Articolo di Max Giordan del 16/12/2004 delle ore 12:57
Eli Manning.
Innanzitutto - ricordatevi questo nome - perche sarà famoso un giorno - come lo è stato suo papa' e come lo è adesso suo fratello.
Pero' Eli non sarà mai famoso per l'anno 2004 della NFL.
Le sue prime 2 mosse come "professional athlete" non sono state gradite molto. Il suo voler andare a tutti i costi ai Giants (con l’inserimento del papa' nel mezzo della bufera) è stata vista come una cosa da moccioso. E poi - ancora prima di avere un contratto in mano il comprarsi dal kicker la numero 10 - ancora più da moccioso. Però Eli Manning è un moccioso giovane !!! Kurt Warner non è il QB dei tempi d'oro - e lui sapeva benissimo che era venuto a NY solo per aiutare il nuovo Manning - e quando sarebbe stato il momento si sarebbe messo in panchina e sarebbe diventato il nuovo mentore e guida per Eli. Bellissimo come piano - sbagliatissimo come i Giants l’hanno effetuato. Per chi gioca nella città di New York - qualsiasi sport professionistico – la pressione è enorme - ma il modo in cui il Coaching Staff dei Giants ha gestito la situazione è stato atroce. Hanno tolto Kurt Warner mentre la stagione era ancora salvabile - forse conoscendo la sua storia (una volta che va in bambola non ne esce più) - ed hanno inserito il giovanotto e sperato in Dio. Adesso Eli si ritrova con QB Rating da pena (33.7) - Warner era oltre 85 - con 516 yards 1 TD pass e 6 Interceptions. Ma queste non sono le cifre che fanno paura. Quella che fa paura è che si ritrova con una squadra che bene o male aveva una possibilità ancora per i playoffs. Ed invece la società ha deciso che i 1200+ Yard con 10 TDs di Tiki Barber - le oltre 1300 Yards e 6 TDs dei suoi Top Receivers - le 31 sacks 15 fumble recoveries 10 interceptions della difesa - non valevano abbastanza. I Giants hanno deciso che la stagione di tutti i suoi giocatori era meno importante che della nuova stella in città. Adesso mi direte - e allora il QB di Pittsburgh ? E’ qua che si può discutere. Alla nona settimana i Giants erano 5 come Power Ranking - adesso sono nei bassi fondi di quella classifica. Hanno avuto tanti infortuni in difesa - e la loro linea d attacco non è proprio delle migliori. Ed è qui la grande differenza fra giocare a New York e giocare altrove. Nella Grande Mela sono tutti sotto il microscopio - ma alla fine su qualcuno deve ricadere la colpa - Eli Manning sta pagando per colpe NON sue. Certo che sbagli ne ha fatti parecchi nelle sue partite - se vogliamo vedere - ha solo un TD drive da quando è titolare. Ma come ho detto prima - la linea - non delle migliori - con Jeremy Shockey (TE) che se giocasse un terzo di quanto parla sarebbe ai livelli di Alge Crumpler/Randy McMichael e Company - e con un tifo appassionato ma anche New Yorkese che non interessa chi sei ma cosa fai "oggi" e interessa solo il tuo cognome per riconoscerti da dietro e non per chi sono tuo papa' e fratello. Un giorno non lontano da oggi qualcuno scriverà un articolo su come Eli Manning ha rotto un record o fatto un partita che suo fratello/papa' non sono mai riusciti. Ma questo non succederà quest'anno. In questa stagione Eli Manning giocherà per imparare - speriamo solo che impari in fretta - perchè a New York non piace perdere.
Il primo punto da discutere è molto semplice - quando Roethlisberger è entrato in campo era lui l’unico che poteva farlo - perche non c'era un altra scelta - nessuno dei "vecchi" poteva borbottare "perche non Maddox" - perche Maddox non c'era.
Secondo, nessuno a Pittsburgh ha tolto le speranze di fare i Playoffs. Erano alla seconda di campionato.
Terzo, e piu importante, Roethlisberger è un "role player" - con del talento a disposizione che i Giants non hanno.
Da Coach per Play.it USA
Max Giordan
Articolo di Andrea Delbuono del 16/12/2004 delle ore 12:55
I Knicks hanno di nuovo l’acqua. Quella nello spogliatoio? No, in campo. Ebbene sì, perché è tornato H20 che letto con il “2” come pedice non è altro che la formula chimica dell’acqua. H20, ossia Allan Houston, ha fatto il suo rientro a fine settimana.
