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Quando il gioco si fa duro....
Articolo di Andrea M. del 23/01/2005 delle ore 20:41

Arriva il 2005 ma le prestazioni dei Nets sono sempre deludenti. Il mese di gennaio ha portato solo 5 vittorie e 6 sconfitte. Ma la notizia peggiore rimane legata al brutto infortunio accaduto a Richard Jefferson, che si è già sottoposto con successo all’intervento chirurgico che ha rimesso in sesto i legamenti della suo polso, ma che in ogni caso lo terrà fuori dai giochi per tutto il resto dell’anno.

Una stagione quindi compromessa per RJ, la cui assenza renderà difficile il cammino di tutta la squadra, che è vittima anche di un 2004 davvero sfortunato e gestito malissimo, che forse vale la pena di rivivere per capire meglio in che acque potranno continuare a navigare i New Jersey Nets.

Giugno
Finalmente, e purtroppo per i tifosi dei Nets, Bruce Ratner riesce a rilevare la proprietà dei New Jersey Nets. Ratner, che non ha mai nascosto le proprie intenzioni di spostare in futuro la squadra a Brooklyn impartisce a Rod Thorn le sue direttive in merito ad una politica di riduzione dei costi.

Luglio
Kidd decide finalmente di sottoporsi ad un intervento per risolvere i problemi del suo ginocchio e nel frattempo arrivano le prime vittime della gestione Ratner: Martin e Kittles finiscono rispettivamente a Denver e Los Angeles (sponda Clippers) in cambio di qualche scelta per i prossimi draft. Il gruppo arrivato in finale due volte consecutive si sfalda.
Ma la dirigenza dei Nets annuncia un promettente mercato di riparazione, che si concretizza con l’arrivo di giocatori al limite dalla mediocrità: Vaughn e Buford.

Agosto
Ecco che arriva la successiva barzelletta: i rimpiazzi per Kittles e K-Mart sono niente popò di meno che Ron Mercer ed Eric Williams. Iniziano i malumori e da parte dei tifosi che promettono meno abbonamenti e da parte di Kidd, che indignato da questa situazione fa circolare voci di malcontento e richieste di trasferimento.

Settembre
Cade un\'altra testa e questa volta è quella di Lucious Harris. Il malcontento è in parte sedato dall’annuncio del rientro di Alonzo Mourning.

Ottobre
Forse qualcuno inizia a capire che con un roster così povero sarebbe il caso di mettere sotto contratto un vice-Kidd, dotato di esperienza e possibilmente anche di talento. I Nets firmano Travis Best.

Novembre
Inizia il campionato e New Jersey parte, come da previsioni, piuttosto male. Perde inoltre, per infortunio, un altro elemento del quintetto base: il nuovo arrivato Ron Mercer gioca solo tre partite.

Dicembre
Jason Kidd anticipa leggermente i tempi di recupero e fa il suo ritorno sul parquet. Ma la musica cambia di poco in quanto i Nets continuano a collezionare sconfitte e si stabilizzano nei bassifondi della eastern conference.
I risultati sono evidentemente deludenti, il pubblico diminuisce progressivamente e la dirigenza deve per forza intervenire.

Ed ecco la mossa della disperazione: New Jersey sacrifica Alonzo Mouring, Aaron Williams, Eric Williams e due prime scelte per portarsi a casa una delle più controverse stelle della NBA: Vince Carter. New Jersey ha fatto una scelta difficile e molto azzardata, in perfetto stile Rod Thorn.
L’inversione di tendenza è finalmente arrivata: sono finiti i tempi in cui si doveva ingaggiare a tutti i costi un anti-Shaq e questa volta New Jersey rinuncia al reparto lunghi per puntare tutto sugli esterni.

A presidiare l’area ci saranno Jason Collins e Nenad Krstic, ovvero un uomo di difesa ed un rookie. La differenza dovranno farla per forza di cose Kidd, Jefferson e soprattutto Vince Carter. Dal suo esordio del 27 dicembre, contro Detroit, I Nets hanno raccolto solo sei vittorie e ben otto sconfitte, ma la colpa non è di Vincenzo, bensì di una squadra che stava cercando di trovare i giusti equilibri dopo tanti, troppi cambiamenti e situazioni sfortunate.

Jefferson ed Air Canada stavano dimostrando di poter convivere senza problemi, alternandosi nei ruoli di ala piccola e guardia, con Kidd che faceva il possibile per recapitare in quantità equa palloni giocabili. Per assurdo la miglior prestazione arriva nella sconfitta dell’otto gennaio contro i Magic.
Kidd riprende confidenza con le triple doppie, Carter e Jefferson sono i perfetti terminali per i suoi passaggi e Collins registra un exploit più unico che raro con 20 punti e 9 rimbalzi.

