Articolo di Max Giordan del 30/03/2004 delle ore 11:58
Poco meno di dodici mesi fa, i New Jersey Devils festeggiavano la vittoria in Gara 7 contro Anaheim, un successo che consegnava alla squadra rossonera la terza Stanley Cup della propria storia; quel trionfo dimostrava come i Devils fossero una delle franchigie più solide non solo della NHL, ma anche dell'intero panorama sportivo nordamericano; un anno più tardi, sebbene i New Jersey Devils siano ancora tra le accreditate alla vittoria finale, il bilancio non è così roseo, come previsto dagli esperti. Il roster è praticamente rimasto invariato e gli unici movimenti interessanti non hanno minimamente scalfito l'assetto tattico della squadra di Pat Burns: la partenza di Joe Nieuwendyk alla volta di Toronto era stata, infatti, prontamente bilanciata dall'arrivo di Igor Larionov, il fuoriclasse russo ultraquarantenne rilasciato dai Detroit Red Wings.
Il gioco di New Jersey si basa sul rinomatissimo reparto arretrato, che ormai da diversi anni è il migliore dell'intera NHL: con Martin Brodeur a difesa della gabbia, il Capitano Scott Stevens, Scott Niedermayer e Brian Rafalski, per le altre squadre segnare una rete può risultare una vera e propria impresa! E nonostante l'attacco non sia mai stato tra i più prolifici della lega (tanto per usare un eufemismo), i primi mesi della nuova stagione erano stati molto positivi. Come sempre, la grande rivale di New Jersey nella Atlantic Division è la temibile Philadelphia, che quest'anno vuole assolutamente sovvertire la nomea di underachiever (squadra che ottiene meno rispetto alle proprie potenzialità) che la accompagna da diverso tempo: i Flyers, in verità, hanno sempre mantenuto la vetta del raggruppamento, ma generalmente il vantaggio in classifica era dovuto al maggior numero di partite giocate. New Jersey, almeno fino a gennaio, sembrava sempre pronta al sorpasso, tenendo presente anche che nei primi tre scontri diretti i Devils avevano sempre imposto la propria legge (2 vittorie ed 1 pareggio). La difesa aveva raggiunto dei livelli stratosferici, tanto che tutti e tre i baluardi (Brodeur, Stevens e Niedermayer) erano stati selezionati come titolari per l'All-Star Game; inoltre, Brodeur, in virtù dei 10 shutout, era stato additato come probabile vincitore dell'Hart Trophy, il premio destinato all'MVP. Tuttavia, il nuovo anno è iniziato nel peggiore dei modi: Stevens è stato messo fuori gioco da una commozione cerebrale, causata da alcuni scontri violenti, da cui non si è ancora ripreso completamente; in questo 2004, il Capitano non ha praticamente mai giocato e la sua assenza si è fatta sentire non solo a livello tecnico, ma anche a livello mentale: le doti carismatiche e di leadership di Stevens, infatti, sono rinomate almeno quanto la durezza delle sue cariche. Stevens aveva stabilito un record NHL, quando nel novembre scorso, aveva disputato la 1616esima partita in carriera, numero mai totalizzato da un difensore, e visto l'andamento della stagione, poteva essere un candidato anche al Norris Trophy, unico premio assente nella sua bacheca. Purtroppo, la commozione cerebrale ha fermato la stagione del Capitano, che probabilmente potrà rientrare solamente all’inizio dei playoff. Sfortunatamente, la difesa è stata colpita da un'altra tegola, vale a dire l'assenza forzata di Bryan Rafalski, che il 28 febbraio contro Toronto aveva subito un leggero infortunio al ginocchio; la situazione, tuttavia, è peggiorata sensibilmente qualche settimana dopo contro Philadelphia, tanto che Rafalski difficilmente potrà rientrare prima della fine della regular season. Ovviamente, la mancanza di queste due pedine (oltre che un leggero calo di rendimento da parte di Brodeur) hanno causato un calo da parte dei Devils, che ormai hanno lasciato il titolo divisionale in mano ai Flyers; le due sconfitte piuttosto nette contro Philadelphia nelle settimane scorse sono l'esempio lampante dell'attuale superiorità dei grandi rivali. Un'altra chiave delle momentanee difficoltà dei Devils va trovata nello sterile attacco, che sta trovando gol e punti da troppi pochi uomini: la linea di Patrik Elias (34 gol e 32 assist), Scott Gomez (10+47) è l'unica che riesce a segnare con regolarità, mentre le altre stanno contribuendo in maniera davvero limitata; le 2.55 reti di media per partita valgono appena il 17esimo posto nella NHL. Significativo è il fatto che tra i migliori cinque marcatori di New Jersey ci siano anche Niedermayer e Rafalski. Il GM Lou Lamoriello ha comunque intuito questa difficoltà, completando due importanti scambi, prima della trading dead line: cedendo Christian Berglund e Victor Uchevatov a Florida e Mike Rupp a Phoenix, i Devils hanno acquisito Viktor Kozlov e Jan Hrdina, due giocatori che sicuramente aumenteranno l'apporto offensivo della squadra; tuttavia, sia Hrdina, sia Kozlov sono two-way players, cioè sanno dare il loro contributo anche in difesa, caratteristica sempre apprezzata da Pat Burns. Tra i tifosi di New Jersey è comparso un certo dispiacere per la partenza di Rupp, eroe di Gara 7 nella Stanley Cup, ma purtroppo quest'anno il giovane RW aveva totalizzato appena 11 punti. Come già detto in precedenza, i Devils hanno ormai consegnato il titolo divisionale a Philadelphia ed adesso dovranno concentrarsi per cercare di ottenere la migliore posizione possibile nel seeding dei playoff; ovviamente, non ci sono problemi per la qualificazione, tuttavia le teste di serie #6 oppure #7 non sono certo un buon presagio per la vittoria nella Stanley Cup. Importantissime saranno le due partite che New Jersey dovrà affrontare in questo weekend contro Montreal, una delle piacevoli sorprese di questa stagione ed in lotta per un buon piazzamento nel seeding della Eastern Conference. Ciononostante, i Devils, seppure con gli attuali problemi, non possono assolutamente essere messi in disparte: quando il gioco si fa duro (e nei playoff NHL, l'intensità aumenta vertiginosamente), New Jersey sale di livello, diventando un ostacolo impervio per chiunque; e poi, se Stevens e Rafalski dovessero essere a disposizione di Pat Burns per l'inizio della post-season, allora le quotazioni dei Devils crescerebbero ulteriormente, anche perché pochissime altre formazioni dispongono della stessa esperienza, della stessa cattiveria e dello stesso cinismo (elementi fondamentali per vincere) di New Jersey.
