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Lo strano equilibrio
Articolo di Max Giordan del 14/05/2004 delle ore 11:55

Due pari. I Nets monetizzano al massimo il vantaggio del fattore campo e impattano la serie. Fattore campo che vuole dire avere Beyoncè e Jay Z a bordo campo tra l’altro, mica cosa da ridere….

“At the 40/40 club, ESPN on the screen”. Ma lo spettacolo l’altra notte non era nel suo locale ma nel vicino New Jersey.

GIASONE, NON SEI PIU’ UNA TRAGEDIA
E’ noto come Jason Kidd fosse entrato di recente in uno slump dei livelli preoccupanti di un Derek Jeter. Ma in gara 4 è tornato a fare qualcosa il cui nome è stato spesso associato : tripla doppia. Le nude cifre arabe : 22 punti, 11 assist e 10 rimbalzi. La settima in carriera nei playoff.

Nella speciale classifica Magic Johnson è ancora lontano ma non il suo antico rivale Larry Bird. Kidd lo ha infatti raggiunto al quarto posto a quota 59. Il primo ? Dai, non scherziamo. Ovviamente Oscar Robertson (181), ragazzo dell’Indiana che un anno la tripla doppia la fece…di media in stagione !

BLOWOUT
Questa tra Nets e Pistons è una serie strana. Allora, Detroit stravince le prime due e poi ? Facile, è New Jersey che stravince le due successive. Eppure sono due squadre simili, con una grande difesa (certo più Detroit) e con gioco ragionato e ben distribuito in attacco.

Nella storia dei playoff NBA soltanto una serie tra gli stessi Pistons contro gli Atlanta Hawks nel 1999 ebbe le prime quattro partite con almeno 15 punti di scarto tra le squadre. Scordatevi le partite punto a punto. Vi ucciderà o la difesa dei Pistons o il contropiede dei Nets.

DURA LA VITA EH ?
Larry Brown ha detto precisamente che “qualsiasi persona avrebbe portato i Nets ai playoff dopo il lavoro del coach precedente”. Frank, ex volontario ad Indiana University per il santone Bob Knight, incassa e del resto poco altro può fare. La faccia e gli anni di esperienza non parlano a suo favore.

Ma nella polemica allenatori della NBA (si dice che fare oggi l’head coach nella Eastern sia più effimero dello) si inserisce anche Stan Van Gundy, coach di Miami ora impegnato in un bel 2-2 contro Indiana.

“Sono stanco di leggere tutte quelle storie che dicono che i coach NBA lavorino per 20 ore al giorno, che non sono mai in casa e credono che il loro sia il lavoro più duro del mondo. Se un coach NBA lavorasse dal vero 24 ore al giorno e per 52 settimane all’anno dovrebbe prendere più di 200 dollari all’ora”.

Che Van Gundy sia una lavoratore assiduo, non c’è dubbio. Qui però si riferisce più che altro a Lawrence Frank e a suo fratello Jeff, vero maniaco di ogni dettaglio che pure non può essere chiamato “tecnico”.

Per gara 5 si torna a Detroit venerdì notte. Si direbbe 3-2 Detroit, seguendo il vantaggio del campo. Ma questa è una serie strana, io vi ho avvertiti.

Max Giordan



Nets vs Pistons, un anno dopo
Articolo di Max Giordan del 14/05/2004 delle ore 11:52

Per il secondo anno consecutivo i Nets e i Pistons si ritrovano a lottare in una serie di playoffs. La passata stagione le due compagini si contesero la Finale di Conference e, come tutti sanno, furono Kidd e compagni ad avere la meglio con un eloquente 4-0.

A giudicare da ciò che si è potuto vedere nelle rispettive sfide di primo turno, pare evidente come New Jersey sia in uno stato di grazia e, seppur il grado di resistenza offerto dai Knicks non possa costituire un test del tutto affidabile per valutare le reali potenzialità della squadra, il gioco offerto dai giocatori di East Rutherford ha impressionato per facilità di esecuzione e atletismo: è il frutto di una pallacanestro spettacolare, efficace e pressoché identica a quella che aveva consentito a New Jersey di raggiungere per due annate di fila le Finali (entrambe perse).

Kenyon Martin in questo momento è una macchina creatrice di canestri, forza fisica e rimbalzi mentre Jasone, come al solito, dispensa assistenze in maniera eccelsa, con la consueta sublime visione di gioco degna del miglior play della Lega.

