quello di una testata, ma il movimento è piuttosto lento ed infatti Howard non ha conseguenze, anzi, non dice nulla, se non che gli arbitri espellono il newyorkese.

A quel punto Van Horn, che fino lì aveva messo 18 punti, passa in ala grande, impegnato a marcare Dirk Nowizki, fin lì annullato da Thomas. Ebbene, al tedesco non sembra vero di avere Van Horn alle sue calcagna e si infiamma, ma New York resta comunque in gara fino al 78-76 del quarto periodo; poi però proprio Nowitkzi e Steve Nash producono l’allungo decisivo, mentre Van Horn mette solo 2 punti dal momento dell’espulsione.

Il giorno successivo si vola a New Orleans. Gli Hornets si impongono 106-98. Knicks senza Thomas, squalificato per un turno, quando la squalifica è prevista solo in caso di pugni e scazzottate.

Pure qui la gara è equilibrata per lunghi tratti, ma il 20-2 con cui i padroni di casa inaugurano il terzo quarto è fatale a New York. Stephon Marbury chiude con 29 punti e 10 assists, Penny con 19, ma non basta.

Lenny Wilkens, dopo essersi dichiarato sorpreso della squalifica inferta al suo giocatore, aggiunge: “Non voglio cercare scuse. Non è detto che con Kurt avremmo vinto, ma ovviamente Thomas sta giocando un ottimo basket e stasera ci è mancato il suo apporto”.

Arriviamo così alle speculazioni estive.

Come saprete, in settimana Rasheed Wallace ha trovato una nuova dimora ad Atlanta, scambiato da Portland. Dimora che, si presume, sarà breve, non più in là di giugno. In scadenza di contratto, gli Hawks non hanno intenzione di rifirmarlo, né lui ha intenzione di fermarsi in Georgia oltre il tempo debito.

Gli scenari possibili sono molti, ma si presume che le squadre che possono firmare un free agent ad alte cifre si butteranno su altri giocatori, non su un ultratrentenne dall’immenso talento ma dal carattere difficile.

Resta dunque l’eccezione salariale, che parecchi team avranno a disposizione, tra cui ovviamente New York, che però parte avvantaggiata, perché, per quello che comunque può valere, c’è già stata la “dichiarazione d’amore” del giocatore verso la Grande Mela. L’owner dei Blazers John Nash ha inoltre dichiarato durante un’intervista radiofonica che il suo ex-giocatore ha rifiutato l’estensione contrattuale per firmare l‘eccezione con i Knicks a luglio.

Le premesse, dunque, ci sono tutte, ma da qui all’estate può succedere di tutto.

Marbury pare già elettrizzato: “Se mi piacerebbe giocare con lui? Certo! E’ uno dei più forti giocatori NBA e ad est può fare, da solo, la differenza. Vi preoccupate dei suoi comportamenti fuori dal campo, che potrebbero influenzare pure noi? Non vedo dove sia il problema: lo incontrerò sul parquet, per giocare a basket, non fuori per vendere pantaloni al mercato!”.

Sotto il lato strettamente economico che qui, al contrario di quanto dicevamo all’inizio, conta eccome perché esistono regole ferree e ben precise, la mid-level exception si aggirerà attorno ai 5 milioni di dollari.

Sheed ed i Knicks hanno varie strade praticabili per giungere ad un accordo: firmare per 2 anni, guadagnando 10M$, poi le regole salariali permetteranno al terzo anno di aumentare il salario del 75%, quindi con un’estensione si arriverebbe da lì a 9.8M$ annui.

Oppure si potrebbe firmare di anno in anno per 3 anni: il primo da 5M$, poi dal secondo il regolamento permetterà un aumento del 20% e con il quarto si potrebbe firmare a 14M$. Ancora, ci sarebbe la possibilità di una sign-and-trade, ma gli Hawks stanno ricostruendo e realisticamente non accetterebbero contratti pesanti.

Tornando all’oggi, chiudiamo con il quintetto che presumibilmente presenterà Wilkens: PM Marbury, SG Houston (il suo ritorno era previsto subito dopo l’ASG, ovvero martedì, ma per ora nessuna indiscrezione a riguardo), SF Tim Thomas, PF Kurt Thomas, C Mutombo (o Mohammed, ma per ora Deke conserverà il ruolo di starting five).