Stefano Quaino per Play.it USA
Max Giordan
Articolo di Andrea M. del 30/03/2004 delle ore 11:56
Jason Kidd è stato ufficialmente inserito in lista infortunati e le probabilità che rimanga fermo per il resto della regular season sono molto alte. Questa è l’ennesima tegola caduta sulla testa dei Nets versione 2003-2004. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, sarà molto difficile prevedere un lieto fine per questa sfortunata stagione dell’ormai rinomata franchigia del New Jersey. A East Rutherford è da inizio stagione che le cose vanno di male in peggio: novembre è stato forse il mese peggiore, caratterizzato da settimane di continuo in & out dall’infermeria, culminato poi nella drammatica uscita di scena di Alonzo Mourning. Dicembre è stato il mese della guerra fredda tra Scott e i giocatori, Kidd e Martin in particolare, e gennaio ha dato l’addio a Byron Scott.
Giusto il tempo di godersi i nuovi Nets targati Lawrence Frank che le gambe delle stelle iniziano letteralmente a tremare. La contusione al ginocchio di Kidd, che lo aveva costretto in borghese durante la prima settimana di marzo, probabilmente è stata sottovalutata. Kidd torna in campo per consegnare 13 assistenze contro Denver (W 98-97) e registrare la tripla doppia dell’aggancio a Larry Bird con Chicago (W 88-76). Ecco il commento dell’ex California Golden Bear: “E’ un onore aver raggiunto in questa speciale classifica una leggenda come Larry Bird ed avvicinare nomi come Magic, Chamberlain e Robertson. Volete sapere se posso raggiungere gli altri tre? Dovrei rimanere trentenne ancora per un po’, e farmi installare un paio di gambe nuove". Se l’è tirata da solo: le gambe nuove non sono state consegnate e quelle vecchie, la sinistra in particolare, tornano a fare i capricci. Kidd gioca anche contro Miami, Sacramento e Detroit, ma si vede lontano un miglio che le sue transizioni sono tre volte più lente di quelle a cui ci aveva abituati. E così, proprio prima del derby con New York, Giasone è di nuovo costretto ad assistere i compagni dalla panchina, vedendoli naufragare realizzando la miseria di 65 punti. Nell’impegno domenicale con Dallas, New Jersey si comporta decisamente meglio, con un improvvisa e collettiva prova di carattere che però non basta ad evitare la terza sconfitta consecutiva. E nel frattempo arriva il responso della risonanza magnetica: le uniche certezze sono l’assenza di lacerazioni e fratture, e l’integrità dei legamenti. Per il resto si continua a parlare di una contusione dell’osso che dovrà essere valutata da più di un medico. Il primo verdetto dello staff dei Nets invece vuole il playmaker a riposo fino alla fine della stagione regolare, e forse anche per la prima serie di playoff. Kidd, in un primo momento d’accordo con questa scelta, adesso sembra ritrattare: “Fa male, non riesco a correre. E’ evidente che devo riposare il più a lungo possibile. Ma se avvertirò anche un solo lieve miglioramento giocherò i playoff. Voglio mantenermi in forma ed essere pronto”. La parola d’ordine, quindi, è ottimismo. Ad oggi i Nets, leaders dell’Atlantic e automaticamente al secondo posto nella Eastern, hanno otto lunghezze sulla seconda (Miami). E’ evidente che lo staff tecnico è convinto di riuscire a mantenere tale questo vantaggio, anche senza il miglior giocatore. Si vocifera e sussurra anche della possibilità di un intervento chirurgico quale metodo migliore e più veloce per guarire il ginocchio malandato. Ma Kidd non vuole sentire ragioni: se dovrà andare sotto i ferri, lo farà solo a stagione finita, o forse addirittura dopo l’estate, anche perché, ad agosto, ci sarebbe un piccolo impegno chiamato “Olimpiadi”. Si stanno praticamente convincendo tutti che vincere senza il capitano è possibile. Ma come la mettiamo se ai box si ferma anche Kenyon Martin? L’infiammazione ai tendini del ginocchio si è riacutizzata e K-Mart ha fatto da spettatore durante le ultime due recenti sconfitte. Il fresco All Star dice che grazie al riposo e alla borsa del ghiaccio le condizioni stanno notevolmente migliorando. Da vero duro, anche lui, sostiene di non voler saltare troppe partite e, in accordo con i tecnici ed i medici la sua situazione sarà valutata giorno per giorno, così come la possibilità di schierarlo in campo nelle gare più difficili. Va bene essere ottimisti ma, delle restanti tredici gare di stagione regolare, qualcuna sarebbe meglio vincerla, e la presenza del miglior rimbalzista e stoppatore può fare solo bene. Martin, nell’ultima settimana, ha ceduto il titolo di