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Nets pronti alla rincorsa
Articolo di Andrea M. del 9/02/2005 delle ore 22:54

Incredibile ma vero, per una volta in questa stagione si può affermare che, per i Nets, le buone notizie sovrastano decisamente quelle cattive. Certo, la maggior parte riguardano i notiziari sullo stato di salute dei giocatori, ma in questo inizio di febbraio c’è anche qualcosa di più.

Cinque vittorie nelle ultime sette partite, e questo da solo è già un dato più che confortante. Ma se andate ad analizzare gli score di ogni singola partita, potrete vedere che Vince Carter è stato il miglior marcatore in cinque occasioni e, nell’ultima in particolare, assoluto protagonista grazie ai 41 punti (14 su 27 al tiro) con i quali ha steso Detroit. E la cosa bella è che questo season high è stato accompagnato anche da 11 rimbalzi.

Le prestazioni di Carter , e le sue giocate spettacolari (vedi schiacciata windmill contro Chicago), hanno esaltato tutto il gruppo, che per due volte consecutive ha visto cinque giocatori in doppia cifra.

E allora diciamocelo una volta per tutte: Vince è cresciuto, sotto tutti i punti di vista, perché così bene non aveva mai giocato, non solo ai Nets, ma anche a Toronto. E l’analisi non è riferita al suo rendimento offensivo, bensì alla sua completa presenza sul campo. Rimbalzi ne prende tanti e spesso va in doppia cifra, ma non è questo il dato più significativo perché l’ex Air Canada sta viaggiando a più di 5 assist a partita.

Così come era già successo a Jefferson, anche Carter ormai ha capito che quando andare a canestro è difficile sarebbe meglio andare a cercare il compagno più smarcato. Questa situazione si verifica spesso e volentieri quando le difese avversarie, che non possono permettersi una single coverage, decidono di raddoppiarlo e gli permettono di sfoggiare questa sua nuova abilità.

Nella settimana chiusasi il 31 gennaio Carter viene eletto miglior giocatore ad est, per merito dei 25 punti di media (con quasi il 50% al tiro) ma soprattutto dei 7,8 passaggi smarcanti per partita.

Il merito è sicuramente suo ma un aiuto è arrivato anche da Jason Kidd, che, impossibile negarlo, riesce sempre ad incrementare il rendimento dei compagni. Quando si parla del capitano, per associazione di idee, si pensa subito agli assist e, grazie ai 14 distribuiti contro Detroit Kidd scavalca finalmente una leggenda del calibro di Bob Cousy nella speciale classifica di categoria, piazzandosi al dodicesimo posto con 6.956, tallonando da molto vicino Tim Hardaway.

E continuiamo con le buone notizie: per una volta, per due giocatori che marcano visita (Scalabrine e Buford) ce ne sono altrettanti che guariscono. Planinic e Mercer sono finalmente tornati a far parte del roster attivo debuttando entrambi nella vittoria con i Pistons.

E Kidd ovviamente è uno dei più contenti del ritorno del croato: “fa sempre piacere sapere che c’è di nuovo qualcuno a coprirti le spalle. Adesso siamo al completo in ogni ruolo, speriamo solo che nessun altro si faccia male……”.

I Nets hanno finalmente un quintetto solido, che può permettere a Mercer un rientro lento e graduale grazie alle ultime buone prestazioni di Jacque Vaughn (16 contro LA e 23 con Chicago). Perfino il reparto lunghi, caduto in sofferenza dopo le partenze di Mourning e Williams , adesso torna a tirare un po’ il fiato. I ranghi si sono ampliati con l’arrivo di Donnell Harvey e Elden Campbell.

No, non avete capito male, stiamo parlando dello stesso Campbell che quindici anni fa debuttava con i Los Angeles Lakers, e che oggi potrebbe ancora essere utile a questa squadra.

Non è sicuramente l’affare dell’anno, anche perché 37 anni non sono proprio pochi, ma un centro con la sua stazza e soprattutto con la sua esperienza, oltre che garantire qualche minuto di qualità, ha ancora qualcosa da insegnare ai giovani Krstic e Collins. E poi sembra proprio che sia una consuetudine dei Nets, dopo gli esperimenti Mutombo e Mourning, affiancare un veterano alla giovani leve. Se non altro Campbell ha il buon senso di non lamentarsi se gioca poco.

Il suo debutto è avvenuto il I febbraio contro Chicago e da allora ha avuto una media di 11 minuti per partita, soprattutto spesi a fare a sportellate sotto canestro.

Per quanto riguarda Harvey invece, firmato con un contratto di dieci giorni, i dubbi sono un po’ più forti. Un bell’atleta che nelle ultime due stagioni ha visto poco il campo, ha avuto un rendimento altalenante e che ha addirittura vissuto un po’ di CBA. Ma se dovesse tornare ai livelli di Denver del 2003, ci sono buone probabilità che il suo contratto si allunghi e che diventi un cambio di lusso.