I tifosi di Detroit sanno d’altro canto di poter contare su una difesa aggressiva, un attacco concreto e… Rasheed Wallace! Sì, l’ex inquilino del Portland Asylum si è trasferito nel Michigan e si è subito integrato nel gruppo messo in piedi da Larry Brown. Da sempre campione a metà, un misto di classe cristallina e testa spesso vittima di blackout, Sheed forse ha trovato a Detroit il luogo da cui ripartire alla ricerca di gloria dopo le follie in casa Blazers.

L’altro Wallace, all’anagrafe Ben, continua a dominare in zona pitturata, catturando rimbalzi su rimbalzi partita dopo partita anche se chi scrive ricorda come anche il numero 3 dei Pistons abbia dovuto dare strada a The Diesel durante l’All Star Game di Los Angeles, questo per ripetere alla noia la triste novella del Gigante Shaq e di tutti quelli che, a turno, vengono spazzati via dalla forza fisica del futuro sceriffo della Città degli Angeli!

A proposito di storielle, in ogni favola che si rispetti non può mancare il principe e Detroit ne ha uno con i fiocchi: Tayshaun Prince. Il giocatore, rivelatosi al pubblico proprio nel corso dei playoffs 2003, è ormai una garanzia per coach Brown e i 24 punti messi a segno in Gara 5 contro i Bucks dimostrano come il ragazzo sia ormai un punto di appoggio importante nelle azioni di attacco.

Se parliamo reparto offensivo non possiamo poi non citare Hamilton il miglior marcatore del team (i dirigenti ancora ridono per aver rifilato Stackhouse a Washington in cambio dell’ex pupillo di sua maestà Michael Jordan).

I Pistons avranno quindi dalla loro il fattore campo anche se i Nets fanno paura a prescindere da dove si esibiscono, tra le mura amiche o lontano da casa.

Chi vincerà? Se proprio dovessi puntare qualche dollaro, darei la mia preferenza a Big Ben e soci, se non altro per la stima che provo per Larry Brown, un allenatore capace di tirare fuori il meglio dai giocatori (vedi Iverson e l’indimenticabile annata 200-2001) e dotato di grane professionalità, uno che il basket lo conosce davvero a fondo.

In regular season la serie si è chiusa in pareggio (2-2), adesso però bisogna vincere, New Jersey sa che la sfida sarà ben più impegnativa rispetto alla precedente con New York mentre Detroit avrà dimenticato i Bucks che non valgono di certo i Nets.

Stay tuned!


Felix per Play.it USA

Max Giordan



Nuovo record per Mike Piazza
Articolo di Max Giordan del 14/05/2004 delle ore 11:48

Come gli appassionati sapranno, Mike Piazza ha appena superato il record di Carlton Fisk di fuoricampo per un ricevitore, e non in un modo qualsiasi: l’home-run n. 352 è arrivato nel dodicesimo inning, permettendo ai suoi Mets di superare i Giants, oltretutto davanti al pubblico amico dello Shea Stadium.

Tracciare un parallelo tra Piazza e Fisk non è facile, poiché la carriera di Mike non è ancora finita, anche se probabilmente è nella fase “calante”. Di certo ci sono molte differenze tra i due, sia in attacco che in difesa.

Comunque vadano le prossime stagioni, Piazza è destinato ad un posto sicuro nella Hall of Fame, quasi certamente al primo ballottaggio, ed altrettanto certamente è (e sarà per un bel po’) il miglior ricevitore dal punto di vista offensivo.

Qualche statistica è più significativa di tante parole:
- dal suo debutto con i Dodgers nel 1993 fino al 2002 è stato ogni anno All-Star e Silver Slugger per la National League come ricevitore;
- ha sempre battuto con una media oltre .300 dal ’93 fino al 2001 senza mai subire più di 100 strikeout;
- dal ’93 al 2002 è andato sempre oltre 30 fuori campo (tranne il ’94 quando giocò solo 107 partite) e 92 punti battuti a casa.

Da ricordare inoltre che Piazza ha giocato quasi tutte le partite casalinghe in due stadi come il Dodger Stadium e Shea Stadium tendenzialmente favorevoli ai lanciatori più che ai battitori.

In pratica siamo di fronte ad uno degli slugger più continui dell’ultimo decennio, capace di sorreggere da solo o quasi un intero attacco come si è visto con i Mets degli ultimi anni, nei quali non disponeva certo di molti compagni in grado di supportarlo a dovere nel resto del lineup.