miglior realizzatore della squadra a Richard Jefferson. RJ ha superato quota venti punti realizzati in nove delle ultime dieci partite e la sua media attuale è di 18 ppg tondi tondi. Il bruco, già superata la metamorfosi in crisalide durante la scorsa stagione, si è definitivamente trasformato in farfalla volando alla conquista del ruolo di leader ad interim. Richard Jefferson è definitivamente diventato il perno dell’attacco, con o senza Kidd. Si prende più o meno lo stesso numero di tiri di Kenyon Martin, ma i possessi e le iniziative sono molti di più, e lo testimonia il fatto che Jefferson è il Net che va più spesso in lunetta. Il segreto del suo successo, tralasciando per un attimo il valore aggiunto che si ottiene giocando con un creativo come Kidd, sta nelle sue incredibili capacità atletiche che gli permettono di reggere i ritmi della velocissima transizione dei Nets e di esplodere verticalmente segnando canestri in aree coperte da giocatori ben più alti di lui. La capacità di difendere sia sulle guardie che sulle ali, un buon tiro in sospensione dai cinque metri, un più che discreto primo passo e un terzo tempo che gli permette senza difficoltà di coprire distanze da triplista dell’atletica leggera, completano il profilo tecnico/atletico di questo giocatore. Qualcuno sostiene che questo ragazzo è il miglior atleta che i Nets hanno mai avuto dai tempi di Julius Erving. Forse il paragone è un po’ troppo azzardato, ma il mix di forza, velocità ed elevazione a disposizione di questo ragazzo, lo mette una buona spanna al di sopra della media NBA. Siccome i campioni non diventano tali solo grazie alle loro doti tecniche, sarebbe opportuno parlare delle qualità caratteriali. La personalità e l’ ego abbastanza smisurato erano già emersi durante la stagione da rookie. Jefferson si è subito adattato all’ambiente dei professionisti, dimostrando immediatamente la grinta ed il coraggio necessari per prendere iniziative in momenti delicati e per difendere forte su giocatori più accreditati. Anche la lingua è sempre stata lunga: convintissimo dei mezzi propri e della squadra, non ha mai lesinato affermazioni pesanti ed irriverenti in conferenza stampa. E, fin’ora, è quasi sempre riuscito a sostenere le sue tesi sul campo, con i fatti. Dopo la pesante sconfitta con Detroit del 18 marzo si è permesso questa affermazione: “Hanno vinto ma non sono più forti di noi. Si sono lamentati per il fallo tattico speso per arrivare a 70 punti? Hanno tenuto in campo tutto il tempo il loro miglior giocatore: se anche noi avessimo fatto la stessa cosa, avremmo superato facilmente i 70 punti……”. Ha poi accennato all’assenza contemporanea di Kidd e Martin: ”Niente di grave, tutti gli altri dovranno prendersi maggiori responsabilità”. Detto e fatto. Jefferson ne ha messi 25 contro New York, 22 con Dallas e, nell’ultima vittoria sui Bulls (84-81) ne ha realizzati 20. Proprio dalla gara con Chicago emerge nettamente l’intelligenza tattica del giocatore da Arizona. I Bulls, che hanno capito perfettamente da quale punto dell’attacco di New Jersey potevano arrivare i maggiori pericoli, hanno tentato di limitare Jefferson raddoppiandolo costantemente. RJ, in perfetto stile Paul Pierce, si è subito dato da fare per leggere la difesa e distribuire la bellezza di 8 assists. Se contiamo anche i 10 rimbalzi catturati, abbiamo la descrizione di un ragazzo che si è messo la squadra sulle spalle, portandola ad un’importante vittoria. A questo punto della sua carriera, si può affermare che Jefferson è diventato un giocatore padrone dei propri mezzi, capace di condizionare una gara senza limitarsi a prendere quello che la difesa gli concede. L’occasione per dimostrare quanto appena detto è l’immediato futuro, dove i Nets continueranno a giocare senza Kidd e Martin. Sempre a proposito dell’assenza del capitano, Thorn ha appena concesso un contratto di dieci giorni a quell’Anthony Goldwire visto anche sui parquet di Bologna, sponda Fortitudo. Sinceramente questa mossa non è molto ben decifrabile. D’accordo che Davis è in lista infortunati ma, probabilmente, Thorn si è perso le ultime partite. Non si è accorto che il portatore di palla, supportato da Kittles, è Lucious Harris e che in panchina a giocare a briscola c’è Planinic? In ogni caso, se Jefferson sarà supportato dagli ottimi Kittles e Harris visti in questo inizio settimana, New Jersey potrà sperare in qualche altra preziosa vittoria e ritrovare morale. Altrimenti non resta che attendere con impazienza il ritorno delle altre due stelle.
