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Partenza in salita per i Nets
Articolo di Andrea M. del 16/11/2004 delle ore 12:40

Dopo le bizzarre mosse di mercato estive, nessuno si aspettava dai Nets, orfani anche dell’infortunato capitano, una brillante partenza, ma nemmeno una così deludente. Due vittorie e quattro sconfitte nei primi quindici giorni di campionato sono lo specchio di una squadra che non riesce ancora a trovare la quadratura del cerchio.

La causa principale è relativa alle assenze e defezioni con le quali i Nets devono fare i conti ormai da diverso tempo. Il rientro di Kidd era previsto per il tardo mese di dicembre, ed infatti il suo programma di riabilitazione sembra proprio confermare questa tempistica. Il cuore pulsante di New Jersey ha ricevuto in questi giorni il benestare per iniziare finalmente la sua preparazione sul parquet: gli allenamenti saranno sicuramente blandi, se non altro Kidd potrà di nuovo prendere confidenza con la palla ed il canestro.

Il ginocchio sinistro ha invece dovuto fermare almeno per un mese il nuovo arrivato Ron Mercer, il cui posto all’interno del roster è stato occupato, purtroppo, non da un campione ma da quella vecchia conoscenza di Brandon Armstrong, abituato ad orbitare attorno a questa squadra fin dal 2001, senza peraltro essere mai incisivo sul campo.

Siccome parlare male di quelli che non ci sono, di solito è sintomo di maleducazione, noi ci mettiamo qui a tesserne le lodi. Ma gli assenti in questione non sono quelli che occupano l’infermeria, sono coloro che hanno preso altre strade, o meglio, che sono stati mandati altrove: Kenyon Martin e Kerry Kittles. Perché tirare ancora in ballo queste due più che chiacchierate cessioni?

Perché i problemi dei Nets di questo avvio di stagione si sono verificati soprattutto in difesa. Una media di circa 97 punti subiti (abbassata solo grazie ai 60 punti realizzati da Portland durante una imbarazzante partita) sono veramente troppi per una squadra che dovrebbe essere conscia del proprio limitato potenziale offensivo. Ed ecco che entrano in gioco i due grandi assenti che (insieme con il capitano) quando si tratta di difendere posso senz’altro dire la loro, Martin in particolare.

Gran Kenyon poteva e può difendere indifferentemente sia sulle ali piccole che sui numeri ”quattro”, ed ovviamente è un duro dal quale molti attaccanti preferirebbero stare alla larga. E’ stato il miglior intimidatore e stoppatore dei Nets e c’è anche dell’altro. Questa è la testimonianza di un tifoso raccolta fuori della Continental Airline Arena: “Aveva anche grandi doti carismatiche. Quei suoi modi “tribali” di esultare ed incitarsi erano fantastici. Caricava i compagni e coinvolgeva il pubblico, ci faceva quasi sentire parte della squadra……”.

Martin però è a Denver e a L.A. ci sono le lunghe Braccia di Kittles, quelle con le quali Double K si intrometteva perfettamente sulle linee di passaggio o andava a dar fastidio ai portatori di palla. Lawrence Frank deve per forza di cose ripartire da quello che la dirigenza gli ha portato a casa durante l’estate. Il rimpiazzo di Ron Mercer (a sua volta rimpiazzo di Kittles) è Jacque Vaughn e l’unica cosa degna di essere evidenziata a riguardo è che in sei partite non ha ancora tentato un tiro da tre punti. Il playmaker titolare è Zoran Planinic che dovrebbe, grazie anche alle ultime prestazioni, aver definitivamente vinto il ballottaggio con un Travis Best ancora in forma precaria e non ancora in sintonia con il resto della squadra.

Il rimpiazzo di K-Mart è Eric Williams (di Scalabrine o Aaron Williams in quintetto, per ora Frank non vuole nemmeno sentirne parlare). Il suo contributo è di circa 8 punti per partita tanta grinta e coraggio; ma come la mettiamo quando si passa alla fase difensiva? La risposta ci viene fornita ad hoc in occasione dell’ultima sconfitta contro i Mavs. Nel pre-partita The Prince of Newark si era definito pronto per difendere su Nowitzki, ma i fatti l’hanno prontamente smentito. Il tedesco ha chiuso la gara con 31 punti e 10 su 18 dal campo. Decisamente non ci siamo.