Molti gli attestati di stima arrivati al rientrante capitano. Marbury non ha mai fatto segreto del suo amore per lui, avendolo sempre considerato il miglior tiratore che abbia mai visto. I due hanno giocato insieme solo 21 gare, con un bilancio di 12-9, ma erano altri Knicks, quelli appena rifondati dopo i disastri di Layden in cui la chimica di squadra era lungi dall’essere almeno accettabile. “E’ fuori discussione che Allan non giochi 40 minuti a gara quando potrà farlo. Ed onestamente non capisco chi possa pensare il contrario”. Ha dichiarato recentemente Steph. Kurt Thomas è sulla stessa linea: “E’ fantastico averlo di nuovo. E’ un grande tiratore e ci aprirà il campo rendendo le cose più facili a tutti noi”. Crawford si è invece detto stufo delle continue domande sui minuti che perderà in favore del rientrante compagno. Wilkens in allenamento ha provato lungamente insieme Marbury, Crawford e Houston, con Tim Thomas relegato a sesto uomo. I Knicks sarebbero però troppo piccoli, ma in situazioni tattiche particolari potrebbe essere una soluzione adottabile. La prima partita di cui ci occupiamo è la disfatta di Memphis in cui i Knicks perdono 96-88, ma la sconfitta è molto più netta di quanto il risultato non dica. Ai padroni di casa mancava Jason Williams, ma il suo cambio Earl Watson ha distrutto il backcourt newyorkese siglando il suo career-high (22 punti). I Grizzlies vanno subito avanti, gli ospiti rientrano grazie ad un buon Tim Thomas ma nel terzo quarto i locali si portano a +15 e controllano fino alla fine. New York mostra la peggiore circolazione di palla della stagione, così come la difesa è parsa spesso in bambola, come se dopo la sconfitta con Charlotte si fosse insinuata nella mente dei giocatori l’idea di essere una pessima squadra quando invece così non è. Si è tornati a vecchi errori e ad errori tattici di Lenny Wilkens. Tim Thomas a tal proposito: “Jamal (Crawford) dava sempre palla indietro a Steph, declinando la partecipazione all’azione ed ovviamente il nostro gioco ne ha risentito”. Solo Nazr Mohammed si salva tra i Knickerbockers (16 punti, 12 rimbalzi, 4 stoppate), mentre Marbury ha problemi di falli che gli impediscono di trovare il ritmo. La squadra tira con il 34% contro il 49% degli avversari: basta questo dato statistico per fotografare la gara. Si viaggia poi a New Orleans e qui, onestamente, perdere era davvero difficile ed infatti arriva un successo per 86-79. Stephon Marbury è il maggior artefice della vittoria, con 22 punti e 9 rimbalzi. Inizia con un 1/6 al tiro, poi però mette sei canestri consecutivi comprese quattro bombe. Inutile rimarcare ancora la solidità di Mohammed, assistito là sotto da un Kurt Thomas da 15+15. New York si concentra sull’unico avversario pericoloso rimasto agli Hornets dopo i troppi infortuni, David Wesley. Smontato lui, il più è fatto. Knicks avanti 64-42 nel terzo quarto e remi in barca pensando già al prossimo incontro. Male Crawford con 2/10 e Sweetney con cinque falli in 13 minuti. A Washington invece arriva un’altra sconfitta (104-106), maturata nel finale in un modo in cui Knicks non digeriscono affatto. A 41 secondi dalla fine, avanti di uno, Marbury tenta un jump-shoot sottomisura ma Brendan Haywood lo stoppa. Proteste di Starbury che ritiene la stoppata irregolare: “La palla stava già scendendo”, dirà alla fine cercando di contenere al massimo il suo disappunto verso i “grigi”. Qualcuno però insinua che se fosse stato Trevor Ariza a dare quella stoppata, sarebbe stato fischiato immediatamente goaltending. Dall’altra parte, invece, lo stesso Haywood cattura il ventisettesimo (27!!!) rimbalzo offensivo dei Wizards e con un’azione da tre punti regala il +2 ai suoi. Inutile poi il tentativo finale di Mohammed, nel traffico, che non trova il canestro così come Kurt Thomas sul successivo rimbalzo. Per Nazr è l’unico errore al tiro di una gara altrimenti perfetta (20+11). Bene Michael Sweetney dalla panchina con 14 punti. E’ la partita del rientro di Houston: 4/8 e 8 punti per lui in 19 minuti di qualità in cui ha sofferto meno del previsto in difesa New York, nei primi tre quarti, tira con il 61% ma nell’ultimo mette insieme solo il 32%: solito campanello d’allarme di un jump-shooting team che soffre quando nel finale, in regular season, le difese NBA difendono davvero. Houston è rimasto in panchina per tutti gli ultimi 12 minuti, segno diciamo importante se partiamo dalla presunzione che il capitano possa innalzare questa statistica, da sesto uomo, nel caso i compagni sbaglino troppi tiri. Ultima partita analizzata in questo report è la vittoria casalinga contro i Nuggets (107-96). I padroni di casa non partono benissimo, ma poi prendono il controllo della gara fino e mantengono un vantaggio che resta sempre sulla decina fino alla fine. Doveva essere la partita in cui Tim Thomas avrebbe dovuto spaccare il mondo (ma soprattutto Kenyon “Fugazi” Martin dopo gli screzi dello scorso anno), ed invece “Tiny” Tim è stato… Tiny come al solito. Nel finale, infatti, è Ariza a restare in campo. E’ così il “Deadly