Non stiamo più parlando della terza opzione tra le scelte offensive dei Nets. Non stiamo nemmeno parlando del bravo ventitreenne che fa il suo bel compitino e ogni tanto esplode con prestazioni al di sopra della media.
Andrea M.
Articolo di Andrea Delbuono del 30/03/2004 delle ore 11:55
“Ho solamente salutato la squadra” dice Isiah Thomas all’uscita dagli spogliatoi dopo la vittoria contro Washington al supplementare e dopo aver tenuto a rapporto il team per mezz’ora. Ma il naso di Zeke cresceva a dismisura mentre dalla sua bocca usciva la frase di cui sopra. Anfernee Hardaway, invece, ammette: “Era veramente furioso. Ha capito che è stata una brutta vittoria ed è inaccettabile soffrire così tanto contro una squadra senza speranze di playoffs”. Le parole di Penny valgono più di mille pixel sprecati per spiegare la situazione di quel dopo partita, ma pure dell’attuale periodo dei Knicks.
Come detto dal giocatore, è inaccettabile una cosa del genere, soprattutto se si sta lottando per la post season e ci saranno, da qua alla fine, tanti scontri diretti e dunque non sono ammessi tentennamenti contro squadre che ormai non hanno niente da chiedere al resto della stagione. La vittoria incriminata contro i Wizards (114-110) ha inaugurato la solita settimana piena di contraddizioni tecniche in casa bluarancio, culminata con un infortunio a Tim Thomas che lo terrà lontano da parquet per almeno dieci giorni e di cui parleremo in seguito. Il match contro la squadra della Capitale è stata, pertanto, oltremodo sofferta e bisogna ringraziare proprio Tim Thomas se alla fine è arrivata la W nel tabellino: 32 punti, di cui 10 nell’overtime ed un 6/6 dalla linea dei liberi negli ultimi 18 secondi. Altra grossa fetta di merito per la vittoria va a Nazr Mohammed, abile a forzare il supplementare con un tap-in su errore di Stephon Marbury proprio allo scadere dei regolamentari. Il GM omonimo del giocatore, come detto, passa 30 minuti nella locker room del Garden inveendo contro il team, arrivando quindi alla multa della Lega per aver violato la norma secondo la quale i media possono entrare in spogliatoio dopo 10 minuti dalla fine dell’incontro. Allan Houston, come se non bastasse, gioca sono nove minuti per una botta al solito ginocchio, già malconcio di suo. La successiva gara vede i cugini Nets attraversare il fiume Hudson per recarsi al Garden senza Jason Kidd e Kenyon Martin: i Knicks, ancora privi di Houston, si impongono 79-65 senza fatica. Male al tiro entrambi i team, ma New York approfitta dell’assenza di Martin segnando da sotto 44 punti e vincendo a rimbalzo 54-37 con ben 20 rimbalzi offensivi. I Knickerbockers volano quindi a Chicago ed i Bulls vincono 81-87. E’ la partita in cui Tim Thomas si stira il linguine dopo otto minuti ed altrettanti punti. Aggiunta a quella di Houston, questa assenza è ovviamente fatale. Marbury, tra l’altro, ha un fastidio alla schiena e fa 4/18 dal campo. Male un po’ tutti eccetto Kurt Thomas (8/10 al tiro) e Vin Baker (11 punti più 9 rimbalzi dalla panchina). Chicago pare sempre in controllo del match, ma gli ospiti si fanno sotto fino all’81-83 a 26 secondi dalla fine, quando Thomas sbaglia un jumper ma New York non fa fallo perché Shandon Anderson non sente il suo coach che invece gli ordina di commetterlo. Ennesimo tragicomico siparietto stagionale che costa l’ennesima gara, con il giocatore che si trincea dietro un laconico “no comment” a fine gara. Nonostante la sconfitta, i Knicks restano al settimo posto della Eastern Conference, ma a solo una gara e mezza dal nono posto. A dodici partite dal termine, questa settimana ci saranno tre partite su quattro in casa che dovranno essere vinte perché il calendario imporrà poi sei trasferte nelle ultime dieci gare stagionali, quasi tutti scontri diretti, o quasi. L’assenza di Tim Thomas potrebbe però rivelarsi determinante ed un ostacolo insormontabile nella corsa playoffs. Ultimamente l’ex-Bucks sta dominando le gare sia offensivamente che difensivamente e la contemporanea assenza di Houston pesa così ancora di più del normale. Il capitano prova ogni giorno a scendere in campo, non andando però oltre al riscaldamento prepartita o addirittura oltre alla sessione di tiro mattutina. Non dimentichiamoci comunque anche della mancanza di Dikembe Mutombo: dopo l’operazione ad un muscolo addominale, sta lavorando in piscina per la riabilitazione, ma il suo rientro è ancora avvolto dal mistero. New York non è la sola squadra NBA che ha sofferto (o sta soffrendo) di troppi infortuni: un ridimensionamento del calendario, magari scendendo ad una sessantina di gare stagionali invece che delle odierne 82 dovrebbe essere preso in considerazione dal commissioner David Stern.