C’è sempre da fare i conti con una difesa piuttosto ballerina, ma i progressi sono buoni allorquando, nella gara successiva contro Detroit, Richard Jefferso si arrende definitivamente al dolore e decide che i legamenti di quel polso sinistro possono essere sistemati solo con un operazione. Ed ecco che quello che poteva essere un trio di meraviglie si riduce ad un duo.

Siamo si nuovo al punto di partenza: Carter rimpiazza Jefferson nello spot di spalla tecnica di Kidd, ma questa volta sono i lunghi a far preoccupare. Collins è un giocatore mono-dimensionale, più portato alla difesa ed al lavoro sporco che ad attaccare il canestro, e Krstic, nonostante alcune prestazione con un buon apporto offensivo, rimane pur sempre una matricola.

Il momento è difficile, la situazione deprimente ma proprio quando sembra non esserci un limite al peggio, Kidd esce con una dichiarazione che potrebbe infondere morale in tutto il gruppo. Il 13 gennaio annuncia definitivamente che non ha più intenzione di essere ceduto, e le sue affermazioni sono sottolineate per l’ennesima volta da Thorn. Una decisione positiva, forse influenzata dall’altrettanto positivo rendimento del capitano che nelle ultime sette partite ha una media di 16 punti, 9 rimbalzi e quasi nove assist.

Nonostante tutto, lo scenario di questi nuovi Nets, con Buford a sostituire Jefferson in quintetto, non è dei migliori e sembra tristemente simile a quello di Toronto delle passate stagioni. Un contesto perdente, allenatori mediocri, poco talento in campo e con tutte le responsabilità delegate ad una stella che sembra proprio non voler diventare campione. Il passato di Carter torna a far discutere e i dubbi sul suo potenziale riemergono. Ma ecco che Vincenzino, per una volta replica non a parole ma con i fatti: trascina i Nets alla vittoria contro Atlanta con 23 punti e 7 rimbalzi e si ripete due giorni più tardi contro i Bucks con 33 punti, 9 rimbalzi e nove assist.

Nell’importante sfida di division con i Celtics, il sicuro rappresentante dei Nets per la partita delle stelle di Denver, si conferma sempre più in forma e determinato con 25 punti e 7 assists. Si dice che è proprio nei momenti peggiori che i grandi sanno emergere ed Air Canada si è definito pronto a far parte, insieme con Kidd, di questo nuovo dinamico duo.

Se i due all star continueranno così, sfruttando anche il buon periodo di Rodney Buford, si potrà continuare a sperare, soprattutto considerando che il record dei Nets (15 V – 24 P) è incredibilmente vicino a quello di Philadelphia (18-21), leader dell’Atlantic Division.

Andrea M.



L'impero colpisce ancora
Articolo di Ale del 23/01/2005 delle ore 20:40

No, non siamo di fronte ad un remake del famoso film della saga di Star Wars.
Semplicemente la franchigia MLB dei New York Yankees, anche nota come "L'Impero del Male", ha concluso l'ennesimo affare di mercato che entrerà nella storia del gioco.

In data 12 gennaio 2005 è stata infatti ufficializzata la trade che permetterà ai tifosi dello Yankee Stadium di ammirare le gesta di uno dei pitcher che hanno segnato un'epoca nelle majors: Randy Johnson.

Dopo la stagione 2004 passata a predicare invano nel deserto (non solo figurato) dell'Arizona, "The Big Unit" aveva neanche troppo velatamente lasciato intendere che l'ipotesi di una sua cessione ad una squadra pronta a lottare per il titolo sin dal 2005 non gli sarebbe dispiaciuta.

Il contratto che lo legava ai D-Backs in realtà prevedeva una "no-trade clause" che quindi non avrebbe permesso ad Arizona uno scambio che coinvolgesse il lanciatore senza l'espresso consenso del giocatore.

Ma le strategie di mercato dei Bronx Bombers difficilmente in questi ultimi anni si sono piegate di fronte a cavilli giuridici o veti societari, e dove gli avvocati non sono potuti arrivare ci hanno pensato i dollari a mettere a posto le cose.

L'estensione contrattuale di 2 anni ottenuta da Johnson a circa 16 milioni di dollari a stagione ha definitivamente convinto il 5 volte vincitore del Cy Young Award a rinunciare alla sua clausola no-trade e a dare il proprio consenso per lo scambio.

Scambio che dunque è andato in porto, dopo una lunga attesa per l'approvazione del commissioner Bud Selig ed il passaggio delle visite mediche di tutti i giocatori interessati.