E se la scommessa dovesse andare persa, vorrà dire che Jabari Smith, ormai ripresosi completamente dall’infortunio alla caviglia dovrà fare gli straordinari, e la cosa di sicuro non gli dispiacerà. Così come non dispiacerà a Frank, se il ragazzo dovesse continuare a sfornare prestazioni come quella da 14 punti con il 100% al tiro contro Detroit.

Visto che la formazione, bene o male, adesso è al completo la palla è nelle mani di Lawrence Frank che dovrà necessariamente dimostrare di essere un Head Coach valido visto che, per sua stessa ammissione, fino ad adesso non ha ancora avuto l’occasione di dimostrarlo. La squadra ha avuto troppi cambiamenti e troppi infortuni che hanno mescolato di continuo le carte in tavola, fornendo degli involontari alibi al giovane allenatore.

Frank non si è mai nascosto dietro questi avvenimenti, dimostrando di avere l’approccio giusto. Da adesso, in particolare dalla sfida con una diretta rivale di divioson (Philadelphia), oltre alla mentalità deve portare alla squadra il necessario contributo tecnico e per aggiustare una difesa ancora un po’ troppo fragile, e per costruire dei validi giochi offensivi che, di questo siamo sicuri, Kidd e Carter sapranno sfruttare al meglio.

Andrea M.



Knicks: Il peggior mese della storia
Articolo di Andrea Delbuono del 9/02/2005 delle ore 22:53

Sospesi tra il presente ed il futuro, senza apparentemente sapere cosa fare. Tentare la rimonta nella disgraziata Atlantic Division o puntare alla lotteria? Probabilmente la risposta a questa domanda che ormai sta diventando un tormentone è già nella testa del General Manager Isaiah Thomas, ma per noi comuni mortali da questa parte dell’oceano, l’interrogativo resta aperto.

Nella settimana appena trascorsa New York ha finalmente messo fine ad una interminabile striscia perdente, non prima però di aver perso contro Phoenix al Garden: 133-118 alla fine, con i Suns che sparano da tre un 16/32 pazzesco. Quattro giocatori ospiti finiscono oltre quota 20 punti, ma i Knicks restano comunque in partita fin quasi alla fine.

Trevor Ariza e Jamal Crawford, infatti, ricuciono a più riprese gli strappi in allungo degli avversari, ma sul -5 nell’ultimo periodo, l’ennesima bomba di Joe Johnson ricaccia definitivamente indietro i padroni di casa, spegnendo sul nascere il canto “de-fense, de-fense” degli speranzosi tifosi. Crawford alla fine conterà 40 punti nel suo tabellino, così come Ariza piazza i suoi massimi in carriera a quota 21 punti e 11 rimbalzi (di cui 8 offensivi).

Coach Herb Williams è naturalmente soddisfatto del suo rookie: “Sono impressionato. Un paio di volte ha concesso un tiro facile da oltre l’arco, ma ha 19 anni e queste cose vanno perdonate, sono fisiologiche. E’ andato bene a rimbalzo, ha tirato in modo razionale, il suo livello di energia sul parquet è stato alto dal primo all’ultimo minuto. E’ giusto che abbia minuti per svilupparsi e fare esperienza”.

Il giocatore, però, non è contento: “Due partenze in quintetto, due sconfitte: non va bene. Sono contento di partire titolare, è ovvio, ma ve l’ho già detto: se perdiamo, vuol dire che non sono servito a nulla. Sto tuttavia imparando piccole cose di volta in volta ed è così che si migliora: stando in campo”.

Per il resto, problemi di falli hanno frenato per l’ennesima volta Nazr Mohammed, mentre Stephon Marbury ha chiuso con un mediocre 5/17 al tiro.

Allan Houston, intanto, si ferma di nuovo. Il ginocchio fa male e gli impedisce di giocare. Isaiah Thomas pare aver perso la pazienza con mister 100 milioni di dollari: “Penso che Allan debba prendere in considerazione l’ipotesi del ritiro. E’ un quesito a cui solo il giocatore stesso può rispondere ed è una buona domanda che voi dovreste fargli. Come organizzazione, noi continueremo a supportarlo, provando ad aiutarlo per recuperarlo. Tutti speriamo che possa tornare ad essere l’Allan che conoscevamo, ma realisticamente credo che dobbiamo iniziare a guardare in faccia alla realtà”.

La risposta di H20 non si è fatta attendere: “Non credo che qualcuno voglia il mio ritiro, ma credo che tutti vogliamo che questa situazione finisca. So che posso stare ancora bene e voglio continuare a giocare. Amo troppo questo gioco e sento che posso aiutare la squadra. La verità è che se hai un infortunio, devi dare al tuo corpo tutto il tempo necessario tempo per guarire (ancora? Ndr). So che sto guarendo e spero non sia una cosa che vada ulteriormente per le lunghe. Isaiah mi ha fatto capire che mi rivuole sano e non ritirato. Ci sono cose che al training camp non potevo fare, mentre ora ci riesco: vuol dire che sto migliorando anche se so che molti non ci credono”.

Il ritiro di Houston svuoterebbe il cap dal suo pesantissimo contratto solamente un anno dopo alla cessazione dell’attività agonistica, quindi quando si entrerebbe nell’ultimo anno di contratto.