Andrea Delbuono
Articolo di Andrea Delbuono del 15/03/2004 delle ore 13:17
Isiah Thomas ha aggiunto un altro pezzo al suo mosaico-Knickerbockers: Vin Baker, ossia l’ennesima manovra di New York per trovare un pericolo in post basso. Per il giocatore, invece, si tratta di un nuovo tentativo di redenzione da quel tetro male che si chiama alcolismo. Baker, tagliato dai Boston Celtics per violazione del programma anti-alcol dopo essersi presentato al training camp tirato a lucido e dopo un inizio di stagione più che incoraggiante, era entrato nuovamente nel tunnel della bottiglia ed Isaiah Thomas ha deciso di dargli un’altra possibilità. Non è un caso, come abbiamo ricordato in precedenti report, che Thomas abbia prima cercato e poi firmato Baker: il GM dei Knicks ha già perso un fratello per lo stesso problema dell’ex-Buck ed è particolarmente sensibile a queste situazioni.
Per Vin si tratta molto probabilmente dell’ultima occasione per tornare sulla retta via, prima come uomo che non come giocatore: “Dio mi ha dato un’altra possibilità. Non solo l’ultima chance per giocare a basket, ma per essere una persona normale. Sto provando a non commettere gli stessi errori fatti in passato e so che sarà dura. Lavorerò duro tutti i giorni per far felici la mia famiglia, i miei compagni di squadra ed i miei nuovi tifosi. Sono grato di essere qui”. Sul piano tecnico, ovviamente Baker non è più l’All-Star dei tempi di Milwaukee, ma comunque resta un elemento prezioso uscendo dalla panchina, soprattutto in fase offensiva e, come detto, in post basso, dove i punti latitano cronicamente in casa Knicks da anni. Passando alle ultime gare, analizziamole brevemente per poi affrontare un discorso più generale in prospettiva futura. C’eravamo lasciati con New York reduce da sei sconfitte consecutive. Ebbene, il trend negativo termina al ritorno al Garden: 88-77 contro i Philadelphia 76ers. Stephon Marbury fa la voce grossa con 36 punti, 10 assists e 6 rimbalzi, ma pure Tim Thomas e Nazr Mohammed non sono da meno sfornando due doppie doppie in realizzazioni e carambole catturate: 16 più 12 il primo, 12 e 15 il secondo. Proprio Thomas si rende protagonista di una giocata che al Garden non si vedeva da una vita, ovvero una schiacciata mostruosa in testa al centro Dalembert: Knicks sotto di tre a sei minuti dalla sirena, Tim ruba palla e la cede a Starbury, si invola nella corsia di destra reclamando la spicchia appena entrato nell’area avversaria. Il Playmaker bluarancio gliela recapita al bacio, terzo tempo di Thomas che decolla schiacciando e subendo pure fallo. Il pubblico impazzisce, Marbury scuote la testa incredulo e da lì New York piazza l’allungo decisivo. Thomas alla fine si porta a casa la palla della sua prima vittoria da Knickerbockers partendo da titolare. Assente Dikembe Mutombo per un’operazione ad un muscolo addominale, resterà fuori preventivamente per due o tre settimane. La successiva gara è a Toronto ed i Knicks si impongono 109-103 con un grande Mohammed: 20 punti e 18 rimbalzi. Evidentemente il nuovo centro è galvanizzato dal suo inserimento nello starting five e sta viaggiando a 13.2 punti e 11.6 rimbalzi. Si arriva così ad una striscia positiva di tre vittorie dopo essere andati a dominare in quel di Washington: 99-86. Marbury viaggia ancora a cifre sensazionali (24 punti, 13 rimbalzi e 5 palle rubate) e si rivede pure Allan Houston con 23 punti, ma la sorpresa della gara è Mike Sweetney: 10 punti e 7 rimbalzi in 23 minuti uscendo dalla panchina. Dove sta la sorpresa? I 7 rimbalzi sono tutti offensivi. Il ritorno nella Grande Mela è però traumatico: sconfitta 84-87 contro i rilanciati Boston Celtics. New York è sotto di uno a 18 secondi dal termine, Marbury sbaglia la bomba della vittoria e Ricky Davis chiude la pratica dai liberi. Si va poi a Philadelphia e, dopo tanti errori, un po’ di sfortuna e due supplementari, la squadra di Lenny Wilkens capitola 94-99. I Knicks sono avanti 76-62 a nove minuti dallo scadere dei tempi regolamentari, ma i Sixers recuperano e Kenny Thomas segna la bomba del pareggio sulla sirena. Poi è ancora il Thomas dei locali a ripareggiare al termine del primo OT. Nel secondo extratime Phila la spunta. Knicks privi di Tim Thomas (che sta tirando con il 55% dal campo nelle ultime quattro gare) dopo pochi minuti per problemi di stomaco, mentre fa il suo esordio Baker: 14 minuti, 2 punti e 2 rimbalzi. Venendo alla situazione in classifica, resta