Andrea Delbuono



Tutti pazzi per Frank
Articolo di Andrea M. del 12/02/2004 delle ore 14:53

Byron Scott è stato silurato, e questa non è una notizia fresca di giornata. Il suo sostituto è l’ex assistente Lawrence Frank, e nemmeno questa è una news dell’ultimo momento. Quello che in questi giorni fa veramente notizia nel New Jersey è l’inaspettato trionfo di consensi ottenuti da questo perfetto sconosciuto.

Il più giovane Coach attualmente in circolazione nella NBA è cresciuto professionalmente come assistente negli ambienti universitari, con tanto di breve ruolo di manager nell’Indiana, alla corte di un certo Mr Knight.

Dopo tre stagioni come assistente di Brian Hill ai Grizzlies approda nel New Jersey proprio nello staff di Byron Scott, esonerato il 26 di gennaio. Da allora tutti stanno cercando di capire che tipo di personaggio è Lawrence Frank, nuovo allenatore ad interim dei New Jersey Nets.

Oltre ad improvvisare strane somiglianze con Scott Skiles o con Ricky Cunnigam/Ron Howard il paragone più azzeccato è, probabilmente quello con Jeff Van Gundy: entrambi piccoli, pallidi e con lo stesso gusto in fatti di abiti e macchine, ma soprattutto con in comune una smisurata passione e conoscenza della pallacanestro.

Si perché Frank è uno di quelli che mangia pane e basket tre volte al giorno, e tutti gli anni di gavetta in qualità di assistente allenatore gli sono serviti non solo per imparare schemi e nozioni cestistiche, ma anche per analizzare e sfruttare il potenziale offerto dal roster.

Frank ha utilizzato un mix di tecnica e psicologia per far tornare la voglia di vincere ai suoi giocatori. Ha lasciato a Kidd carta bianca per giocare da autentico cavallo selvaggio quale è. Ha negato a Martin altre brutte prestazioni al tiro chiamando per lui solo ed esclusivamente giochi in post basso e vicino al canestro. Ha aumentato il numero di tiri concessi ad Harris e lasciato più liberta a Rogers di piazzarsi dietro la linea dei tre punti.

Il nuovo coach, dopo avere svolto il suo compitino sul campo, dimostra anche ottime doti diplomatiche in sala stampa, difendendo ed elogiando i ragazzi. Ha persino dichiarato che, essendo Mourning ancora a libro paga, vorrebbe rivederlo all’interno del gruppo, magari anche solo in qualità di spettatore agli allenamenti. Si vocifera addirittura di una serie di telefonate fatte da Frank agli altri 14 allenatori dell’est per sponsorizzare la candidatura di K-Mart all’All Star Game.

I giocatori, che, una volta fatto fuori Scott, probabilmente avrebbero accolto a braccia aperte anche Hannibal Lecter, fanno a gara per ricambiare i complimenti: c’è chi, come Richard Jefferson, si diverte, a causa della statura di Frank, a prenderlo affettuosamente per i fondelli e chi come Kidd si limita a dichiarazioni più seriose: “Lui ci da credito fuori e dentro il campo, si è già guadagnato il nostro rispetto. E’ giusto che noi ricambiamo la fiducia che ci sta dimostrando”.

Ma i ragazzi non si sono impegnati solamente a muovere la lingua nel dopo gara. Hanno anche raddoppiato i loro sforzi sul parquet, soprattutto in difesa, e nella gestione post Scott, hanno concesso agli avversari poco più di 80 punti per partita. I nuovi Nets aiutano il loro coach a inanellare sette vittorie consecutive (record di franchigia per un allenatore al debutto) e a raggiungere un record di 29 vinte e 20 perse che consolida il primato ella Atlantic Division.

Ecco spiegata tutta questa euforia che attualmente circonda il New Jersey. I Nets erano reduci da una serie di dieci partite, di cui sei perse e alcune delle quali veramente male (vedi la trasferta di Miami). Frank ha avuto il merito e la fortuna di risollevare le sorti della squadra; speriamo solo che tutti quanti, giornalisti compresi, si rendano conto che l’impresa finora è stata dignitosa ma non eccezionale, e che mantengano i piedi per terra conservando la necessaria tensione che servirà per affrontare ostacoli ancora più difficili.