Lo spot di centro è ancora di Jason Collins (fresco di rinnovo contrattuale) nonostante il rientro prepotente di Alonzo Mourning che ha subito approfittato di un lieve infortunio alla caviglia del "gemello", per partire in quintetto contro Phila, giocando 40 minuti con un più che dignitoso score di 16 punti e 9 rimbalzi. Zo è tornato? Forse il suo corpo, ma non la sua testa. L’ex centro degli Heat sta conducendo una battaglia personale con la dirigenza nella speranza di poter uscire in anticipo dal suo contratto.

In poche parole Mourning non vuole più essere della partita. Quest’uomo torna dall’infortunio e sceglie i Nets perché favoriti ad est per la corsa alla finale. Viene bloccato dai medici, si sottopone al trapianto di un rene, lotta e torna in una realtà che farà fatica a guadagnarsi uno posto nella griglia dei play-off. Oltretutto deve fare i conti anche con un Kidd letteralmente stufo e menefreghista che non fa nulla per zittire i brusii che lo vedrebbero in continua ricerca di una nuova destinazione.

A qualcuno potrebbe sembrare un comportamento poco professionale, e per certi versi lo è, ma Mourning ha sempre dichiarato di volere un team competitivo e i Nets di oggi non lo sono. Continuerà da grande uomo di basket quale è a fare il suo lavoro nel New Jersey, ma è chiaro che ormai la testa è da un’altra parte.

Ufficialmente poco professionale sta invece diventando l’atteggiamento di Kidd, che sta andando oltre il semplice gesto di far circolare voci di ipotetici ma sempre meno probabili scambi. Durante il training camp è stato multato a causa di una assenza ad una sessione serale, per la quale si è giustificato dicendo che la sua presenza in quella circostanza era del tutto inutile e che avrebbe preferito occupare il tempo pensando alla sua riabilitazione.

Stuzzicato di recente sulle prestazioni dei Nets se ne esce con commenti di questo tipo: “Non sono molto coinvolto ed interessato a quello che succede sul campo. Io sono infortunato e non posso farci niente. Spetta ai ragazzi che scendono sul parquet affrontare e superare i problemi quotidiani……”.
Tanto altruista sul campo quanto egoista fuori. In poche parole si sta rendendo antipatico e non è di nessun conforto né per i vecchi compagni, né per i nuovi arrivati.

Forse è solo frustrazione o un autentico senso di impotenza, in ogni caso la corda è ben tirata e si sta spezzando sempre di più.

Od oggi, quindi, l’unica certezza dei Nets è Richard Jefferson, il solo leader tecnico e carismatico di questa squadra sempre più rattoppata. Jefferson si sta prendendo tutte le responsabilità, forse anche quelle che non sono sue, ma con l’assenza forzata di Mercer, l’unico ad avere punti nelle mani è lui. Per la precisione sono 23 per partita con contorno di quasi 10 rimbalzi, quest’ultima media è lievitata grazie alla super prestazione da 21 contro Chicago che RJ ha commentato con la solita arroganza: “Non sono sorpreso di avere preso così tanti rimbalzi…al liceo ero abituato, giocavo sempre contro ragazzi bianchi più bassi di me….”.

Le percentuali al tiro sono leggermente peggiorate, ma vanno considerate le forzature che gli toccano quando nessun altro vuole prendersi la briga di tirare. Nella presentazione della stagione dei Nets avevo affermato che il peso della squadra sarebbe stato tutto sulle sue spalle; c’era solo qualche piccolo dubbio a proposito dei risultati, prontamente risolto in queste prime uscite, soprattutto dopo l’exploit di Philadelphia, con uno score di 33 punti e 10 rimbalzi.