la grande ammucchiata per gli ultimi posti utili per la post season: passare dal sesto all’undicesimo posto è un attimo. Basta una serie di due vittorie e magari risultati favorevoli su altri campi per scalare la classifica, ma pure per sprofondare fuori dalle prime otto in caso di debacle. Quel che è certo è che oggi come oggi New York è un team sgangherato che, per come sta giocando (non giudicando quindi sul potenziale), si merita questo limbo, non essendo in grado di confermare i progressi che magari si vedono in una gara in quella successiva. Il tutto senza contare la netta inferiorità mostrata contro i team dell’ovest, ma questa non è una novità per praticamente tutto l’est. Un calendario favorevole da qui alla fine della stagione consente di essere ottimisti sull’approdo ai playoffs, ma francamente l’alternanza di risultati è in fin dei conti comprensibile se consideriamo che, del roster di inizio stagione, sono solo cinque i giocatori superstiti, senza considerare il campo di guida tecnica e manageriale. L’amalgama, dunque, non può essere fisiologicamente ad un accettabile livello e non ci pare quindi giusto gettare la croce sui nuovi arrivati, rimpiangendo magari Keith Van Horn. Ci sentiamo invece di dire che i nuovi Knickerbockers di Isaiah Thomas si potranno vedere davvero dalla prossima stagione, magari con l’inserimento di qualche nuovo giocatore in estate.
Ancora buono Sweetney con 7 punti e 10 rimbalzi in 9 minuti. Nonostante la statura bassa per essere un’ala forte, l’ex-Georgetown si sta dimostrando un rimbalzista offensivo di primo livello.
Andrea Delbuono
Articolo di Andrea M. del 15/03/2004 delle ore 13:15
I New Jersey Nets hanno terminato la loro trasferta ad ovest e tornano a East Rutherford con un discreto bilancio di due vittorie (95-91 vs Denver e 78-74 vs Golden State) e due sconfitte (87-74 vs Phoenix e 94-88 vs Lakers) per un complessivo record di 38-24. E dopo lo scintillante (e poco impegnativo) inizio di carriera di Frank sono arrivati i primi ostacoli, e le valutazioni sono obbligatorie.
Promossi Il giovanotto del New Jersey va sicuramente registrato nella colonna promossi per come si è comportato proprio nelle ultime gare. Senza Jason Kidd, costretto alla giacca e cravatta a causa di un fastidioso dolore al ginocchio, Frank (eletto miglior allenatore del mese) ha macinato chilometri sbracciandosi davanti alla panchina, distribuendo indicazioni a destra e a manca. Ha avuto il coraggio di rinunciare alla Princeton alternando giochi per liberare al tiro Kittles, pick and roll a favore di Jefferson e isolamenti per Martin in post basso. Ha incitato i suoi a stringere i denti in difesa riuscendo a trasformare una pessima prestazione contro i Warriors in una importante vittoria. Infine, il piccolo coach, si è giocato tutte le carte possibili per tentare di limitare O’Neal nell’ultima sconfitta contro L.A. Single coverage con Collins, raddoppi, zona e fallo sistematico. Il quinto fallo prematuro del Gemello e la buona serata di Shaq ai liberi non gli hanno permesso di sperare fino alla fine in una vittoria. D’altra parte non è mica colpa sua se il numero cinque sta a guardare e dalla panchina escono Armstrong, che non ne mette una, e Scalabrine, che ha volontà da vendere ma poco atletismo. Ha iniziativa, difende forte, non ha nessun problema ad attaccare la difesa schierata e ormai è definitivamente l’uomo del tiro allo scadere dei 24 secondi. I maligni che lo volevano solo capace di volare a raccogliere i passaggi di Kidd, sono stati definitivamente smentiti. Senza Giasone e con Martin altalenante, la squadra è nelle sue mani. L’ultimo della lista, per una volta dalla parte dei buoni, è Kerry Kittles. Nonostante il suo atteggiamento in campo sia sempre indecifrabile, trascina i Nets alla vittoria contro Denver, scrivendo a referto 34 punti e, con altri 19, è uno degli ultimi a mollare allo Staples Center. I quasi 15 punti di media sarebbero anche accettabili; il problema è che li ha portati a casa con una misera percentuale al tiro pari al 38%. La tendinite può rappresentare un alibi ma se K-Mart ha trovato la forza per scivolare in difesa e saltare a rimbalzo, avrebbe potuto trovarla anche per attaccare il canestro. Invece è sembrato pigro e svogliato. Ha giocato pochissimi uno contro uno, presi tra l’altro con poca cattiveria e decisione, e si è concesso tanti, forse troppi, tiri dai cinque metri. E’ anche vero che ultimamente ci