Obiettivamente è fin troppo facile prendersela prima con i Sixers privi di Allen Iverson, poi con gli Hornets orfani di Baron Davis ed infine con i Magic ultimi in classifica e senza Tracy McGrady. Per poter giudicare i Nets del dopo Scott sarà necessario aspettare almeno fino alla fine di febbraio, quando il calendario porterà Frank a misurarsi con squadre di alto livello quali Lakers, T-Wolves e Pistons.


All Star Game
Le vere liete novelle, sacrosante ed inconfutabili, arrivano dalle votazioni dei coach della NBA, che hanno regalato ai New Jersey Nets due partecipanti (anche se tra le riserve) per la partita delle stelle del prossimo week-end a Los Angeles.

Jason Kidd, insieme con Shaq, è stato il più votato dai 29 allenatori, aggiudicandosi così la sua settima partecipazione alla festa di metà stagione. Un altro bel riconoscimento immediatamente successivo alla nomina di giocatore della settimana dal 26 gennaio al 1 febbraio, durante la quale, in tre partite, Kidd ha viaggiato ad una media di 22 punti, 9,7 assists e 7 rimbalzi. A questi numeri va aggiunta anche la settima tripla-doppia stagionale, collezionata nella recentissima vittoria 99-87 contro Phila. Se non sono cifre da All Star queste…

A fargli compagnia a Los Angeles ci sarà, finalmente, anche Kenyon Martin che, letteralmente dimenticato e snobbato lo scorso anno, si è preso la sua rivincita e il suo primo riconoscimento a livello personale: “Ci sono tanti buoni giocatori che in un intera carriera NBA non riescono a giocare un All Star Game. Per me è fantastico esserci riuscito in soli quattro anni e con una stagione da rookie condizionata dall’infortunio al ginocchio. Significa che ho lavorato duro e adesso inizio a raccogliere i frutti”.

“Sono incredibilmente contento, è esattamente quello che volevo, spero solo che mio figlio sia abbastanza grande per capire. Un giorno potrà dire, Mio padre è un All Star”. Il paparino in questione avrà anche avuto una stagione di alti e bassi, ma le sue statistiche e la sua ritrovata strapotenza difensiva non potevano passare inosservate agli occhi dei votanti.

Martin è il “capo-cannoniere” della squadra con 17,7 punti per partita, è il miglior rimbalzista con 9,9 ad intrattenimento ed è anche il miglior stoppatore. Con questi dati stampati sul biglietto da visita nessuno può contestare la sua prima, meritata selezione.

I tifosi dei Nets sognavano di vedere ricostruito il trio del pre-olimpico di Puerto Rico, ma Richard Jefferson per questo anno dovrà accontentarsi della televisione. E’ lo stesso Jefferson a spegnere i brusii che avrebbero voluto lui al posto di Paul Pierce: “Ci speravo, non lo nego, ma c’è chi lo merita più di me… e poi tre giocatori di una squadra che viaggia poco al di sopra del 50% sarebbero stati effettivamente troppi”.


E Griffin dov’è?
Di sicuro non nel New Jersey. Invece di essere tranquillamente ricoverato presso una famosissima clinica specializzata nel recupero di alcolisti e tossicodipendenti, Eddie Griffin, dovrà trattenersi in Texas almeno fino a metà febbraio.

Il Grifone, auto esclusosi dal roster, consapevole di non somigliare nemmeno ad una controfigura di un atleta professionista, non è riuscito ad iniziare la sua terapia a causa di un verdetto del tribunale di una piccola contea del Texas. Il giudice, che durante le udienze preliminari, si espresse definendo Griffin “un pericolo per la società”, ha decretato lo stato di arresto fino al tredici febbraio, giorno in cui, un’altra udienza valuterà una piccola scaramuccia avvenuta in un drug-store l’antivigilia di Natale.

L’ex Rocket dovrà anche rispondere del possesso di marijuana e le probabilità che se la possa cavare con una pacca sulle spalle e un “non farlo più” sono molto basse. Impossibile, a questo punto, ipotizzare una data per il ritorno sul campo da basket. Probabilmente lo rivedremo la prossima estate, sempre che Rod Thorn voglia investire altri dollari in un progetto che, francamente, sembra davvero a fondo perso.


Errata corrige: le triple doppie realizzate in carriera da Larry Bird sono 59 e non 55 come riportato nel precedente aggiornamento. Jason Kidd, quindi, è ancora alle spalle di Bird, ed insegue a quota 57.

Andrea M.