Backcourt” dei Knicks a fare la differenza: insieme, Marbury e Crawford mettono insieme 56 punti; il primo aggiunge pure 11 assists, mentre il secondo mette 17 dei suoi 31 punti nel terzo quarto. Houston ha tirato male (3/11 in 17 minuti), ma per ora ci sta che non abbia né il fondo né il ritmo per incidere. Wilkens lo ha pure utilizzato da ala piccola, quando Marbury era in panchina e con Mookie Norris nello spot di playmaker. Un quintetto davvero piccolo se consideriamo che a chiuderlo sono Kurt Thomas e Sweetney, utilizzato giocoforza per problemi di falli di Mohammed. Un successo maturo che stride con la sconfitta contro Charlotte di otto giorni prima e che deve per forza convincere il team della consapevolezza dei propri mezzi. Il capitolo mercato a New York tiene come al solito banco ed è legato ad un solo nome: Vince Carter. Fonti vicine ai vari general manager della Eastern Conference hanno fatto trapelare che già in estate i Knicks hanno provato a prendere il giocatore, dopo che aveva pubblicamente chiesto la cessione, offrendo ai Raptors Tim Thomas e Penny Hardaway. In Canada hanno risposto “no, grazie”, convinti di poter ottenere molto di più e speranzosi di inserire nello scambio anche il contratto di Jalen Rose. Proprio su Rose si sono arenate molte trattative, in special modo quella con Portland per Shareef Abdur-Rahim. Ma Isaiah Thomas sta ormai caricando a testa bassa, rendendosi conto che a Toronto lo spogliatoio sta per scoppiare ed il GM Rob Babcock potrebbe aver fretta di concludere prima che si arrivi ad un punto di non ritorno (Rose tra l’altro ha detto pochi giorni fa che è convinto di essere scambiato a breve). In Canada, quindi, potrebbero tra non molto abbassare le pretese. Così Thomas ha proposto un altro pacchettino natalizio alla dirigenza dei dinosauri: Tim Thomas, Allan Houston e Jerome Williams per Carter e Rose (più eventuali aggiustamenti assortiti per far combaciare i bilanci). A Toronto non appaiono convinti, ma forse ci stanno pensando, soprattutto dopo che Vincredible si è infortunato ad un tendine e qualcuno ha messo in giro la voce che questo imprevisto lo terrà fuori tutta la stagione (infortunio politico? Il giocatore è stato comunque messo in lista infortunati). L’ingaggio di Houston andrebbe però a cozzare contro la ferrea intenzione di tagliare i costi che già da qualche tempo assilla i Raptors. Proprio per questo Zeke sta forse cercando in giro per la Lega un’altra franchigia per uno scambio a tre. Potrebbe però scoppiare una guerra interna tra l’owner James Dolan e Thomas. Dolan apprezza Houston come giocatore ma soprattutto come uomo, ritenendolo (giustamente) un impeccabile cittadino-modello con una reputazione di ferro. I due hanno in passato giocato a golf insieme. Thomas invece ama le forti personalità anche se problematiche fuori dal campo. Si era velatamente lamentato della cessione di Latrell Sprewell (avvenuta prima del suo arrivo a New York) ed aveva provato a prendere Rasheed Wallace ed Eddie Griffin, non certo due role-model. Se da una parte è vero che Dolan ha dal principio dato carta bianca a Thomas, è possibile che questa volta qualche screzio ci possa essere. Zeke però può portare sul piatto della bilancia il supporto del pubblico, se è vero che il Garden ha fischiato Houston in occasione dell’allenamento pre-stagionale aperto ai fans. Forse è per questo che il rientro del giocatore è avvenuto lontano dalle mura amiche, per evitargli ulteriori fischi che, almeno secondo chi scrive, suonano abbastanza irriconoscenti. H20, agli occhi dei tifosi più miopi, paga colpe altrui, perché non è a lui imputabile se un giorno Layden, con il benestare di Dolan, gli ha fatto firmare un contratto da $100M, ossia da superstar e uomo franchigia… che avrebbe dovuto fare, rifiutare? Houston, 33 anni, resta comunque il giocatore con il palmares più importante tra tutti i knickerbockers, anche presi congiuntamente: una finale NBA, due di Conference, “Big Shots” a iosa (con il culmine rappresentato dal tiro sulla sirena che eliminò Miami al primo turno, inizio della cavalcata verso la Finale del 1999), 63 partite di Playoffs, medaglia d’oro alle olimpiadi di Sydney, oltre a 582 partite giocate da starter con la maglia bluarancio fino al rientro di Washington della scorsa settimana. Non è detto che alla fine possa partire Crawford. Pare che i Raptors abbiano espresso interesse nell’ex-Bulls, ma Thomas lo ha da sempre definito intoccabile, insieme a Marbury e Sweetney. Però è pure il suo contratto che lo ha reso intoccabile, dato che fino al 15 dicembre un free-agent non può essere scambiato… ed il 15 dicembre è alle porte. Dando uno sguardo alla prossima settimana, New York “attraverserà il tunnel” per giocare contro i Nets, poi gara casalinga sul proibitivo andante contro i campioni del mondo Pistons (che però hanno dei problemi pure loro). A seguire ancora una corta trasferta a Philadelphia per finire la settimana al Garden contro i Jazz. Tre vittorie ed una sconfitta è un bilancio auspicabile e raggiungibile per tornare di nuovo sopra al 50%.