Se infatti un altro futuro membro della Hall of Fame raggiungerà la Grande Mela, quali saranno i giocatori dei quali Joe Torre dovrà fare a meno nel 2005?

Si tratta del pitcher partente Javier Vazquez, del giovane prospetto Brad Halsey e del catcher del futuro, come veniva chiamato nel mondo delle minors, Dioner Navarro.

Analizzando attentamente la trade dunque si può notare come la franchigia più vincente della storia della MLB si sia assicurata per tre stagioni uno dei lanciatori più efficaci e vincenti degli ultimi 20 anni, in età avanzata ma ancora in grado di lanciare 245 inning nella passata stagione con 290 strikeout ed un perfect game già entrato nella storia, rinunciando sostanzialmente a due giocatori delle minors e ad un partente di medio livello.

Brad Halsey e Dioner Navarro sono infatti due giovani promesse ma concretamente non hanno ancora dimostrato di valere un posto in una franchigia ricca di blasone come New York.

Halsey ha in verità avuto qualche occasione di mettersi in mostra nel 2004 visti i tanti infortuni che hanno falcidiato la rotazione degli Yanks, ma la pazienza di aspettare gli esordienti in una piazza ansiosa di vincere ogni anno come New York non è certo molta.

E' facile intuire quindi che in una squadra ricca di talento e dove i giocatori super-pagati abbondano, i due giovani provenienti dalle minors non avrebbero trovato il giusto spazio per esprimersi e maturare.

D'altronde è noto che la politica della franchigia del Bronx in questi ultimi anni sia quella di costruire il team su veterani collaudati e su stelle dal rendimento già consolidato da anni di esperienza MLB.

E poco importa se questi sono stati le bandiere ed i simboli di altre squadre nella loro carriera: i casi Jason Giambi, Gary Sheffield ed Alex Rodriguez ne sono un perfetto esempio; è una politica che potrà non piacere, che potrà rendere ancora più antipatici i giocatori con la divisa pinstripes, ma è un dato di fatto ed i tifosi avversari dovranno imparare ad accettarla.

Non meravigliamoci dunque se la scelta di puntare su un altro futuro membro di Cooperstown abbia significato perdere due possibili (ma non sicuri) ottimi giocatori ed un lanciatore acquisito l'anno precedente con importanti aspettative.

Se infatti l'occasione ai due ventenni sopra citati non è stata data, la possibiltà di dimostrare il proprio valore anche nella città che non dorme mai Javier Vazquez l'ha avuta.

Arrivato agli Yankees dopo 6 stagioni nei Montreal Expos, il pitcher destro ha dovuto ben presto rendersi conto di essere giunto in una franchigia nella quale il ricordo (ed il rimpianto) di giocatori del calibro di Roger Clemens ed Andy Pettitte era ancora molto forte, e la pressione per un lanciatore partente non era certo paragonabile a quella del Canada.

In 32 partite disputate l'ex-Expos ha chiuso con 14 vittorie e 10 sconfitte ma la sua media ERA (4.91) e le disastrose prestazioni nei playoff, soprattutto nella finale di AL contro i Boston Red Sox, hanno convinto la dirigenza di NY che il giocatore non poteva definirsi "da Yankees".

Fatte queste considerazioni lo scambio con Arizona appare dunque, per una franchigia che non ha nel bilancio un significativo problema, un clamoroso affare.

Tecnicamente, ed è questo l'unico aspetto che interessa agli Yankees, la trade è un autentico furto ai danni dei D-Backs; economicamente e dal punto di vista meramente gestionale Arizona ha ottenuto quello che voleva, cioè il considerevole alleggerimento del monte salari, la possibilità di reinvestire i dollari risparmiati per ritoccare il roster (Russ Ortiz, Shawn Estes, Troy Glaus, Shawn Green alcuni esempi) ed il ringiovanimento di un gruppo che dopo il titolo del 2001 aveva perso smalto e motivazioni.

Ovviamente in questo modo i New York Yankees vengono ulteriormente rafforzati proprio nel reparto, quello lanciatori, in cui avevano mostrato le maggiori lacune nel 2004, e le altre formazioni della lega non possono che preoccuparsi.

Gli ingaggi di Jaret Wright e di Carl Pavano avevano già fornito a Joe Torre un ricambio generazionale qualitativamente molto interessante, ma l'arrivo di Johnson rende la rotazione dei Bombers quasi illegale.

Se gli acciacchi non tormenteranno anche nella prossima stagione i pitcher partenti degli Yankees la rotation di New York dovrebbe essere questa: Randy Johnson, Mike Mussina, Carl Pavano, Kevin Brown, Jaret Wright.