E’ di nuovo Magico Garden
Articolo di Andrea Delbuono del 12/02/2004 delle ore 14:51

Rivalità che vanno, rivalità che vengono. In questa settimana, infatti, abbiamo visto rinverdire uno di quelli antagonismi storici tra New York ed Indiana, mentre un altro è in corso di sepoltura, quello contro Miami, per la pochezza della franchigia della Florida.

La prima gara giocata in settimana ha visto i leader della Eastern Conference, i Pacers, scendere al Madison Squadre Garden. Era una prova del nove per questi nuovi Knicks e l’esito è stato più che positivo: vittoria per 97-90.

Gara risolta nel finale. A 53 secondi dal termine e con i Knicks avanti 93-90, Penny Hardaway trova un canestro degno del suo grande passato: riceve palla fuori dall’arco dei tre punti, parte in palleggio contro l’avversario diretto, si arresta dalla linea dei liberi e, dopo una doppia finta sul perno, sale in cielo per mettere a segno un morbido jump-shot.

Reggie Miller, nemico storico dei Knicks, nella successiva azione spara un airball dall’angolo e Stephon Marbury subisce fallo. La gara è decisa e può iniziare la festa al Garden, tra i cori “Reggie Stinks” e Starbury che corre per il campo con la palla sotto braccio ed il pugno alzato verso il cielo.

Marbury chiude con 23 punti ed i soliti 8 assists, mentre Keith Van Horn e Kurt Thomas vanno in doppia doppia (20 punti e 12 rimbalzi il primo, 19 più 12 il secondo).

Ai tifosi non sembra vero di aver battuto una delle corazzate NBA, soprattutto una delle squadre “nemiche” storiche come Indiana. Memorabili i duelli con Miller, più volte vinti da quest’ultimo proprio a New York.
Ed era anche una sfida nella sfida, quella tra i due general manager Larry Bird ed Isaiah Thomas, dopo che il primo aveva licenziato il secondo in estate dalla panchina dei Pacers.

Ma, come ogni rivalità che si rispetti, il dopo partita è stato ricco di polemiche.

Jermaine O’Neal ha avuto da ridire sui festeggiamenti degli avversari: “Hanno esultato come se avessero vinto il Titolo. Ce ne ricorderemo per il futuro”.

La risposta di Marbury non si è fatta attendere: “Jermaine O’Neal non ha vinto un Titolo. L’avesse detto Shaquille O’Neal, è un conto. Ma Jermaine, che ha vinto in carriera? Nulla. Noi, come squadra, sentiamo che stiamo facendo dei progressi. Loro sono un buonissimo team e batterli è stato un buon segno per noi… che problema c’è?”.

Leggermente più pacato Hardaway: “E’ stato immaturo da parte sua (di O’Neal, ndr). Ognuno può celebrare le vittorie come vuole. Se tu perdi, dovresti pensare a come hai perso e perché, non a come festeggiano i vincitori”.

Dal canto nostro, aggiungiamo che ognuno può festeggiare come crede, sempre nel rispetto dell’avversario. Ora, siccome i Knicks non hanno mancato di rispetto a nessuno, non vediamo che abbia O’Neal da lamentarsi.

D’altro canto, non siamo certo noi a dover ricordare ai nostri lettori la “passeggiata” di Jermaine su un avversario argentino caduto a terra negli ultimi mondiali, durante la prima sconfitta degli Stati Uniti. Insomma, non un buon esempio di lealtà sportiva, da sempre.

Lenny Wilkens non ha parlato della polemica ma della squadra: “E’ stata una bella soddisfazione per tutti noi. Abbiamo dimostrato che possiamo fare molta strada”.

Superate le polemiche ecco una trasferta a Miami: Knicks in netto controllo fin dall’inizio e vittoria per 76-65.

I pochi punti segnati non sono di certo indice di uno spettacolare incontro, ed infatti così è. Ma questi Heat sono davvero poca cosa e coach Wilkens ha potuto far riposare i suoi giocatori ruotando armonicamente il roster a disposizione.
C’è stato dunque posto anche per Mike Sweetney, mentre Frank Williams, dopo un leggero infortunio e qualche colloquio con l’allenatore, ha ritrovato il posto di primo play di riserva.

In campo anche il nuovo arrivato DerMarr Johnson: vedremo se Thomas lo firmerà per l’intera stagione.