Andrea Delbuono
Articolo di Andrea M. del 16/12/2004 delle ore 12:54
Gli ultimi avversari non erano né gli Spurs né i Lakers, ma quando sei messo male fanno morale anche le vittorie contro le ultime della classe. E finalmente New Jersey inizia il mese di dicembre con un promettente bottino di 5 vittorie (di cui una anche in trasferta) e 2 sconfitte.
Questo mini parziale vincente di New Jersey, visto l’inizio di stagione, basterebbe da solo a far stappare lo champagne ad un astemio, ma la vera notizia (e tutti i vari brusii che la contornano) è il ritorno anticipato di Jason Kidd. L’esordio in campionato è avvenuto il 6 dicembre contro Toronto e, guarda caso, è arrivata anche una vittoria. Nonostante le cifre del capitano non siano state fenomenali (10 punti e 6 rimbalzi in 20 minuti), la sua presenza addirittura in quintetto base ha galvanizzato l’intera squadra. In particolare i più eccitati erano Jefferson, che ha dichiarato di essere già in attesa dei vecchi e cari lob, ed Eric Williams, le cui parole sono state ancora più lusinghiere: “Eccezion fatta per Kenny Anderson, non ho mai avuto l’occasione di giocare con una vera point guard, e Jason è il migliore in assoluto in quel ruolo. Non vedo l’ora di guardarlo dirigere le danze sul campo……”. Da allora nel New Jersey non si fa altro che spendere belle parole in merito al futuro immediato della squadra. Si spera e si vuole che il “training camp” posticipato di Kidd sia il più breve possibile ed infatti il capitano è stato limitato a circa 25 minuti di media e, nell’ultima vittoria contro Atlanta, è stato escluso dal quintetto base. Se da un lato Giasone è protetto e coccolato, da un altro (complice la stampa) sono sempre pronte a piovere frecciate sul suo futuro o sul suo passato, come nell’occasione del ritorno a East Rutherford di Byron Scott, in qualità di coach degli Hornets. E’ stata rispolverata ancora la vecchia storia del Kidd “mangia-allenatori” smentita questa volta (l’ennesima) dallo stesso Scott: “Quante volte devo ripetervelo? Non abbiamo mai avuto nessun problema, al massimo ci siamo scambiati dispiaceri sul campo da golf”. E quando la stampa locale è tranquilla ci pensa quella dell’Oregon ad ipotizzare un ulteriore scambio con i Blazers. Questa volta il probabile protagonista non è più Shareef Abdur-Rahim, bensì Damon Stoudamire. Il play di Portland sta giocando peggio del solito e, considerando che da un lato Ratner sembra più interessato a risparmiare che a vincere (Stoudamire è all’ultimo anno di contratto), e dall’altro che ai Blazers i dollaroni per accollarsi lo stipendio di Kidd certo non mancano, l’idea non è poi così fantascientifica. In questo caso più che di smentite ci si limita ai “no comment” e Kidd continua a ripetere di pensare al suo stato di forma e alle vittorie. Come già anticipato le doppie W dal ritorno del playmaker titolare sono state tre, tutte con un denominatore comune: l’assenza di esterni pericolosi. Ad oggi Jefferson, fresco di nomina di miglior giocatore della settimana, è il leader dei Nets in tutte le principali voci statistiche, ovvero punti, rimbalzi (Collins sempre meno incisivo) e assists. Purtroppo RJ è primo anche per numero di palle perse e a tal proposito vale la pena dare un occhiata ad una particolarissima e curiosa statistica. In effetti è vero, spesso e volentieri le crude cifre non sono molto attendibili, ma che Frank non faccia affidamento alle statistiche è un fatto ancora tutto da dimostrare. Ci siamo chiesti più