Se l'anno scorso definivamo "truly scary" il line-up di Torre dopo gli arrivi di Gary Sheffield ed Alex Rodriguez, ora non possiamo che descrivere almeno come "quite scary" la rotazione a disposizione del manager italo-americano.

"The Big Unit" avrà il numero 41 ed è già stato presentato alla temibile stampa newyorchese, proprio nel giorno dell'arrivo del salvatore della patria Mets Carlos Beltran, altro obbiettivo di George Steinbrenner poi abbandonato proprio per concentrarsi sull'affare Johnson.

E lo stesso Johnson ha già avuto modo di fare conoscenza con l'aggressività dei reporter della Grande Mela, che a suo dire lo avrebbero infastidito all'uscita di un albergo provocando una reazione non proprio educata e composta del nuovo idolo della città.

Tutto questo, sommato ad alcune dichiarazioni non proprio benevole nei confronti della sua attuale franchigia da parte di Randy esternate nel corso della sua lunga carriera, hanno portato ad un'atmosfera abbastanza imbarazzante nella prima conferenza stampa del giocatore.

Giocatore che però, probabilmente consigliato dagli scaltri addetti alle relazioni con i media degli Yankees, ha esordito scusandosi per il proprio comportamento ed ammettendo che a tutta questa pressione metropolitana lui, a 41 anni, non è ancora abituato.

Ci si abiturà presto, il buon Randy, perché è un grande campione ed ama le sfide, ed in carriera le sfide le ha quasi tutte vinte.

Infine un ultimo consiglio: se vi capitasse di parlare con George Steinbrenner non ditegli che David Beckham è un maestro dei lanci, rischiereste di ritrovarvelo sul monte allo Yankee Stadium nell'Opening Day 2005...l'Impero del Male non ha limiti.

Ale



Carl(it)o's way
Articolo di Ale del 23/01/2005 delle ore 20:38

Dopo una corte durata circa due mesi i New York Mets sono riusciti ad assicurarsi il secondo elemento che dovrebbe, nei piani della dirigenza, interrompere il trend negativo che perseguita la franchigia dal 2000, anno in cui la formazione del Queen's raggiunse le World Series e venne battuta 4-1 dai concittadini Yankees.

Il giocatore in questione è l'esterno centro Carlos Beltran, uno dei free agent più ambiti in questa off-season visto il suo mancato accordo con il team di appartenenza, gli Houston Astros.

Nonostante i tentativi della formazione texana era nell'aria un prevedibile rifiuto da parte del giocatore riguardo ogni possibile offerta che sarebbe arrivata dalla dirigenza degli Astros perché si era intuito che Beltran voleva cambiare piazza ma soprattutto firmare il cosiddetto "career contract", il contratto della vita.

Proprio per questi motivi le squadre che più avevano bussato alla porta dell'agente di Beltran erano state le due compagini newyorchesi, l'una (gli Yankees) in cerca di nuovi "galacticos" da aggiungere alla collezione di stelle di George "the boss" Steinbrenner, l'altra (i Mets) con il disperato bisogno di riemergere dopo un paio di stagioni di assoluto anonimato.

In effetti Omar Minaya, General Manager dei Mets, il primo significativo colpo di mercato lo aveva già messo a segno impegnando diversi milioni di dollari nella scommessa Pedro Martinez, ma il reparto che non era ancora stato ritoccato era quello offensivo.

Ed allora quale miglior regalo da fare ai tifosi del Queen's, avrà pensato il GM, se non il giocatore che insieme ad Albert Pujols è stato il grande protagonista dei playoff 2004 nella NL?

Beltran infatti aveva iniziato la stagione passata con la maglia dei Kansas City Royals ma era stato ceduto a metà regular season agli Houston Astros, diventandone ben presto il trascinatore offensivo.

Non tanto in stagione regolare, che Carlos ha chiuso con 38 HR, 104 RBI, 42 basi rubate ed una media di .267, quanto nei playoff, in cui l'esterno degli Astros ha inanellato una serie di partite eccezionali trascinando Houston alla prima vittoria in una serie di post-season e poi ad un solo passo (mancato) dalle World Series.

I numeri e la continuità di Beltran in quel mese di ottobre sono stati fenomenali: 8 HR (pareggiato il record in post-season di Barry Bonds), 14 RBI, 6 basi rubate ed un'impressionante media battuta di .435 in 12 gare.

Probabilmente tutto il mondo delle majors si è fatto impressionare dalle prestazioni di Beltran in quel delicato momento della stagione, e le quotazioni del giocatore si sono impennate.