Per un veterano che si ferma, se non altro ne rientra un altro: Penny Hardaway nella successiva partita contro i Cavaliers privi di LeBron James. E’ la gara che interrompe la striscia perdente a sette. 99-96 il finale con 22 punti a testa per Crawford e Marbury ed una doppia doppia per Mohammed, ma gli auspici non erano dei migliori se è vero che Cleveland si porta subito avanti 30-20 dopo il primo quarto e nel secondo va pure sul +16.

I fischi del MSG partono puntuali, ma New York riesce a reagire e ad andare avanti, con il culmine arrivato a 36 secondi dalla sirena quando Hardaway mette un jump-shot chiave. Zydrunas Ilgauskas, che fino lì aveva demolito i lunghi di casa ma che poi ha dovuto sedersi in panchina per lunghi tratti dato che Marbury l’ha costretto con le sue penetrazioni a qualche fallo di troppo, sbaglia il tiro del -1 e lì è Jamison Brewer che chiude dalla lunetta.

La chiave della vittoria è un’invenzione tattica di Williams che schiera per molti minuti Crawford, Marbury e Penny contemporaneamente, facendogli portare palla a turno, con gli altri due a tagliare sui blocchi dei lunghi per tiri spesso facili.

Proprio Penny, però, torna dopo solo una gara a tenere compagnia agli infortunati Houston e Tim Thomas per una distorsione ad una caviglia. Stessa sorte durante il match contro i Pistons per Ariza.

Con il roster ridotto ai minimi termini, i Knicks sprofondano a Detroit 91-61. l’1/10 da tre, i soli nove tiri di Marbury senza viaggi in lunetta ed il 5/14 di Crawford fanno di Brewer il migliore dei suoi con 8 punti dalla panchina.

Restando in casa-Pistons, Larry Brown è uno dei nomi più accreditati alla panchina dei Knicks in un futuro più o meno vicino, insieme a Phil Jackson. “Allenare i Knicks è sempre stato il “lavoro” dei miei sogni e ammiro molto Isaiah. Sono nato a Brooklyn e crescere a New York, da tifoso dei bluarancio, ha ovviamente avuto molta influenza su di me. Sono una persona della east coast, Red Holzman (allenatore dei due Titoli vinti nel 1971 e nel 1973, ndr) era il mio eroe. Ma ora sono a Detroit, voglio lavorare là e poi smettere. Non mi vedo come coach ancora per molto e non mi va di speculare sul lavoro altrui: giovani allenatori come Herb Williams e Michael Cooper meritano una chance”.

Il fratello di Brown, Herb, non esclude però che Larry possa non essere del tutto sincero: “Entrambi abbiamo sempre sognato di allenare nella nostra città. Per me è la metropoli più bella del mondo e vorrei finire la mia carriera là. Larry è un newyorker come me, tutti vorrebbero allenare il team di casa propria, ma non voglio parlare per lui”.

Dopo la gara contro i Knicks, il buon Larry ha pensato molto diplomaticamente di non presentarsi in sala stampa invocando un attacco febbrile, così da evitarsi le scontate domande sul suo futuro.

L’inizio del temutissimo viaggio ad ovest inizia nel peggiore dei modi, con una sconfitta a casa dei Clippers. 88-82, con i Knicks mai vincenti contro la squadra povera di Los Angeles da quando si gioca allo Staples Center, dal 1999 insomma. La gara è abbastanza equilibrata, ma alla fine New York commette il solito pasticcio, perdendo consecutivamente quattro palloni. Così, nonostante tutto il quintetto più il rientrante Penny in doppia cifra, Marbury e compagni si devono arrendere agli “steals” di Marko Jaric.

I Knicks tirano con il 52% dal campo ma incredibilmente perdono per aver tirato molto di meno. Ariza, nel giorno del suo ritorno nella sua città natale (preceduto dal ritiro della sua canotta numero 4 al liceo), domina il primo quarto ma il male alla caviglia che lo aveva messo in dubbio fino alla vigilia lo frena nel proseguo, consegnando ai locali la vittoria.

Il record al momento dice 18-25 e 13 sconfitte nelle ultime 15 giocate, senza contare che il mese di gennaio appena trascorso è stato il peggiore nella storia della franchigia con 2 vinte e 13 perse. Il roster è ridotto all’osso ed un decadale ad un Matt Carroll, specialista nel tiro da tre e che bene aveva fatto nelle leghe estive, non lo si dovrebbe più negare.

I dubbi se tentare di giocarsela fino in fondo o lasciare che la stagione vada rotoli per sperare in qualche pallina accomodante in lotteria restano. La speranza è che Zeke non si inventi qualche trade per alzare solo leggermente il talento del roster con un paio di giocatori scontenti tramite i prossimi contratti in scadenza per far momentaneamente contenta la dirigenza. Mai come in questi casi, la pazienza sarebbe la virtù dei forti o almeno di ci vuol migliorare una situazione disperata senza colpi di testa fini a se stessi.


Andrea Delbuono






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