volte come mai Aaron Williams, spesso determinante per le buone sorti dei Nets nelle passate stagioni, quest’anno giochi solo otto minuti a partita registrando anche un Did Not Played Coach’s Decision in occasione della recentissima vittoria ad Atlanta. La risposta è in un'altra, infelice e denigrante statistica, secondo la quale quando c’è Williams in campo i Nets tendono a subire parziali negativi. Sempre stando a questa curiosità, le cifre si capovolgerebbero quando il buon Aaron è in panchina. Se è vero che Frank non dà peso al rapporto vittorie/palle perse, sarebbe anche il caso che si scordasse completamente di questa inutile analisi buttando nuovamente nella mischia il mancino ex Arese, anche perché il contributo offensivo di Collins in ala grande (nonostante l’exploit di 17p e 8r contro Cleveland) è sempre insufficiente. Le castagne dal fuoco le ha già tolte Alonzo Mourning, che torna a marcare visita e si assenta proprio nella partita di Atlanta, a causa di una interminabile lista di infiammazioni e contusioni in varie parti del corpo. Non si sa ancora per quanto tempo si dovrà fermare ma anche in questo caso, come per il rientro di Kidd, lo staff medico vuole procedere con cautela perché ‘Zo è impossibilitato ad imbottirsi di antinfiammatori, e perché lo stesso Mourning ha detto che vuole prendersi tutto il tempo necessario per riposare e guarire al meglio un fisico martoriato da tanti, troppi acciacchi. Questo incidente di percorso (non è il caso di chiamarlo imprevisto in quanto, parlando di Mourning, non si può mai essere certi di niente) ha costretto il coach dei Nets ad improvvisare un altro tipo di quintetto base. Brian Scalabrine, eroe della recente semifinale di conference persa contro i Pistons, parte da titolare contro gli Hawks senza essere minimamente coinvolto nel gioco e lasciando un segno praticamente indelebile. Nonostante lo scarso rendimento il posto di “quattro” sembra essere ancora suo anche perché, contro gli imminenti avversari (New York Knikcs) e la loro frontline i suoi chili potrebbero fare comodo. In panchina però sta scalpitando anche Nenad Krstic reduce da un buon score di 10 punti e 7 rimbalzi in 21 minuti contro Atlanta. Senza Mourning a centro area serve sicuramente un buon intimidatore e nonostante il giocatore serbo non sia un agguerrito difensore, i suoi centimetri e soprattutto le sue lunghe braccia possono sicuramente servire allo scopo.
In verità Toronto avrebbe un certo Vince Carter, ma di lui si sono occupati Williams e Kidd solo per i possessi finali. Quando Richard Jefferson non deve sbattersi per 40 minuti sull’avversario più forte è sicuramente più riposato ed efficiente. Contro i Raptors ha toccato quota 26 punti sfiorando la tripla doppia, e nelle altre vittorie di New Orleans e Atlanta è stato determinate realizzando rispettivamente 12 e 14 punti durante l’ultimo quarto.
I Nets viaggiano al 50% (6 vinte e 6 perse) quando perdono più di 15 palloni a partita. Nelle occasioni in cui sono stati sotto quota 15 hanno vinto solo una volta. Ecco il commento di Lawrence Frank: “Mai dare troppo credito alle statistiche, spesso mentono……”.
Andrea M.
Articolo di Andrea M. del 6/12/2004 delle ore 12:39
Nove sconfitte consecutive, la peggior striscia della storia. Questo inizio complessivo da due vinte e 11 perse non può certo portare ad un ulteriore tracollo tecnico, ma può sicuramente peggiorare la già precaria situazione psico-fisica non solo dei giocatori, ma dell’intero staff tecnico.