Il contratto che gli Astros gli hanno proposto per trattenerlo in Texas, un settennale da 100 milioni di dollari con opzione per l'ottavo da 14 milioni e buyout da 2, non è stato accettato dall'agente del giocatore, e dalle indiscrezioni trapelate nell'ambiente degli Astros e riportate dall'autorevole Associated Press sembrerebbe che il nodo gordiano sia stata la clausola "no-trade" richiesta dal giocatore.

Forse non sapremo mai se la notizia ha un fondamento reale ma soprattutto se la vera motivazione del rifiuto di Beltran sia stata questa, perché anche se il talentuoso esterno non avesse ottenuto la clausola ne avrebbe comunque ottenuto gli effetti a metà della stagione 2009 in quanto giocatore con permanenza nella MLB superiore a 10 anni di cui 5 passati nella stessa franchigia (la famosa regola dei 10 e 5 tanto amata dall'associazione giocatori).

Certo solo gli ultimi 3 anni e mezzo del contratto sarebbero stati sicuri dal rischio trade, ma l'impressione è che Carlito volesse ben altro.

Non sappiamo se qualcuno della sua famiglia o del suo entourage lo chiami o lo abbia mai chiamato Carlito, ma Beltran, proprio come nel bellissimo film con protagonista Al Pacino, ha ottenuto quello che voleva nella maniera in cui desiderava.

Un accordo del valore di 119 milioni di dollari per sette anni, con un signing bonus di 11.

La cifra è notevole e permette a Beltran di entrare nel ristretto club (10 i membri) dei firmatari di contratti da più di 100 milioni di dollari.

Il giocatore ha sicuramente ottenuto quello che voleva, ma i Mets?

In molti si erano già espressi negativamente sulla decisione di ingaggiare, puntando molto ed investendo molto, il non più giovanissimo Pedro Martinez, appagato dalla vittoria nelle World Series, già titolare di più di un riconscimento individuale ed in condizioni fisiche non del tutto convincenti.

Anche per Beltran dunque i detrattori dell'operazione si faranno (alcuni lo hanno già fatto) sentire per criticare la scelta di Minaya, non tanto per il valore del giocatore quanto piuttosto per le cifre alle quali i Mets si sono dovuti piegare per assicurarselo.

Il contratto è da bandiera della franchigia, da giocatore simbolo e trascinatore del presente e del futuro, da vero e proprio leader di una formazione destinata a vincere.

Le qualità del giocatore sono indiscutibili: switch hitter, battitore di potenza con grande timing contro le breaking ball ed ottimo swing, grande carisma e, visti gli ultimi playoff, strepitoso clutch hitter.

Ed è stato proprio questo l'elemento che ha convinto la dirigenza di New York a farne uno dei 10 giocatori più pagati di tutti i tempi: la speranza (o addirittura la convinzione) che Beltran risulterà decisivo nei momenti topici della stagione, negli autunni che proprietario e tifosi dello Shea Stadium si augurano di non trascorrere più davanti alla tv ad osservare gli odiati cugini fare strada nella post-season.

Le motivazioni poi non dovrebbero mancare: World Series mancate per un soffio, premi personali ancora lontani e squadra di primo piano da risollevare.

Non bisogna dimenticare che Beltran ha dalla sua anche un'età (27 anni) che può far pensare a dei miglioramenti tecnici soprattutto nella fase difensiva, in cui alterna grandi prestazioni e prese spettacolari da Top Ten di SportsCenter a brutti errori per eccessiva sicurezza o per esagerata ricerca della giocata sensazionale.

Indubbiamente però la cifra che i Mets sborseranno in questi anni è astronomica e potrebbe anche rivelarsi esagerata.

La pressione che si respira in una città come New York, fornita della stampa più feroce d'America e con una tifoseria che non segue eufemisticamente parlando i consigli della famosa poesia di Rudyard Kipling "If" riguardo le reazioni ai successi ed alle sconfitte, potrebbe essere un ostacolo non indifferente anche per una personalità forte come quella del nativo di Porto Rico.

C'è poi da considerare che nonostante New York si stia attivando sul mercato per convincere Carlos Delgado a vestire la divisa dei Mets nel 2005 (pronto per l'ex Blue Jay un triennale da 30 milioni di dollari), sono ancora diversi i ruoli in cui la franchigia del Queen's appare scoperta, o quantomeno non dotata di giocatori di livello pari a quelli di altri team in corsa per il titolo (Yankees, Cardinals e Red Sox su tutti).

E' soprattutto il reparto degli interni a mostrare delle lacune, perché il rendimento di Mike Piazza in prima base è ancora tutto da valutare e comunque potrebbe lasciare dei vuoti dietro il piatto, e la posizione di terza base, dopo la cessione di Ty Wigginton ai Pittsburgh Pirates nell'ambito dell'affare Kris Benson, sarà affidata al giovane, promettente ma inesperto, David Wright.