Arriva così l’ora dell’ennesimo back-to-back, contro i Los Angeles Clippers, spesso fatale ai Knicks vista la carta d’identità dei giocatori bluarancio, che soffrono le gare ravvicinate per stanchezza.

Ancora assente Allan Houston e con Van Horn prematuramente panchinato sia per problemi di falli sia per la velocità degli avversari diretti (solo 12 minuti per lui), chi si è dovuto caricare sulle spalle l’attacco? Ma Steph, naturalmente! Il suo tabellino reciterà così: 42 punti, 15/20 dal campo, 8 assists. Ma quello che non dicono le nude cifre sono i 17 punti in poco più di cinque minuti che Marbury mette a segno all’inizio dell’ultimo quarto, spaccando in due una partita fin lì equilibrata e facendo volare i suoi sul +14.

Una grossa mano al Messia venuto da Coney Island la dà Thomas, che una volta di più diventa letale sui pick-and-roll messi su ad arte con il suo playmaker: 28 punti per lui ed una eloquente frase in conferenza stampa che non traduciamo perché così rende ancora di più: “Stephon was the difference”.

New York, complessivamente, tira con il 56% e i Clippers, seppur andando in lunetta per quasi 50 volte (il doppio rispetto ai padroni di casa), capitolano per 110-104.

Questa contro i cugini poveri dei Lakers è la quinta partita senza il capitano Houston e magicamente è anche la quinta vittoria consecutiva; onestamente, i tifosi dei Knicks non ricordano a memoria una striscia di risultati positivi così lunga.

Stranamente, ma diremmo anche “fortunatamente”, ancora nessuno della stampa locale ha fatto notare questo dato che darebbe contro ad H20, anche perché sarebbe folle credere che i Knicks giochino meglio senza il loro miglior marcatore, anche perché a sostituirlo nello starting five c’è Shandon Anderson, mica Kobe Bryant.

Il tutto è invece una specie di coincidenza: calendario favorevole (a parte Indiana) e mano dell’allenatore che inizia a sentirsi (schemi d’attacco più fluidi, difesa meglio registrata, diminuzione delle palle perse), oltre ad un Marbury in più nel motore rispetto a quelli che lo hanno preceduto.

Dando sempre i “numeri”, si è 14-9 dal licenziamento di Scott Layden, 10-6 dalla trade che ha portato Starbury a casa e 9-3 da quando Wilkens siede in panchina. Il noto ingegner Cane di “Mai dire domenica” direbbe che sono cifre che fanno girare la testa, visto il recente passato perdente dei newyorkesi.

Ed in effetti si inizia a respirare aria d’alta quota: settimo posto nella Eastern Conference e secondo nell’Atlantic Division. Il sogno di arrivare finalmente ad un bilancio almeno del 50% sembra lì a portata di mano, visto il 25-27 attuale. Molto probabilmente, l’equilibrio tra vittorie e sconfitte non sarà raggiunto prima della pausa per l’All-Star Game. Ci sono sì, infatti, ancora due partite, ma in trasferta e contro avversari di prim’ordine: Dallas e New Orleans.

Per ora, comunque, va più che bene così. Il Garden è tornato ad essere elettrico e pieno di magia. Le dirette rivali per i playoffs che stanno dietro continuano a perdere colpi e la sesta posizione, se non addirittura la quinta, restano ampiamente a portata di mano.

Andrea Delbuono



La resistibile ascesa dei Knicks
Articolo di Andrea Delbuono del 4/02/2004 delle ore 12:52

Ad est tutto è possibile. Anche giocare non benissimo, avere uomini più o meno sul piede di partenza o scontenti, non soffrire dell’assenza del miglior marcatore e, nonostante tutto, riuscire a risalire in classifica fino alla settima posizione, ad un soffio dalla sesta.

Ebbene, in casa Knicks sta succedendo tutto questo, dopo un’altra settimana positiva sotto il piano dei risultati ma non del gioco o dell’armonia interna, mentre le carenze atletiche si fanno sentire, anche se sono per lo più mascherate da prove estemporanee del giocatore “on fire” di turno.

La prima gara dei sette giorni appena passati ha visto arrivare al Madison Squadre Garden i San Antonio Spurs. New York non è riuscita ad approfittare di uno scandaloso 38% al tiro dei Campioni in carica ed è riuscita a fare addirittura peggio con il 36%. Incredibile, raramente si è assistito ad una sconfitta (67-77) della squadra di casa con gli ospiti che tirano con quelle percentuali.