L’infortunio di Ron Mercer è stato ancora utilizzato come parziale giustificazione di queste recenti disastrose prestazioni. Frank dice che aveva dei progetti, un idea di base che prima ancora di potersi sviluppare è stata stroncata. Non ci sono controprove, ma è difficile ipotizzare che con Mercer in campo i risultati dei Nets sarebbero stati di gran lunga più soddisfacenti. La stampa del New Jersey, che non ritiene granchè sufficienti questo tipo di scuse, inizia a dubitare anche delle capacità del giovane allenatore che, volente o nolente, ha finora portato ad una involuzione tecnica che ha visto in primis l’estinzione quasi totale del contropiede (che purtroppo non potremo mai più chiamare Flying Circus), dell’attacco Princeton e di qualsiasi altro tipo di motion offense. I Nets attaccano male, sono statici, poco sincronizzati e le individualità stanno avendo la meglio sul collettivo. Fortunatamente si è un po’ consolidata la presenza difensiva e agli avversari vengono concessi circa 92 punti di media a partita. Il grande problema rimane vincolato all’attacco o meglio, per essere più precisi, al peggior attacco del campionato. Solo 81 punti di media dei quali 22 appartengono a Jefferson, 10 a Mourning e agli altri rimangono solo le briciole. La squadra tira con un 40% complessivo ed un misero 29% da tre punti. Le palle perse sono circa 18 a partita e, il dato che più di tutti fa preoccupare e che sintetizza al meglio la scarsa produttività offensiva dei Nets è il numero di assists: 16 di media contro i 24 della passata stagione. Lo scorso anno il principale contribuente in questa statistica era, ovviamente, Jason Kidd, che questo anno non c’è. Ma nemmeno a Chicago, una delle peggiori squadre della Lega (sperando che i tifosi dei Bulls e di Hinrich non se la prendano a male), c’è Kidd, eppure la loro media è al di sopra dei 21 assists per partita. Si torna quindi al punto di partenza: la squadra gioca male, i meccanismi sono bloccati e gli ingranaggi da oliare. E a questo punto non è più solo una questione di talento individuale dei giocatori disponibili nel roster; qui subentrano le (scarse) qualità dello staff tecnico e di Lawrence Frank, in quanto capo allenatore, in particolare. Dell’attacco Princeton abbiamo già accennato e assistito alla sua lenta ma progressiva dismissione (e probabilmente da questo punto di vista Byron Scott e Eddie Jordan avrebbero qualcosa di dire). Non è comunque detto che non possa tornare in auge con il rientro di Kidd e con la definizione di uno stabile quintetto base. Con Mercer fuori dai giochi e la coppia Vaughn-Buford dallo scarso rendimento, il ruolo di guardia va a ricoprirlo Richard Jefferson e, di conseguenza, Eric Williams si sposta in ala piccola, ruolo decisamente più consono alle sue caratteristiche. Questa nuova, e forse più logica, formazione esordisce contro i Rockets con risultati abbastanza tristi. Non tanto per la prestazione degli esterni, ma per la curiosa impostazione dei lunghi. Jason Collins, giocatore dai limitatissimi movimenti e con pochi punti nelle mani, diventa improvvisamente ala grande e Mourning torna ad essere in pianta stabile il centro titolare. Uno starting five decisamente votato alla difesa, ma con grandi, grandissimi limiti in fase offensiva. Soprattutto in considerazione dello stato di riserva energetica di Jefferson. RJ ha una media di 42 minuti giocati per intrattenimento (terzo assoluto nella lega), di cui almeno trenta spesi a difendere sull’esterno più forte della squadra avversaria. Anche un atleta del suo calibro, per forza di cose, ha il permesso di accusare qualche calo di rendimento che va a sporcare le sue statistiche. Se si considera anche che è l’unica vera bocca da fuoco dei Nets, imbrigliata in un sistema che funziona poco con tutte le forzature del caso, il suo 41% al tiro lascia una doppia interpretazione. Complessivamente è accettabile proprio per quanto menzionato in precedenza; diventa deficitario quando, come nell’ultima sconfitta a Portland, Jefferson realizza un 3 su 13 nell’ultimo decisivo quarto, permettendo ai Blazers di gestirsi il vantaggio in tutta tranquillità. Contro Portland timbra finalmente il cartellino Travis Best, mettendo a referto 15 punti in 37 minuti. Best era riuscito a “rubare” il posto di point guard a Planinic già contro Seattle, ma la sua prestazione in quella occasione è stata del tutto incolore. Il contributo dalla panchina continua ad essere insufficiente, ma del resto è appurato ormai che il talento è pochino e l’aspetto tecnico, al momento, non è il solo elemento che lascia a desiderare. Ultimamente sta letteralmente peggiorando l’atteggiamento dei giocatori. Il pessimismo regna sovrano e quelli che vanno in campo danno l’impressione di essere certi di portare a casa un’altra sconfitta. C’è poca grinta e tanta rassegnazione, soprattutto nelle parole di Alonzo Mourning: “Sembra quasi che anche un sconfitta sia soddisfacente, non dovrebbe essere così… non sono gli stessi