Anche il reparto esterni, arricchito dall'arrivo di Beltran, subirà un contraccolpo perché l'acquisto di un anno fa Mike Cameron verrà quasi sicuramente dirottato in esterno destro per far spazio al nuovo arrivato, andando a ricoprire il ruolo che nel 2004 fu di Richard Hidalgo, passato ai Texas Rangers e curiosamente già due volte predecessore di Beltran (era agli Astros che lo cedettero proprio per assicurarsi il neo Mets).

L'opinione di molti è dunque quella che Beltran, nonostante l'ottima post-season appena disputata, non valga quella cifra, che poteva essere spesa da Minaya per mettere le mani su un terza base di livello (Koskie, Beltre) e per rinforzare il pitching staff che soprattutto nel settore rilievi potrebbe rivelarsi deficitario.

Il GM però si è, ovviamente, dichiarato entusiasta dell'operazione appena conclusa e sicuro della bontà della sua scelta, accompagnando con sorrisi compiaciuti le prime, sprezzanti parole di Beltran da giocatore dei Mets: "Sono orgoglioso di far parte della famiglia dei nuovi New York Mets; li ho chiamati nuovi perché questa organizzazione sta andando in una nuova direzione: quella giusta, quella vincente".

Tanti auguri Carlito.

Ale



Knicks a picco
Articolo di Andrea Delbuono del 23/01/2005 delle ore 20:37

L’inversione di rotta non è arrivata ed un piccolo iceberg di nome Hornets ha dilaniato lo scafo. Si salvi chi può, la nave Knicks sta colando a picco ed il comandante Wilkens resta sul ponte (forse perché non si sta rendendo bene conto di cosa stia succedendo, maledetta arteriosclerosi? ndr).

Sei sconfitte nelle ultime sette partite giocate parlano da sole, il momento è sportivamente drammatico. Incredibilmente, con un bilancio di 17 vinte e 19 perse, si resta al vertice dell'Atlantic.

Gli alibi veri o presunti degli infortuni di Jamal Crawford, Penny Hardaway e Tim Thomas reggono fino ad un certo punto perché, fino a qui, New York ha sempre vissuto sulla lama del rasoio come ogni jump-shooting team che si rispetti, alternando ottime prove ad altre davvero sconcertanti. Poteva dunque arrivare il momento della striscia negativa e puntualmente si è presentato, sfasciando in due settimane le speranze e le poche illusioni dei tifosi.

Le sconfitte, nella vita e nello sport, portano a galla tutto il marcio che sta dietro anche alle vittorie, perché queste ultime lo mascherano. Oggettivamente, in fondo al cuore, anche i più ottimisti sapevano che dietro alla leadership della propria Division i problemi c’erano, pure troppi. Prima di affrontarli, però, andiamo a vedere cosa è successo in quest’ultima settimana sul parquet.

New Orleans si presenta al Garden come peggiore squadra della lega dal basso delle sole 3 vittorie in 32 partite. Ebbene, gli Hornets centrano il quarto successo stagionale (88-82). Solo Marbury e Jerome Williams (ancora in quintetto per l’assenza di Tim Thomas) degnano i presenti con una prestazione sufficiente, mentre il resto del roster è impresentabile. Wilkens ferma la rotazione a soli sette uomini, un po’ per scelta e un po’ perché obbligato dagli infortuni.

A sorprendere ancor di più è che la squadra di Baron Davis resta sempre avanti nel punteggio se non per meno di un minuto nel secondo quarto. Il resto è dominio degli ospiti, con Dan Dickau, non certo un fulmine di guerra, che umilia Allan Houston. Il NY Post, disperato quanto i lettori bluarancio, scrive: “E’ un momento terribile per essere un Knickerbocker”.

Se si perde con gli ultimi della classe, pare dunque scontato andare a Chicago e tornare con una L sul proprio tabellino contro dei Bulls mai così in forma dai tempi di Michael Jordan. Questa volta però i Knicks mostrano una pur minima reazione, ma se ti devi affidare al peraltro ottimo Trevor Ariza quale go-to-guy, vuol dire che non sei messo tanto bene.

Il rookie, per carità, risponde alla grande con 18 punti e 9 rimbalzi, ma si fa stoppare il tiro del vantaggio a 5 secondi dalla fine, azione su cui si innesta il canestro della vittoria di Eddie Curry sul contropiede generatosi (86-84). Proprio il centro dei Bulls, a fine gara, definisce la difesa interna dei Knicks “soft”.