Carlton Fisk al contrario non si è mai avvicinato alle cifre di Piazza: solo due volte in carriera ha superato .300 di media e 100 RBI. Nelle annate a Boston dal ’72 all’80 era uno fra i tanti slugger (tanto per citare alcuni fra i compagni: Carl Yastrzemski, Jim Rice, Fred Lynn, Dwight Evans) ed anche ai Chicago White Sox (dall’81 al ’93) era dietro gente come Harold Baines, Frank Thomas, Robin Ventura. Eppure ha collezionato 11 presenza all’All Star Game (7 a Boston e 4 a Chicago) grazie alla sue capacità difensive, quelle che invece sono il punto debole di Mike Piazza.

Oltre al memorabile fuoricampo in gara 6 delle World Series del 1975, Fisk sarà ricordato anche per la sua personalità ed il carattere. Oltre al braccio ed ad all’intelligenza nel chiamare i lanci (non a caso fu lui a ricevere Tom Seaver nel 1985 in occasione della vittoria n.300), Fisk era tra i giocatori più tenaci in circolazione, leader indiscusso nella clubhouse; indossava la divisa in maniera per così dire originale (pantaloni corti e calzini in vista) ed era senza peli sulla lingua verso compagni, avversari e dirigenza.

Basti ricordare il divorzio dai Red Sox nel 1980, quando lui, nato e vissuto nel New England, firmò con Chicago come free agent dopo numerose dispute con la dirigenza.

E poi le ancora più violente diatribe con Jerry Reinsdorf (proprietario dei White Sox): la causa vinta da Fisk e altri giocatori nel 1986 per l’accordo di collusione tra i proprietari, i tentativi mai riusciti di farlo giocare come esterno, l’ostruzionismo della dirigenza a fine carriera, che lo tagliò appena raggiunse il record assoluto di partite ricevute in carriera (2226 per la cronaca).

Non a caso, alla cerimonia per il ritiro del numero da parte dei White Sox Fisk insistette perché non ci fosse Reinsdorf, e alla cerimonia per l’ingresso nella Hall of Fame si presentò con il berretto dei Red Sox….

Come si diceva, Piazza ha il proprio tallone d’Achille in difesa: concede tante basi rubate e non è certo tra i migliori nel chiamare i lanci. Eppure anche lui ha insistito per continuare a restare dietro al piatto, e solo ora, dopo il grave infortunio del 2003, sta iniziando a giocare periodicamente come prima base per le continue pressioni dello staff dei Mets (d’altra parte la tenacia è una tra le caratteristiche principali di qualsiasi catcher, a qualunque livello).

Le cifre di inizio stagione sono decisamente inferiori a quelle a cui aveva abituato compagni e tifosi, ma il megacontratto che lo lega ai Mets per altre due stagioni (30 milioni di dollari) lo rende praticamente incedibile. La dirigenza lo scambierebbe volentieri in questa fase di ricostruzione, ma prima del 2006 difficilmente lo vedremo con altre divise. Piazza resta sempre un ottimo giocatore in attacco, ma si sa che una volta iniziata la parabola discendente è difficile invertire l’andamento, specie in un ruolo così pesante dal punto di vista fisico e mentale.


Nicola Bonato per Play.it USA

Max Giordan



Fuori dal tunnel
Articolo di Andrea Delbuono del 14/05/2004 delle ore 11:45

I Knicks sono fuori dal tunnel, e non stiamo parlando del Lincoln tunnel attraversato per recarsi in New Jersey per le prime due gare della serie contro i Nets, ma quello figurativo di una crisi che durava da almeno due anni. Stagioni in cui New York è rimasta fuori dai playoffs, periodi fallimentari e confusi, un declino iniziato nel 1999 dopo una finale NBA persa.

L’arrivo di Scott Layden aveva fatto precipitare le cose, ma ora la luce è tornata ad intravedersi non solo per il fatto di essere approdati alla post season (anche se con un record perdente), ma perché Layden non c’è più e con lui i suoi tanti errori.

Inutile tornare a parlare del passato, che ormai pare quasi remoto: per questo, potete tranquillamente cliccare sui vecchi report.

Veniamo invece alla serie appena finita contro i Nets e soprattutto al futuro, che si presenta delicatissimo e che presuppone scelte dirigenziali oculate, oltre al solito pizzico di fortuna, perché i roster non si fanno con i desideri ma si è in due, o addirittura in tre o quattro, tra team, giocatori e procuratori.