New Jersey Nets che avevo conosciuto perché quel gruppo reagiva alle avversità, questo no…” Un Mourning sempre più polemico e arrendevole soprattutto dopo il tanto atteso incontro con Bruce Ratner, che all’unica domanda schietta e ben mirata del centro dei Nets (“Cosa vuoi fare con questo team?), risponde con una sentenza ancora più fredda e breve: “Spostarlo a Brooklyn”. Mourning a questo punto deve mettersi il cuore in pace, ma per dimostrare a tutti che il soprannome “il guerriero” è più che meritato, rialza la testa e tenta di suonare la carica, correggendo anche le sue stesse dichiarazioni: “E’ un bel gruppo, ci sono dei giocatori nuovi, ma tutti, chi più chi meno abbiamo talento. E se il talento non dovesse bastare, come si sta verificando in questo periodo, si deve migliorare sotto altri punti di vista. Dobbiamo lavorare duro, tutti quanti, per trovare la giusta chimica di gruppo e sostenerci dentro e fuori dal campo. Dobbiamo assolutamente trovare la forza per vincere la prima partita, da li in avanti sarà tutto più facile…”. Sono certamente parole più positive rispetto a quelle sentite in passato, ma il problema di fondo non è sapere cosa fare, ma trovare il metodo corretto per farlo. E questo è compito di Frank, che ammette in conferenza stampa post Portland di dovere essere il primo a trovare la giusta via per ribaltare questa striscia perdente. Non c’è alcun dubbio che la mentalità debba essere più grintosa ed ottimistica. Frank potrebbe prendere spunto da un’altra dichiarazione di un suo giocatore, duro quanto Alonzo, se non nel carattere, almeno nelle parole. Eric Williams finalmente esce allo scoperto e cerca di stimolare l’orgoglio dei suoi compagni: “Vestiamo la divisa dei New Jersey Nets con il Logo della NBA ricamato sul petto. Anche i nostri avversati hanno questo logo, con la differenza che loro gli rendono onore, fino alla fine e per 48 minuti, noi lo facciamo solo per tre quarti di gara e poi crolliamo. Il nostro obiettivo è quello di tenere testa agli avversari per tutta la partita”. Inutile sottolineare che questi miglioramenti devono arrivare in tempi brevissimi, per poter limitare i danni durante il mese di dicembre, in attesa del ritorno del Capitano. Kidd, che ha saltato la trasferta ad ovest per continuare il suo programma di riabilitazione, potrebbe addirittura anticipare i tempi del rientro ed essere disponibile prima della fine di dicembre. Magari vestito da Babbo Natale e con un sacco pieno di regali e vittorie.
Andrea M.
Articolo di Andrea Delbuono del 6/12/2004 delle ore 12:36
Settimana all’insegna dell’equilibrio nel bilancio vittorie-sconfitte. Un 2-2 che tranquillamente poteva essere un 1-3 come un 3-1, visto come alcuni risultati sono arrivati in maniera rocambolesca… ma buttiamoci subito nel resoconto delle gare.
New York vola in Georgia per sfidare gli Hawks e dopo un supplementare la spunta per 110-109 grazie anche ad un Antoine Walker stellare in quanto a… psichiatria. Eh sì, perché dopo una bomba di Jamal Crawford che porta a +2 i suoi a 3.2 secondi dalla fine, il buon ‘Toine si presenta in lunetta per prolungare ulteriormente la partita. L’ex-Celtic, però, dall’alto del suo 42% stagionale dalla linea della carità, sbaglia il primo libero. Time-out Atlanta e al giocatore viene chiesto di sbagliare il secondo tiro per sperare in un rimbalzo offensivo… ma Walker realizza! Punteggio fissato su quello finale con i Knicks che portano il cronometro alla fine. Ottimo Stephon Marbury che ne mette 32 con 12/12 dalla lunetta e sei palle rubate, oltre ad aver portato la gara all’overtime con i due liberi del pareggio a 2.4 secondi dalla sirena dei regolamentari. Ancora bene Nazr Mohammed, 22+15 e 9/13 dal campo, male Crawford che, a parte la bomba del vantaggio decisivo, fa 7/28 dal campo e 2/12 da tre. I Knicks arrivano poi a due vittorie oltre al 50% con il successo su Memphis al Garden. 90-82 alla fine, con New York che prende il controllo della gara prima dell’intervallo per merito di un parziale di 19-8 propiziato da 17 punti di Marbury: quattro triple in due minuti spaccano la gara in due, tanto che Jerome Williams alla fine dirà: “Ci ha gasato tutti: giocatori, pubblico… anche noi facciamo il salto di qualità se vedi il tuo leader farlo!”