“Abbiamo perso. I miei career-highs? non mi interessano se non vinciamo. Io sono così: se i miei numeri non servono per vincere, non contano veramente. Peccato per quell’ultima azione. Avrei dovuto fintare e prendere la linea di fondo, invece ho sbagliato il timing. Spero di ritrovarmi di nuovo in una situazione del genere perché so che non sbaglierei più” Ecco le parole di Ariza.

Velo pietoso sulla prova di chi dovrebbe mettersi sulle spalle la squadra, altro che un rookie scelto con la 44 e non ancora ventenne. Marbury ne mette 25 smazzando 10 assists, ma con brutte percentuali al tiro e senza incidere nel finale. Williams gioca solo 16 minuti per un infortunio; Mohammed ha problemi di falli e a Michael Sweetney gliene vengono fischiati sei in 19 minuti. La perla delle perle, poi, è che Houston è panchinato nel finale a favore di Mookie Norris, dato che il ginocchio torna a far male e Wilkens lo vede “troppo rigido su quell’arto”.

A New York, viste le sole due gare giocate, si è parlato e scritto molto, quindi noi non vogliamo essere da meno.

Partiamo dal vecchio argomento della squadra da 50% che Isaiah Thomas ha sfornato una decina di giorni fa. Alcuni l’hanno accusato di disfattismo, altri di essere realista. I suoi sottoposti hanno effettivamente storto un po’ il naso, perché in pratica li ha affossati. Zeke, alla fine della fiera, si è auspicato almeno di finire quattro vittorie sopra il bilancio di parità.

Marbury: “Credo che se siamo sani, possiamo essere meglio di così, ma ora ci sono troppi infortunati e penso che potremmo arrivare anche a 50 vittorie. Faremo di tutto per arrivarci… ma per cosa stiamo giocando? Per provare a vincere un anello o per fare soldi? Io so che sto giocando per il Titolo. Isaiah è stato realista perché per ora è come dice lui, ma noi abbiamo l’obbligo di migliorare” .

Wilkens: “Appena recupereremo gli infortunati non saremo più un team da 50%. Da coach devo porre come unico limite il cielo”.

L’alibi degli infortuni però regge fino ad un certo punto, perché i Knicks non hanno mai dato l’impressione di potersi staccare di dosso l’etichetta appicicatagli da Zeke, anzi, le parole del GM frullavano nella testa di parecchi addetti ai lavori da un paio di mesi.

Il problema più grave è la difesa. Lenny Wilkens, ripetiamolo ancora una volta, in un anno non ha dato un sistema difensivo alla squadra, debole sia quando è chiamata a difendere a metà campo, sia al rientro nelle transizioni.

I giornali newyorkesi non usano giustamente mezzi termini. Si passa da ottime gare (Denver, Orlando, Minnesota) a porcherie allucinanti (Cleveland, Boston, Dallas, Toronto, New Jersey, ora pure New Orleans): le prestazioni come quella contro gli Hornets portano al licenziamento di un allenatore, non solo in uno sport professionistico, ma spesso anche a livello di high school. Ad essere elastici, due o tre prove vergognose sono concesse, ma ormai con Wilkens si è abbondantemente oltre quota cinque.

Alla fine, però, il licenziamento del coach sarebbe come un’ammissione di fallimento da parte di Thomas ed onestamente non c’è molto sul mercato. Spariti Mike Fratello e Doc Rivers e con Phil Jackson che non prenderà di certo la squadra in corsa, resta il neo disoccupato Jeff Bdzelik, che potrebbe essere ben più della classica soluzione di ripiego.

Zeke, però, chiosa, quasi attendesse di aver un roster competitivo per tornare in panchina di persona con una squadra che gli piaccia… ma chi visse sperando…

Senza una “blockbuster trade” all’orizzonte, si andrà avanti così, finchè i contratti di Penny, Tim Thomas e Norris non saranno appetibili, entrando nell’ultimo anno di garantito. O almeno questo è per ora il pensiero più comune.

Diciamocelo francamente: il roster attuale non è competitivo.

Molti danno la colpa a Stephon Marbury che avrebbe dovuto guidare la squadra della sua città verso la terra promessa. Da solo? In NBA non si vince con un singolo giocatore, figuriamoci se con un esterno. Non migliorerà i compagni, ma quale playmaker lo fa, oggi, in NBA? Jason Kidd, Steve Nash (da testare però sul lungo periodo)… poi? Ci si può pure accontentare del terzo PM della Lega, visto che comunque è un miglior realizzatore rispetto agli altri due.

Chi si pensava che Steph avrebbe vinto l’Anello da solo, ha sbagliato fin dal principio. Occorre un lungo che spalleggi il nativo di Coney Island, poi si vedrà se è davvero il caso di gettargli definitivamente la croce addosso per ogni fallimento delle squadre che lo hanno avuto tra le fila.