Dicevamo della serie contro New Jersey. Un 4-0 che ammette poche repliche, almeno a leggerlo così, nudo e crudo. Ed invece…

… ed invece i Knicks si sono presentati all’appuntamento privi di Allan Houston, mentre i Nets hanno lavorato bene tramite i responsabili dell’ufficio stampa, facendoci credere che Jason Kidd e Kenyon Martin avessero problemi fisici. Niente di più falso, dal momento che i grilli saltano di meno.

Houston, seppur inserito nel roster attivo per non pentirsi magari dopo, ha malinconicamente seguito l’evolversi della serie seduto sulla sedia del dodicesimo uomo. La cartilagine del ginocchio è una brutta bestia da far ricrescere quando è consumata e, per favore, non stiamo qui a speculare sul “dottore” cinese che ha risistemato il ginocchio di Kidd, con la sola imposizione delle mani: il Mago Oronzo potrà pure servire (ma quando??? Ndr), ma non nel caso di un infortunio “vero” e bello grave.

Come se non bastasse, New York ha perso Tim Thomas già in gara-1: Jason Collins, con un intervento killer, lo ha steso mentre Tim era per aria lanciato verso il canestro con i Nets sul +20. Rovinosamente caduto di schiena sul parquet, Thomas ha lasciato l’impianto sulla barella di un’ambulanza, a faccia in giù e con tanto di spinale, lanciata a sirene spiegate verso la Grande Mela. C’è chi ha davvero temuto per il peggio, ma fortunatamente Thomas salterà “solo” la serie.

Persi 35 punti più svariati rimbalzi ed assists tra Houston e Thomas, oltre a diverse dimensioni di gioco tra tiro da fuori ed atletismo, i Knicks sono finiti per essere agnelli sacrificali alla mercee degli avversari e… degli arbitri. In una serie già sbilanciata, i grigi sono parsi più preoccupati ad impedire possibili ritorsioni knickebockersiane che non ad arbitrare il gioco vero e proprio, finendo per penalizzare oltremisura i newyorkesi.

Dopo che gara-1 non ha visto Stephon Marbury neppure una volta dalla lunetta, essendo uno che due o tre penetrazioni in una gara le fa, sono stati pazzeschi i tre falli offensivi iniziali di gara-2 fischiati in un manciata di minuti, due dei quali a Nazr Mohammed che lo hanno precocemente panchinato.

Nonostante tutto, i Knicks sono restati in partita per quasi tutto il primo tempo, grazie ovviamente a Starbury: puntualmente triplicato, dato che i Nets potevano tranquillamente “battezzare” uno scandaloso Shandon Anderson ed un ormai irriconoscibile Kurt Thomas, cuciva da solo gli strappi dei padroni di casa, ma naturalmente da soli non si può vincere.

Gara-3, tra una polemica e l’altra (arbitri, Tim Thomas e Kenyon Martin che, nonostante sul parquet non si siano incontrati, se le sono mandate a dire tramite mezzo stampa), è finita ben oltre ai 48 minuti di gioco. No, non ci sono stati i supplementari, ma un overtime sui tavoli della Lega, dato che i Knicks hanno fatto ricorso (puntualmente respinto) perché il cronometro si è fermato due volte negli ultimi 2 minuti.

In una di queste occasioni, Martin ha potuto sfruttare i secondi in più per portare a termine un gioco da tre punti che ha chiuso la gara più equilibrata della serie. Grida comunque vendetta l’11/22 dalla linea della carità messo insieme dai bluarancio.

In gara-4 uno stratosferico Martin da 36+13 ha messo le cose in chiaro. I 31 punti e 7 rimbalzi di Marbury (nonostante le marcature a cui era sottoposto) ed un Penny Hardaway che non si vedeva da un pezzo (17+6) non sono bastati e la serie per i Knicks è finita così.

Andando a parlare del futuro, quel che è certo è che Isaiah Thomas dovrà fare ancora meglio di quanto ha fatto fino ad ora, se possibile.

Le voci, come al solito in questi casi, sono numerose. Le più clamorose sono ovviamente Rasheed Wallace e Kobe Bryant… roba da fantabasket.
Non vediamo infatti il motivo per cui entrambi, in scadenza di contratto, dovrebbero rinunciare a tanti dollari per accasarsi nella Grande Mela per l’eccezione salariale.