ha abituati troppo bene, ma da colui che ormai è un All Star a tutti gli effetti è lecito aspettarsi sempre grandi prestazioni. Problemi anche per Lucious Harris, che sta facendo davvero fatica a tornare su buoni livelli. Nelle ultime stagioni era la rappresentazione del sesto uomo che, nel suo piccolo, entrava lasciando immediatamente il segno. Con l’assenza di Kidd è stato impiegato da point guard, un ruolo che decisamente non è il suo, limitandosi a “portare su” la palla e far giocare gli altri. Si è concesso pochi tiri, con bassissime percentuali e non è mai riuscito a guidare i Nets in transizione, dovendo affrontare di conseguenza, problemi più seri attaccando la difesa schierata. In questa sezione, con un concorso di colpa, e non strettamente legato al rendimento dell’ultima decade, va inserito anche Jason Collins. La sua difesa in post basso e la sua capacità di piazzare fantastici blocchi a favore dei compagni non sono minimamente in discussione, il ragazzo se la cava in maniera più che dignitosa. Probabilmente The Twin sarà destinato ad una carriera da gregario, sacrificato a creare gioco e spazi per i compagni, ma considerando che ha solo 25 anni e un discreto talento forse sarebbe il caso di renderlo più pericoloso in attacco perché il contributo di sei punti scarsi a partita è effettivamente poca cosa. Ed ecco che subentra il concorso di colpe: perché nessuno dei suoi allenatori, da quando è diventato professionista, si è mai preso la briga di migliorare il suo tiro frontale e di insegnargli qualche movimento sotto canestro? Se la risposta ha a che fare con la presenza di McCullogh e i disastrosi progetti Mutombo e Mourning allora è tempo di chiamare in causa l’ex Executive of the Year: Rod Thorn. I Nets adesso devono lottare contro il tempo, perché Kidd e Martin dovranno rimettersi in forma il più velocemente possibile e a Frank rimangono a disposizione solo 20 partite per prepararsi al meglio a gestire il clima infuocato dei playoff.
Lawrence Frank, che di mestiere potrebbe anche fare il “ragazzo immagine”, tante sono le inquadrature che, a volte inutilmente, le telecamere di tutte le televisioni nazionali gli regalano, in realtà fa il capo allenatore e, viste le ultime prestazioni, lo fa anche discretamente bene.
Richard Jefferson, per come sta giocando, non sembra nemmeno un terzo anno pescato col numero 13 al draft del 2001. Nelle ultime tre gare ha tenuto una media di 23 punti, mancando per soli tre assists una tripla doppia contro i Lakers.
La scelta dei suoi tiri è sempre discutibile ma sembra aver finalmente capito che, se una delle stelle è in serata no, qualche responsabilità deve prendersela anche lui.
Rimandati
Sembra strano dover inserire in questa categoria il miglior giocatore del mese di febbraio, ma Grand Kenyon negli ultimi dieci giorni non è stato all’altezza del premio riconosciutogli. Sarà la nostalgia dei (pochi) tifosi delle Meadowlands ma sta di fatto che Martin ad ovest è stato un po’ latitante. Eccellente a rimbalzo (sopra gli 11 di media nelle ultime quattro gare) e invalicabile in difesa (quando ha saputo gestirsi i falli) ha invece deluso in attacco.
Da rivedere nel suo ruolo abituale, con un pizzico di convinzione in più.
Bocciati
Restando in tema di percentuali di tiro, anche quelle di Rogers sono piuttosto basse, in particolare quelle da tre punti. L’ex Celtic, che ha sempre avuto una buona predisposizione e passione per il tiro dalla lunga distanza, in questo 2004 sta letteralmente litigando col canestro. Il suo 25% è il minimo di carriera e, se non fosse per l'ingombrante presenza difensiva, nel New Jersey qualcuno potrebbe iniziare a sentire la mancanza di Keith Van Horn.
Brown dalla Summer League, i contratti a gettone di Pack e Davis, Armstrong e Slay a fare muffa in panca o in & out dalla lista infortunati, i due già citati centri di Georgetown e, ciliegina sulla torta, la tristissima e grottesca vicenda Griffin sono tutte situazioni che andavano gestite sicuramente meglio.
Andrea M.
Articolo di Andrea Delbuono del 8/03/2004 delle ore 13:20
Otto sconfitte nelle ultime dieci gare disputate. Serie negativa aperta giunta a sei. Ecco snocciolati i recenti numeri dei Knicks. Motivi? Calendario non proprio favorevole e mancanza di un pericolo costante dal perimetro, garantito da Allan Houston e Keith Van Horn l’altro ieri, da Van Horn ieri, da nessuno oggi. E domani? Si spera nel ritorno a tempo pieno del capitano.