Oggi non può di certo estrarre vino dalle rape. Tim Thomas avrebbe dovuto essere la chiave di svolta, ma ha fallito per l’ennesima volta, senza mezzi termini. Difende male, tira peggio e non attacca il canestro, basti pensare che Jerome Williams, con 340 minuti in meno giocati, è andato cinque volte in più in lunetta. Il buco in ala piccola è profondo.

Jamal Crawford, la polizza assicurativa per il ginocchio di Houston, sarà la classica boa di salvataggio già nel breve periodo, sperando che con il tempo migliori la selezione al tiro così da trasformarsi in una stella. Senza di lui, i Knicks sono 4-5, nonostante una partenza di 3-0 coincisa con buone prove di Houston. Con la flessione definitiva del capitano, il bilancio è caduto in negativo.

Il duo titolare dei lunghi vede Kurt Thomas sempre più logoro da troppe battaglie contro gente più grossa di lui. Attualmente sarebbe più un lussuoso backup che non un uomo da starting five. Nazr Mohammed è cresciuto, se non ha problemi di falli può pure risultare determinante. Sarebbe bello vederlo o accanto ad un’ala atletica o ad un big man. Insieme a Marbury e (si spera) a Crawford, Nazr occupa uno spot che può considerarsi ben coperto.

Altre note dolenti vengono dalla panchina. Oltre all’ottimo Jerome Williams, che un tuffo sulle prime file per recuperare una palla così da galvanizzare pubblico e compagni non lo nega mai, cosa passa il convento in quella che doveva essere il vanto dei Knicks?

In primis, due ex giocatori. Di Anfernee Hardaway, francamente, non ci va di parlare: probabilmente sta attendendo la pensione seduto in una veranda in qualche paesino nei dintorni di Memphis. Allan Houston è ormai altrettanto finito. Al momento, sta discutendo con lo staff medico sull’eventualità di fermarsi per qualche gara, ancora.

Sembra che giochi al rallentatore, tutti gli vanno via e pure il suo tiro non è più bello fluido, con parabola alta e morbida come quello di una volta; oggi è piatto, rigido, senza troppo arco. Dice che la colpa è del ginocchio che spesso gli fa ancora male, ma non risponde quando gli viene chiesto qualcosa che riguarda la meccanica di tiro, irritandosi.

Si dice che la colpa di questa sua involuzione sia di Charles Austin, medaglia d’oro ad Atlanta nel salto in alto, il nuovo personal trainer di H20. Ci si chiede: cosa c’entra un saltatore in alto con il basket? Cosa ne può sapere di uscite dai blocchi, contatti e tiri in sospensione?

Michael Sweetney paga i troppi centimetri che regala agli avversari diretti. Questo lo porta non solo ad avere difficoltà in attacco (sta cercando di costruirsi un tiro dai 2-3 metri cadendo all’indietro per ovviare al problema), ma ovviamente pure in difesa, il che lo porta a commettere troppi falli e, difettando pure il atletismo, la fatica è tanta. Il paragone con Elton Brand è ormai un'offesa per il giocatore dei Clippers.

Trevor Ariza, benché una sorpresa ed il canditato numero uno al titolo di “Steal of the draft”, è pur sempre un rookie scelto con al secondo giro. Principale (anzi, unico) terminale degli alley-up di Starbury, oltre all’atletismo che gli è sempre stato riconosciuto, si sta costruendo un discreto jump-shoot dalla media, tiro che già su queste pagine ci auguravamo mettere in repertorio la prossima estate. Invece il ragazzo sta evidentemente lavorando molto in palestra imparando in fretta, segno che i suoi margini di miglioramento potrebbero essere molto in là.

Vin Baker è uscito dalla rotazione di Wilkens se non per sporadici minuti, quindi resta in giudicabile. Bruno Sundov… chiedete a Flavio Tranquillo, se non ha abbandonato la telecronaca dopo averlo visto anche solo in panchina. Mookie Norris? Chi, quello che Guido Baratta prendeva come pietra di paragone per “se c’è Norris in NBA, allora Pozzecco ci può stare alla grande”?

Chiude Jamison Brewer, terzo PM che oscilla tra lista infortunati ed dodicesimo spot. Ingiudicabile, ma non diventerà di certo John Stockton e neppure il nuovo Bobby Jackson.

Il quadro, se siete arrivati fino qui nella lettura, è questo. Zeke, per quanto ci riguarda, ha ragione: jump-shooting team da 50%, forse +4, ma siamo lì. Arrivederci al prossimo report, se non vi siete stancati di leggere le solite storie di fallimenti ormai da troppi anni.

Andrea Delbuono






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