A dire il vero, qualche alibi c’è. Allan Houston, per via dell’ormai cronico problema al ginocchio, ha giocato poco e male, sfornando un 2/13. Keith Van Horn, per un problemino ad un gomito, delizia il Garden di 18 minuti di nulla, con Manu Ginobili che lo brutalizza in difesa, mentre il knickerbocker non ha lo spirito per andare dall’altra parte, in post basso, e restituire pan per focaccia nonostante ai centimetri ed ai chili in più rispetto all’argentino.

Stephon Marbury fa sì 19 punti, ma sparecchiando a salve in troppe occasioni.

Lenny Wilkens alla fine dirà: “Le esecuzioni dei nostri giochi sono state abominevoli. Non ci siamo presi molti tiri facili che gli Spurs ci stavano concedendo, concentrandoci invece in un passaggio di troppo ed arrivando così a conclusioni forzate allo scadere dei 24 secondi”.

Al resto ci pensa Tim Duncan, con una doppia doppia che dice 30 punti e 19 rimbalzi.

Pronta è invece la riscossa a Boston, 92-74, nella prima partita senza Houston (del quale parleremo più avanti).

Ma dove si fermano i meriti dei Knicks ed iniziano i demeriti dei Celtics, squadra rivoluzionata da scambi quantomeno bizzarri, problemi personali del solito Vin Baker, storditi dal cambio di allenatore e con un Paul Pierce che risponde perfino a malomodo ai fischi del suo pubblico? Francamente, era impossibile perdere per New York.

Eppure la partita resta in equilibrio nella prima parte, con Marbury che dispensa talento ma i compagni non lo seguono.
Emblematico un passaggio clamoroso per Michael Doleac a meno di un metro dal canestro, con il centro che non è neppure riuscito a fare sua la palla, producendo dunque un turnover, con Marbury che chiede al compagno più attenzione per poi abbassare la testa in segno di resa. Il classico “predicatore nel deserto”.

La partita comunque viene decisa nel terzo quarto, quando Boston dimentica come si giochi in difesa, finendo per concedere a Van Horn facili conclusioni da fuori, ossia l’unica cosa che lo Sceicco Bianco sa fare non bene, ma benissimo.

Il quarto periodo è un lungo garbage time, tra tiri di Pierce che non trovano neppure il ferro e spazio addirittura per Bruno Sundov. Da segnalare un Dikembe Mutombo dominante con 10 punti, 10 rimbalzi e 4 palle rispedite al mittente più tante altre “interferenze” decisive.

Si torna così al Garden per un back-to-back contro i Phoenix Suns. New York vince 110-105, ma che fatica!

Ancora una volta Van Horn mostra la sua incostanza offensiva: due settimane fa aveva giocato da MVP; la scorsa da giocatore CBA; questa di nuovo da giocatore decisivo. Ebbene sì, dopo aver spezzato in due la partita a Boston, arriva qui a sfiorare la tripla doppia: 30 punti, 12 rimbalzi, 7 assists e i liberi decisivi nel finale.
In difesa, subisce ovviamente alla grandissima un Joe Johnson che piazza il carter high a quota 31, ma ci pensa Marbury con 35 punti a rimettere le cose a posto.

Questa con i Suns era l’ultima partita di quelle famose dieci che avevamo fissato come “paletto” per ritornare in corsa per i Playoffs. Ebbene, il bilancio è stato buono: 7 vittorie 3 sconfitte, con il rimpianto per quella debacle casalinga contro Miami che avrebbe dato un ottimo 8-2.

Il rilancio in classifica c’è stato ed ora i Knicks si ritrovano settimi (22-27) nella Eastern Conference, ad una vittoria dalla sesta piazza ma anche ad una dalla nona e quindi fuori dalla post season. Ancora presto, ovviamente, per emettere sentenze più o meno decisive, ma di problemi ce ne sono in abbondanza, come dicevamo all’inizio.

Partiamo da Houston. Il capitano, dopo l’ennesimo calvario in partita, ha deciso di fermarsi per almeno 10 giorni, più presumibilmente per tre settimane. Approfittando della pausa per l’All-Star Game e di un calendario che finalmente permetterà ai Knickerbockers di tirare il fiato dopo un tour de force notevole, salterà sette partite (due già disputate).