. Anche il NY Post ha parole d’elogio per Starbury: “Steph prende fuoco come può fare solo un all-star ed un leader”. Lo stesso Junk Yard Dog si scatena nel quarto periodo, quando i Grizzlies tentano di rientrare in partita: l’ex-Bull li ricaccia indietro con una striscia di sette punti consecutivi. Ancora “tiro al piccione” per Tim Thomas e Crawford: 2/14 e 4/14 rispettivamente dal campo. Bene invece Michael Sweetney dal pino con un 11+9. Partita da all-around per Trevor Ariza con 8 punti, 5 assists e 3 palle rubate in 26 minuti, anche lui partendo dalla panchina. Il successo contro Pau Gasol e compagni è il sesto consecutivo in casa in questa stagione: non succedeva dal febbraio del 2001 e di quella squadra sono rimasti i soli Kurt Thomas ed Allan Houston. Purtroppo questa è l’ultima gara settimanale in cui i rincalzi fanno bene. Contro Orlando, infatti, si ferma la striscia vincente casalinga (98-104). Ottimo tutto il quintetto, meno un Mohammed controllato bene da Kevin Cato, ma è proprio la panchina dei Magic che fa la differenza con 29 punti contro i solo 10 dei padroni di casa. La gara è equilibrata, con New York che va anche avanti a +10 ma che subisce un 16-1 all’inizio della ripresa; poi però nel finale decide Cuttino Mobley, al rientro da un infortunio. Oltre a 34 punti in 36 minuti uscendo dalla panchina, ruba la palla che poteva dare il pareggio a New York, complice una rimessa maldestra di Crawford che alla fine, davanti ai microfoni, si prende la responsabilità della sconfitta. La debacle è anche figlia di due errori di Marbury dalla lunetta a 47 secondi dalla fine: potevano essere i due punti del vantaggio, invece dopo una striscia di 52 liberi realizzati sugli ultimi 54 tentati, Steph li sbaglia entrambi. Non arriva purtroppo la riscossa la sera dopo, quando i Knicks volano a Charlotte contro una squadra dal monte salari di $21M (contro gli $82M di New York) e priva di Gerald Wallace. I Bobcats vincono 107-101, nonostante 41 punti di Crawford (season-high, 17/21 dal campo). E’ ancora la panchina a fare la differenza con i locali che surclassano gli ospiti, soprattutto il vecchio Steve Smith che ne mette 20. Chi vede il bicchiere mezzo vuoto, dirà che Crawford ha “sbarellato” nel finale con qualche scelta non azzeccata, ma senza i suoi 41 punti è più che probabile che la gara si sarebbe risolta a favore dei padroni di casa già prima dei 48 minuti regolamentari. Mohammed fa 15+17, Marbury 10+11, nessuno sfigura più di tanto in fase offensiva ma quest’ultima sconfitta ha riportato il bilancio al 50% e riproposto degli interrogativi abbastanza inquietanti. Concedere 107 punti ai Bobcats è davvero un brutto segnale, così come 109 agli Hawks. La difesa è da registrare al più presto, ma per Lenny Wilkens questo è sempre stato un tallone d’achille non di poco conto. Proprio nell’ultima gara si è visto come può un buon sesto uomo cambiare il volto di una partita. E’ stato Steve Smith, un veterano paragonabile per stile di gioco proprio ad Allan Houston, ovvero il desaparecidos bluarancio. Doveva rientrare proprio in North Carolina, ma alla fine è rimasto ancora in borghese. Come non citare ancora il NY Post? Marc Berman ha fotografato bene l’irritazione che sta montando al tifoso newyorkese quando si parla di H20. Il giornalista ha definito la situazione “ridicola”, perché il giocatore non può dire che sta aspettando di tornare il “vecchio Allan”, perché probabilmente quello non lo diventerà mai più. Con i compagni impegnati a vincere l’Atlantic Division, che regalerebbe la terza testa di serie in post season e primo turno con il favore del campo amico, il capitano non può più esimersi dal tentare il rientro, anche per dare una dimostrazione, un scossa, all’ambiente. Tra l’altro, non si chiede un rientro da 20 punti o chissà cosa, ma graduale e indolore… ma se questo ritorno non avviene mai, come si potrà trovare la forma in tempi medio-brevi? Si sperava che fosse riesumato dall’injury list sabato, ma ciò non è avvenuto e Houston ha addirittura parlato di due settimane ancora di attesa, ossia altre dieci partite circa. Onestamente un’eternità anche in ottica del lungo calendario NBA. Il risultato è che la panchina, riallacciandoci al titolo di questo report, ha stentato a portare punti in cascina, con Penny Hardaway che dopo buone prove è tornato nell’oblio, un Ariza che da rookie mostra la normale incostanza di una scelta numero 44 ed uno Sweetney che pare sempre sull’orlo di esplodere ma che sul più bello o viene sostituito o va in amnesia cestistica. Tornando al quintetto, fatta salva la costanza di Mohammed intaccata solo da uno specialista difensivo come Cato, Tim Thomas ha mostrato incoraggianti segni di risveglio, anche se pare che in spogliatoio qualche problema ci sia, se è vero che Marbury ha chiesto la sua sostituzione dopo due palle perse consecutivamente nel terzo quarto della gara contro i Magic… ma come al solito qui siamo ai “si dice”, ovvero ad un presunto labbiale di Steph verso la sua panchina. La gara contro i Bobcats è stata la prima di quattro trasferte consecutive che aspettano i Knicks: dopo Charlotte, infatti, si volerà a Memphis, New Orleans e Washington, per chiudere poi la settimana in casa contro Denver. Visto il risultato della prima, questo road trip può essere devastante, ma almeno la partita contro gli Hornets privi di Baron Davis, Jamal Magloire ed ovviamente di Jamal Mashburn, è più che abbordabile. Già più problematiche le gare nella Capitale e contro i Nuggets, mentre pare davvero difficile un successo contro i Grizzlies che hanno ritrovato serenità con il nuovo coach Mike Fratello dopo il ritiro di Hubie Brown per problemi di salute.
Andrea Delbuono