Queste sono le armi di Lawrence Frank, alle quali si potrebbe aggiungere una migliore gestione della panchina, con particolare riferimento a Krstic e Aaron Williams. Il primo praticamente non ha mai messo piede in campo, il secondo è stato ridotto ad un minutaggio vicino ai minimi di carriera.
Ma Frank è convinto che questa squadra può fare sicuramente meglio. In effetti fare di peggio è veramente difficile…

Andrea M.



Manca solo Adriano!
Articolo di Andrea Delbuono del 16/11/2004 delle ore 12:38

Proclami, acquisti, cessioni, tanto denaro speso… e puntualmente si finisce con un pugno di mosche, con le speranze dei tifosi disilluse fin dalle prime partite. Tutto questo, quando si parla di Knicks, avviene da troppi anni; se vogliamo essere estremisti, addirittura da 30, ma andando a ritroso nella storia della franchigia è forse meglio fermarsi prima, alla “Patrick Ewing Era”: non si vincevano Anelli, ma si era sulla cresta dell’onda fino ad aprile inoltrato, sempre.

Portando questa triste storia sportiva entro i patri confini, dove l’abbiamo già sentita? Ma quando si parla di Inter, of course! Ebbene sì, tracciare un parallelo tra le due squadre professionistiche pare scontato e banale; molti, anzi, penseranno che sia un sacrilegio scrivere di basket disquisendo pure di calcio, perché spesso gli snob degli sport d’oltreoceano considerano uno “sport inferiore” prendere a calci la palla anziché trattarla con le mani (forse a ragione, ma chi l’ha detto?).

Benissimo: “Take it easy, guyz!”, mettete via l’acqua santa che vi siete procurati per lavare l’onta del sacrilegio dopo aver letto la parola “calcio” su un sito cestistico, altrimenti rischiereste di bruciare i circuiti del vostro computer. In fondo, poi, diciamocela tutta: siamo italiani ed in Italia il calcio resta l’attività sportiva più seguita e praticata.

Knicks uguale Inter, dunque… e quindi Marbury uguale Toldo (chiamati al riscatto dopo periodi d’appannamento), Crawford uguale Stankovic (arrivati da poco, alternano buone cose ad altre meno), Kurt Thomas uguale Materazzi (poco talento, tante botte), Tim Thomas uguale Recoba (l’eterno incompiuto), Mohammed uguale “qualsiasi terzino sinistro schierato dai nerazzurri” (ruoli che soffrono ancora delle rispettive maledizioni Ewing e Roberto Carlos)…

… ma ce n’è anche per la panchina, ovvio: Penny e Vieri (entrambi sul viale del tramonto, molti li definirebbero “rottami”), Ariza e Martins (giovani e talentuosi ma inesorabilmente inesperti), Anderson e Davids (in rotta con le rispettive società), Sundov e Cruz (non pervenuti fino ad ora), Sweetney e Van Der Meyde (solo pochi lampi per loro e molte ombre nonostante le aspettative). Williams e Cambiasso (mastini o, meglio ancora, cagnacci). Fermandoci qui con i parallelismi, chi manca? Ma è ovvio, un certo Adriano, ossia chi tira fuori le castagne dal fuoco e nasconde le magagne.

Ecco quindi spiegata in maniera forse troppo semplicistica ma pratica la maggiore deficienza di New York: l’assenza di corpaccione che ti sposta gli equilibri, un Duncan o uno Shaq, tanto per intenderci. Ci si deve quindi accontentare di quello che passa il convento, ossia validissimi esterni o superstar pieni di talento ma che storicamente nella Grande Mela (e non solo) non possono vincere da soli senza un lungo cinque stelle.

Dopo solo cinque partite, infatti, i Knickerbockers sono già nell’occhio del ciclone e si pensa già ad un’altra stagione da dimenticare. Pesa in questo senso la peggior sconfitta nella prima al Garden della storia, giunta apparentemente senza lottare. Ma andiamo con ordine.