Questo riposo, però, servirà o meno? Non siamo degli indovini e neppure lo staff medico della squadra lo sa per certo. Il tutto rimane più appeso alla speranza che non a reali certezze cliniche. Quel che è certo è che H20, dopo l’operazione estiva, ha affrettato il rientro, perché a New York non c’è neppure tempo di aspettare gli infermi.

In tutta questa situazione, si innesta il caso Shandon Anderson. Dopo che un DNP-CD (ossia non è entrato in campo contro Atlanta per la decisione del coach, non per un infortunio, come avete letto nello scorso report) ha interrotto la sua infinita serie di gare consecutive, l’ex-Utah ha pensato bene di prenderla con… professionalità, dandosi per malato per un paio di giorni. Un forte mal di testa, la scusa ufficiale.

Doveroso un “bene, bravo, bis!” ad personaggio che deve la sua fortuna economica non tanto a quello che ha fatto e fa vedere sul campo, ma all’indecenza operativa di Scott Layden che gli ha regalato un contrattone assurdo.

Ovviamente la storia non è andata molto a genio al GM Isaiah Thomas e subito la parola buyout è venuta fuori, dopo aver rifiutato uno scambio proposto da Toronto per Lamond Murray.
L’assenza di Houston ha invece paradossalmente portato di attualità l’importanza di Anderson all’interno del roster ed anzi è partito titolare al posto del compagno.

Altri giocatori, come Doleac o Othella Harrignton, sembrano invece degli oggetti in vetrina, trovando tanti minuti per cercare degli acquirenti, anche se ad essere onesti le loro prove sono più che discrete.

A complicare il tutto restano problemi sia tecnico che tattici.

Sul piano tattico, a dire il vero, i passi avanti sono enormi se pensiamo al recente passato targato Don Chaney. L’assetto difensivo è migliorato, nonostante i soliti problemi di Van Horn a contenere le ali piccole, mentre i giochi offensivi tendono comunque sempre a stagnare un attimino di troppo, aspettando l’invenzione di Marbury. Ma quando la magia arriva sotto forma di passaggio, non sempre i compagni sono all’altezza, come ampiamente documentato prima.

Oltre a non stare dietro alla “testa cestistica” del prodotto di Coney Island, gli altri Knickerbockers fanno fatica a concludere le assistenze del loro playmaker. Se le conclusioni dal perimetro sono bene o male vincenti grazie alle mani educate di Van Horn, Houston o dello stesso Doleac, non altrettanto si può dire di quello che succede nell’area colorata.

Il poco atletismo dei lunghi, infatti, porta a conclusioni laboriose che spesso fanno perdere al possessore della palla (se riesce a riceverla) quell’attimo di vantaggio che invece Marbury, inventando dal nulla, gli ha concesso sul diretto avversario.

Gente come Kurt Thomas, Mutombo o Van Horn, quando si trova nei pressi del canestro, è tutto ma non verticalista e il poco atletismo diventa così un handicap non da poco per la squadra. Marbury, a Phoenix, era abituato a “consegne” a fior fior di atleti quali Shawn Marion o Amare Stoudemire… ma qui?

Per ora, la pazienza di Starbury è stata tanta. Conosciamo il suo ego ed altrettanto abbiamo apprezzato la sua maturità, ma la paura del tifoso bluarancio è quella che un giorno torni lo Stephon che si scrive “All Alone” sulle scarpe come ai tempi dei Nets e… ti saluto sogni di gloria.

Al roster attuale serve atletismo, in pratica un 4 alla Rasheed Wallace ed un 3 in grado di dare un solido apporto in difesa. Crediamo che Thomas stia lavorando in questo senso, ma trovare una soluzione non appare facile, soprattutto entro il 19 febbraio, ultimo giorno utile per effettuare scambi tra le franchigie.

Difficile che arrivi qualcosa, molto probabilmente sarà questo il roster che affronterà la seconda parte di stagione, cercando di centrare i Playoffs per poi costituire una mina vagante, condizioni di Houston permettendo.

Certo, squadre come Indiana e Detroit, restando ad est, sono al di fuori della portata dei newyorkesi… ma per ora può anche andare bene avere come obiettivo il raggiungimento della post season, poi potrebbe essere una lunga estate sul fronte trasferimenti e, da quando a sedere nella stanza dei bottoni sotto la Statua della Libertà c’è Isaiah Thomas, tutto è possibile.

Andrea Delbuono






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