Per Wallace le speranze erano tante, prima che finisse a Detroit: squadra competitiva e città che gli ha dato i natali… sulla sua sanità mentale si è sempre parlato più o meno ironicamente, ma è tanto pazzo fino a rinunciare a dei Pistons al top della Conference per dei Knicks "under costruction"?

Bryant ha lanciato l’ultimatum ai Lakers: o lui o Shaq, lo spogliatoio è troppo piccolo per entrambi. I giornali, naturalmente, hanno iniziato dunque a speculare pure su O’Neal ai Knicks. Lascio a voi lettori ed agli esperti di salary-cap ulteriori speculazioni su queste voci. Eccezione salariale o sign-and-trade con H20?

L’impressione è che Thomas lavorerà sul presente nucleo di giocatori, cercandone magari un paio con quei “pochi” dollari a disposizione ed un altro paio via scambi. Analizziamo dunque il roster e vediamo chi ad ottobre ci sarà ancora e chi invece sarà presumibilmente da un’altra parte.

Stephon Marbury – L’uomo franchigia. Finalmente arrivato a casa, niente e nessuno potrà spostarlo (giustamente) da qui. Certo, se ci fosse la possibilità di arrivare a Bryant sacrificando Steph, magari Zeke non se lo farà dire due volte, ma stiamo comunque parlando del giocatore più forte del mondo.

Noi, invece, che siamo dei sentimentali, ci teniamo stretto il numero 3 perché è troppo la favola del 2000, il ragazzo di Coney Island che torna a casa, lui, tifosissimo dei Knicks da sempre… ed onestamente poco interessa se è o no il playmaker più forte della Lega.

Certo, le pugnette mentali dei detrattori hanno oggi pure uno sweep da portare nella loro faretra a favore di Kidd. A nostro avviso, Steph ha tenuto botta contro i Nets nonostante la difesa pensasse solo a lui. Il confronto non regge: se ci fossero stati Houston e Thomas, se ne potrebbe discutere. Qui, invece, basterebbe invertire i due play ed il vincitore sarebbe stato chi aveva a fianco Martin e Jefferson. Basta?

Allan Houston – “Non posso prevedere il futuro ma credo che guarirò e tornerò quello di prima. Non ho dubbi in proposito e non sono preoccupato”. Così H20 nella sua ultima conferenza stampa. Noi invece di dubbi ne abbiamo parecchi.

Guarire a 33 anni e tornare nel mondo professionistico dopo un infortunio del genere non pare la cosa più facile di questo mondo. E’ qui che ruoterà la prossima stagione: se Allan sta bene, il ruolo è coperto in maniera più che salda. Se non è in grado di giocare, addio sogni di gloria. Di scambiarlo non se ne parla, visto come al solito il contrattone, anche se ovviamente si è speculato su una sign-and-trade per Bryant.

Knicks come al solito sfortunatissimi: sette anni a New York con una decina di gare saltate, mentre quest’anno, con il roster nuovamente competitivo… mazzata.

Tim Thomas – Dal suo arrivo ha letteralmente dominato alcune gare su ambedue i lati del campo, mentre in altre è latitato paurosamente, ma in queste ultime in difesa dava comunque tutto, con profitto. L’altalenanza ha dunque ricordato Keith Van Horn, difesa esclusa in cui lo sceicco bianco era sempre tra i M.I.A. (missing in action, ndr), ma personalmente ci teniamo il buon “Tiny” Tim con il suo atletismo e l’etichetta di incompiuto. Perché se esplode…

Penny Hardaway – L’impennata di rendimento nei playoffs ha fatto strabuzzare gli occhi. A dire il vero, in maglia Knicks ha sempre giocato più che discretamente. Se i guai fisici lo lasciano in pace, può garantire di essere un “role player” di tutto rispetto uscendo dalla panchina.
Su di lui pesa l’incognita dell’expansion draft dei Charlotte Bobcats: New York non può ovviamente proteggere tutti, quindi potrebbe essere assorbito dalla nuova franchigia.

Frank Williams – L’equivoco di Don Chaney (ma era equivoco solo per lui ndr) è finalmente esploso come su queste pagine ci siamo spesso augurati. Solidissimo il suo apporto per tutta la stagione, ottimo in post season, senza paura contro Kidd a suon di falli tecnici, per la serie “quando il gioco si fa duro…”. Come back up di Marbury potrebbe pure diventare un lusso ed ha dimostrato di giocargli benissimo accanto, con Steph in posizione di guardia alla Iverson.