Come la settimana scorsa, dunque, tutto ruota intorno al rientro di H20, dal momento che Tim Thomas si sta lentamente inserendo negli schemi di coach Lenny Wilkens e le sue prestazioni stanno salendo di grado con il passare delle gare. Questa settimana nera inizia contro una delle corazzate NBA: i Sacramento Kings. Nazr Mohammed parte titolare per la prima volta da quando è in bluarancio e Dikembe Mutombo non la prende bene, non commentando comunque nel dopo partita. Stephon Marbury, però, avalla la decisione del suo coach: “Ci sono delle differenze quando Nazr è dentro: è più atletico e può uscire dal perimetro e quando giochi contro Vlade Divac è una cosa importantissima saper stare fuori dall’area pitturata e cambiare costantemente ad ogni pick-and-roll. Deke è più stoppatore, ma pure più lento”. Starbury non ha certo scoperto l’acqua calda, ma ai Knicks non basta inserire nello starting five il nuovo arrivato. New York va anche avanti 74-66 nel terzo quarto ma i Kings vincono nell’ultima frazione grazie alle prodezze di Mike Bibby e Peja Stoiakovic ed ai troppi errori degli ospiti, nonostante il season high di Tim Thomas (33 punti). Bene Mike Sweetney: 14 minuti per 8 punti e 4 rimbalzi, in una settimana in cui è quasi sempre preferito ad Othella Harrington come power forward di riserva, fino alla promozione da titolare di domenica, ma di questo parleremo più avanti. Andamento diverso invece per la successiva partita a Phoenix, ma con risultato finale identico: sconfitta per 95-113. Come ammette alla fine Wilkens, i Suns hanno distrutto i Knicks a rimbalzo: il computo finale parla chiaro, 58-27 per i locali. L’infortunio a Thomas regala minuti a DerMarr Johnson che chiude con 16 punti. Il resto, purtroppo, non è degno di nota. Sono poi i Los Angeles Clippers ad infliggere la terza sconfitta consecutiva ai Knicks in questo viaggio ad ovest: 94-96 il finale grazie al canestro decisivo di Bobby Simmons. Problemi di falli di Kurt Thomas, la solita imprecisione nel tiro da tre (2/11) e gli ultimi 7 minuti senza segnare sono le cause di una sconfitta che arriva più per demerito di New York che non per meriti degli avversari. La ciliegina sulla torta è del Thomas più grosso, che sbaglia gli ultimi due tiri, di cui il secondo quello del possibile pareggio, con due airball dalla media distanza. Fortunatamente il viaggio ad occidente si chiude domenica, dopo la sesta sconfitta consecutiva: 96-107 per i Denver Nuggets. Per il rookie da Georgetown si tratta della prima volta da starter nella sua carriera da professionista, ma dopo 3 minuti è già costretto ad accomodarsi in panchina con sul groppone due falli. Giocherà in totale 9 minuti, collezionando 4 falli e tutti zeri nelle altre categorie statistiche. La sconfitta, però, non passa solamente per la pessima prova di Swetney, ma soprattutto per la pessima difesa di squadra e per le troppe palle perse: 27, di cui 17 nel primo tempo, in cui i Nuggets vanno avanti per poi allungare nella seconda parte fino anche al +18. A nulla serve il tanto sospirato ritorno di Houston per 25 minuti amministrati senza forzare e riprendere confidenza con l’arto infortunato. Marbury gioca forse la sua più brutta prestazione da quando è un knickerbocker: 5 punti e 9 turnovers. Si salva solo Dirty Kurty con 18 punti e 11 rimbalzi. In tutto questo dramma sportivo che si spera essere momentaneo, ovviamente la stampa newyorkese non ha mancato l’occasione per dire la sua: Tim Thomas è già diventato “Tiny Thomas”, mentre l’altro nuovo arrivato è Nazr “Key to the deal” Mohammed (quest’ultimo soprannome riferito al fatto che Isaiah Thomas ha recentemente dichiarato che non avrebbe scambiato Van Horn alla pari con Thomas se non fosse stato inserito Mohammed nella trattativa). Al di là della simpatia della stampa (a dire il vero un po’ troppo ironico/sarcastica) che strappa comunque un sorriso, non ci pare giusto etichettare già ora come uno sbaglio lo scambio-Van Horn; ci sarà tempo per tirare le somme, minimo a fine stagione se non oltre. Dal canto nostro, ripetiamo che la trade ci stava tutta e si potranno tracciare i primi giudizi sulla bontà della stessa quando Houston tornerà a pieno regime. Dando uno sguardo alla classifica, New York, con un bilancio che dice 26-35, è ancora incredibilmente sesta nella griglia playoffs dell’est. Oggi, però, la corsa non si fa più su Milwaukee in quinta posizione, ma da Boston, nona ad una partita di distacco, fino a Philadelphia, undicesima ma con solo una partita e mezza di distacco. Molto importante, in quest’ottica, la gara di mercoledì proprio contro i Sixers al Garden, prima di altre due trasferte nel fine settimana in cui i Knicks saranno impegnati contro un’altra diretta concorrente come Toronto (settima ma a pari merito con i Knicks) e Washington. Ormai quasi in porto, intanto, il rinnovo contrattuale per Kurt Thomas: probabile la firma su un accordo di 4 anni per 30 milioni di dollari complessivi.
I Knicks se la giocano fino alla fine, ossia fino al 107-99 finale per i californiani padroni di casa.
New York, al contrario della gara giocata in California, va subito sotto per via della grande precisione al tiro degli avversari, che va a sommarsi ad un infortunio a Tim Thomas che costringe il giocatore ad abbandonare il parquet dopo un paio di minuti.
Wilkens schiera l’ennesima diversa front line, dopo i pochi rimbalzi a Phoenix e la poca intimidazione e velocità a Sacramento e Los Angeles: questa volta tocca a Kurt Thomas centro e Sweetney ala grande.
Andrea Delbuono