Si apre con la visita ai Timberwolves. Big Ticket timbra il cartellino ed alla fine saranno 28 punti, 20 rimbalzi e 7 assist per lui. Come se non bastasse, Minnesota è per la prima volta dopo molto tempo senza giocatori in borghese a bordocampo e tutti fanno la loro parte, regalando la prima W a coach Sauders: 99-93 alla fine, ma New York lotta fino alla fine.

Addirittura va avanti a +9 nella prima parte dell’incontro, ma Kevin Garnett mette 9 canestri consecutivi e i locali prendono il largo. Perentoriamente i Knicks tornano in parità a 9 minuti dalla fine, grazie a Michael Sweetney e Trevor Ariza, gli eroi che non ti aspetti; poi però tutto il team non segnerà più dal campo e da lì al termine sarà il più classico dei “Cassell Time”. Bene la coppia di guardie Stephon Marbury (27 punti e 10 assists) e Jamal Crawford (22 punti), ma solo apparentemente, perché il secondo fa solo 2/8 dal campo nel secondo tempo.

Inizia intanto la personale Via Crucis di Tim Thomas che nel momento in cui scriviamo è ferma alla quarta stazione: qui 3/13 per lui, mentre l’omonimo Kurt va facile in doppia-doppia.

E’ poi la volta della madre di tutte le umiliazioni: 73-107 per i Celtics in un Garden che schiuma rabbia. Si salva solo Sweetney che dalla panchina finirà come migliore marcatore dei suoi (18) ma il garbage-time si spreca. Addirittura Wilkens è costretto a regalare 20 minuti di gioco ad Anderson nonostante le beghe con lo staff dirigenziale: molto umiliante pure questa come cosa, ma Tim Thomas, dopo l’airball di fine secondo periodo che ha dato il via ad i “boooh” del pubblico, era davvero molto al di sotto della parola “presentabile”.

Mohammed, già fumoso a Minnie, qui fa ancora peggio e gioca solo 8 minuti, mentre sotto le plance Kurt Thomas è costretto a giocare nuovamente centro. Marbury, e non potrebbe essere altrimenti, fa autocritica: “non giochiamo duro come dovremmo”.

Ecco centrato il punto: non si può in un “opener” davanti al proprio pubblico farsi rifilare uno scarto di 36 punti da NESSUNO, figuriamoci da una squadra che non è certo una contender per il Titolo.

Quasi fisiologica cade dunque la prima testa, ossia quella di Dick Helm, assistente storico di Wilkens, che rassegna le dimissioni, ma il modo è parso molto più che forzato.

Iniziano pure a circolare le voci di un licenziamento dell’head coach, soprattutto se si dà per scontata la smania di allenare di Isaiah Thomas. Zeke ovviamente getta acqua sul fuoco: “Penso che in altre città si possa ricoprire il doppio ruolo di general manager e coach, ma non a New York. Allenerò un'altra quadra? È possibile, ma più in là nella mia carriera. Finché sarò qui non allenerò i Knicks”. Parole chiare ma che lasciano lo stesso aperta la porta all’avvicendamento di Wilkens (ma perché estendergli in contratto pochi mesi fa?), magari a favore dell’amico Mark Aguirre.

Una boccata d’ossigeno per il coach più vincente (e perdente…) della Lega arriva nella seconda gara al Garden contro Phila: 96-88 con i Knicks sempre in totale controllo dopo l’ottimo inizio che ha il suo apice nel +18 del secondo periodo. Un attacco molto bilanciato guidato finalmente da Crawford (22) ed una difesa meglio registrata (28 palle perse per gli avversari, segno non solo di demeriti altrui ma pure che la pressione sulla palla era ottimale) sono le chiavi del successo.

Incredibile Trevor Ariza che non finisce mai di stupire dopo le ottime prove in summer league ed in pre-season: 14 punti, 8 rimbalzi e 3 assists in una partita che oseremmo definire “totale” per un rookie chiamato con la 44 e con solo 21 minuti a disposizione. Tra l’altro, 8 di questi punti sono arrivati consecutivamente proprio nell’importante allungo del primo tempo. Bene finalmente anche Mohammed che mette 18 punti e cattura 8 rimbalzi; ennesimo Kurt Thomas in doppia-doppia ed altrettanto ennesima figuraccia dell’altro Thomas.