Nazr Mohammed – Onesto come centro, è quel che passa il convento nella NBA del 2004. Può ancora crescere fino a garantire un 10+10 di media.

Mike Sweetney – Il safe-pick di Layden è stato una lieta sorpresa nel finale di stagione. Ha dimostrato di essere un rimbalzista offensivo di primo livello e, con il suo corpaccione a dispetto dei centimetri, potrà forse con l’esperienza dire la sua in post basso come al college.

Vin Baker – Se non “sbraca” per l’ennesima volta, potrà tranquillamente essere un sontuoso dalla panchina. Certo, come Penny, non sarà più un All-Star, ma va bene così.

DerMarr Johnson – Dopo aver rischiato la vita in un incidente stradale, si è gridato al miracolo quando è tornato ad essere un giocatore di basket. Zeke gli ha già detto di non pianificare viaggi pericolosi nella prossima estate, perchè lo vuole bello in forma al training camp. Lui, dopo aver pianto quando i Knicks gli hanno fatto firmare il primo decadale, ha risposto "obbedisco".

Ha rosicchiato parecchi minuti grazie all’infortunio del capitano, sarà pure lui un buon back up nel tempo a venire.

Kurt Thomas – Con lui iniziamo la lista dei partenti o comunque dei pericolanti. I suoi pick-n-rolls con Marbury avevano fatto sognare i tifosi. Dall’estensione contrattuale, però, il suo rendimento è sceso paurosamente. Non reggono più di tanto le scuse di un problema al dito, perchè è mancata la sua grinta ma pure i suoi... falli, soprattutto contro i Nets.

I maligni dicono che l’estensione, al di sopra del reale valore del giocatore, è stata una scelta dirigenziale per avere qualcosa in più quest’estate, nel mercato, quando verrà ceduto. Potrebbe tornare a casa sua, a Dallas, squadra con i soliti problemi difensivi… in cambio di Danny Fortson? I giorni di “Dirty Kurty” nella grande mela sembrano davvero agli sgoccioli.

Shandon Anderson – L’ultimo errore di Layden ancora nel roster. Sovrappagato al di sopra di ogni decente limite, in questa stagione ha giocato fin troppo, complice l’infortunio di Houston ed al fatto che è stato giudicato un buon difensore da Lenny Wilkens… chiedere a Jefferson, MVP della serie e suo diretto avversario.

Ha piazzato qualche buona prestazione all’inizio dell’anno, quando si sono palesati i primi problemi per Houston, poi l’oblio, culminato con dei disastrosi playoffs. Abbiamo vergogna a proporvi i suoi numeri contro i Nets, tra un layup sbagliato ed un passaggio all’omino dei pop corn… se avete in gusto dell’orrido, andateveli a cercare.

Dikembe Mutombo – Quando c’è da giocare a metà campo può ancora dire la sua, ma quando si corre (ormai spesso) non può essere della partita. Tra l’altro, non ha il carattere e la forza mentale per accontentarsi di pochi minuti, magari d’intensità, e tende dunque a lamentarsi troppo, prima, durante e dopo la partita. Pensione.

Mookie Norris – Pedina usata da Thomas per farsi fuori della zavorra-Weatherspoon. Non ha fatto squadra in post season, crediamo non la farà neppure ad ottobre.

Othella Harrington – Da quando il compagno di merende ‘Spoon ha lasciato i Knicks, pare aver messo il sedere in carreggiata, ma Sweetney l’ha ormai scavalcato nella rotazione. Inutile.

Cezary Trybanski – Polacco arrivato insieme a Marbury come pura zavorra. Per lui le porte dell’Europa sono aperte.

Resta da spendere due parole sull’allenatore, Lenny Wilkens. Il contratto è pluriennale. E’ parso più volte lento negli adattamenti in corsa. Cosa offre però il mercato? Doc Rivers ha appena firmato per i Celtics, restano Mike Fratello (già scartato durante la stagione), Doug Collins, Gorge Karl e… Isaiah Thomas. Altra grande incognita, da chiarire al più presto perché i roster si DEVONO fare ANCHE con gli allenatori.

E per quest’anno abbiamo finito, con la speranza che questo roster regali delle soddisfazioni con il crescere dell’amalgama, al di là di scambi da fantabasket.

Appuntamento alla prossima stagione…
Sempre & comunque:
GO – KNICKS – GO!!!

Andrea Delbuono






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