L’agognato bilancio del 50% arriva dopo la vittoria contro i Clippers per 110-96. I Knicks vanno subito avanti 13-2, poi a +20 nel terzo quarto e Wilkens dosa i suoi facendo giocare tutti i suoi uomini. Marbury sfiora la tripla-doppia (21 punti, 10 assists e 7 rimbalzi) e guida i sei compagni in doppia cifra. Mohammed torna inutile con zero punti e 2 rimbalzi; malissimo pure Baker ed il solito immenso Kurt Thomas deve sobbarcarsi il ruolo di centro con tanti minuti di Sweetney nello spot di ala forte.

Gli alti e bassi di Mohammed continuano a domicilio degli Indiana Pacers: qui fa 20+15 ma i locali si impongono 103-97. I Pacers vanno anche avanti di 21 ma uno strepitoso Starbury da 37 punti ricuce fino al -5, senza però terminare la rimonta anche perché Crawford sbatte la testa sul parquet, Jermaine O’Neal gli passeggia sopra come da sua becera abitudine e il povero Jamal non rientrerà più dopo soli 11 minuti giocati. Ancora inutili Baker e Tim Thomas (con problemi di falli nella marcatura di Ron Artest).

Tirando le più classiche somme da queste prime gare e senza ripetere cose già dette troppe volte, è evidente che Wilkens sta limitando la rotazione ad otto uomini, inserendo dunque a partita in corso i soli Hardaway, Sweetney ed Ariza. Quest’ultimo, se “Tiny” Tim continua così, potrebbe essere promosso in quintetto molto presto, anche se in concreto già oggi divide il minutaggio in ala piccola con il più esperto compagno.

Agendo in questo modo c’è naturalmente il rischio di spremere troppo i giocatori più importanti, ma Baker è parso fin dalla pre-season poco incisivo, ingrandendo ancor più quell’enorme buco nella posizione di centro. Quando Mohammed non gira, infatti, Wilkens si affida a Thomas e Sweetney, ma entrambi non hanno i centimetri e l’atletismo per intimidire nessuno là sotto. Williams può dare un po’ d’elettricità per una manciata di minuti, d’accordo, ma poi che resta?

Finalmente è poi arrivato il taglio di Shandon Anderson. Dopo aver avuto la faccia tosta di rifiutare l’injury list, l’uomo più pagato del pianeta in maniera inversamente proporzionale al suo rendimento ha levato il disturbo. Zeke ci ha pensato molto prima di mandarlo a spasso, perché comunque riceverà ancora il suo lauto stipendio e potrà, con motivazioni ben diverse, prestare servizio presso altre squadre, ma questa farsa doveva prima o poi finire ed anche l’ultimo giocatore voluto da Scott Layden se n’è andato.

La lista infortunati è occupata invece da Bruno Sundov, Jamison Brewer ed Allan Houston.

Non ci siamo dimenticati del capitano, semplicemente ormai merita un capitolo a parte già dai report della scorsa stagione. Niente da fare per il suo ginocchio ed il rientro è stato ancora una volta posticipato. Si parla di fine mese, ma l’incertezza regna sovrana oggi più che mai.

Dovesse rientrare, crediamo ormai che non potrà più giocare titolare e dunque cambierà Crawford dal pino. Il suo innesto, anche se non fosse lo “Sweet Allan” di qualche anno fa ma comunque senza i noti problemi all’articolazione destra, darebbe al roster quel tiratore puro che manca.

Con Wilkens sulla graticola e problemi assortiti, New York giocherà ora una serie di partite in trasferta che potrebbero far precipitare il bilancio vittorie-sconfitte molto al di sotto del fatidico minimo dignitoso del 50%.

Per questo report basta così, nel prossimo parleremo delle tantissime voci di mercato che stanno circolando copiose.

Andrea Delbuono






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