Articolo di Ale del 18/04/2005 delle ore 00:15
Per i tifosi e gli appassionati di MLB di tutto il mondo non poteva esserci un ritorno migliore al baseball giocato dopo i lunghi mesi invernali di off-season. Un calendario che nell'Opening Day, o meglio nell'Opening Night vista l'ora prevista per il primo incontro della stagione, mette di fronte la squadra più vincente della storia del gioco ed i campioni in carica freschi di beffa perpetrata nei confronti di destino, maledizioni, sfortuna e leggende, è quanto di meglio le Majors potessero offrire per il loro ballo di debutto 2005. Tutto questo, e non solo, doveva essere ed in parte è stato New York Yankees-Boston Red Sox, primo capitolo della rivalità non solo sportiva tra le due metropoli della costa Est degli States, divise da pochi chilometri ma molto distanti come tradizioni, storia ed idee politiche.
Doveva essere innanzitutto il grande ritorno dei Bronx Bombers allo Yankee Stadium, teatro dell'amara eliminazione nelle Championship Series del 2004 e dell'entrata nella storia dei padroni di casa, per una volta, dalla parte sbagliata. E l'accoglienza del popolo pinstripes nei confronti della nuova edizione dei propri beniamini intenzionati a riportare nella Grande Mela un titolo che manca ormai da cinque anni è stata delle più calorose: ballpark completamente esaurito ed atmosfera, dovuta anche ad un clima quasi autunnale, simile a quella di post-season. L'impressione è che la fame di vittoria della città che non dorme mai sia tornata quella di un tempo, quella del periodo relativamente magro dell'era pre-Joe Torre, e che tutti i successi arrivati durante la gestione del manager italo-americano non abbiano intaccato l'amore per il gioco e l'attaccamento alla squadra dei newyorchesi. C'era però molta attesa anche per scoprire quale accoglienza sarebbe stata riservata ai grandi avversari degli Yankees, quei Red Sox per tanti anni derisi a causa della mancanza di vittorie ed ora presentatisi nel Bronx con l'anello al dito e senza quel complesso di inferiorità maturato in lustri di dominio Bombers. Ovviamente gli striscioni inneggianti Babe Ruth e relative maledizioni sono stati riposti, ed anche i cori ("who's your daddy?" per fare un esempio) indirizzati per anni nei confronti delle stelle di Boston hanno subito delle variazioni per via del fervido mercato MLB, ma la sana ironia dell'upper deck dello Yankee Stadium non ha comunque deluso. "1918-2004-2090: bet on it!" è solo uno dei riferimenti dei tifosi di casa a quella che, sperano a NY, sarà l'attesa per un altro titolo dei Red Sox. La sfilata dei fans e dei personaggi illustri allo stadio (Billy Crystal, Regis Philbin per fare alcuni nomi) è stata però solo il contorno ad una serata che sul campo prevedeva lo scontro sul monte tra due dei più grandi pitcher dell'era moderna, i due grandi amici ed ex compagni di squadra a Phoenix Randy Johnson e Curt Schilling. Per il mancino 42enne, 5 Cy Young Award ed un titolo di MVP delle World Series vinto proprio con l'amico "Schill", questo era un esordio; sì perché anche a 40 anni suonati si può esordire, nel tempio del baseball americano dove "The Big Unit" aveva già giocato, e bene, da avversario, ma mai come pitcher partente degli Yankees. Purtroppo, ed è questo forse l'unico rammarico per questa serata del tutto speciale, la grande sfida con Schilling non si è potuta concretizzare a causa delle non ancora perfette condizioni della caviglia destra del lanciatore di Boston, operato subito dopo i playoff e non ancora ristabilito per una gara MLB. Al suo posto per sfidare il line-up di Joe Torre Terry Francona ha mandato un altro personaggio che nella Grande Mela conoscono bene, quel David Wells protagonista di tante vittorie con la maglia degli Yankees ma anche di svariate polemiche con dirigenza ed ambiente. La sua biografia ed i suoi comportamenti fuori dal diamante non sempre ortodossi lo hanno reso un assoluto idolo di tifosi e giornalisti, una fonte di ispirazione e di notizie dalla quale attingere sempre chicche di inestimabile valore; una su tutte l'ormai storica dichiarazione di parziale ubriachezza in occasione del perfect game lanciato proprio in maglia Yanks. Ma la parata di stelle non si fermava certo al solo monte di lancio, perché sia Torre che Francona potevano contare su nuove importanti acquisizioni da testare in questo match. Il manager dei Red Sox è stato quello che ha osato di più, schierando non solo il nuovo short-stop Edgar Renteria ma anche l'esterno centro, dirottato in campo destro, Jay Payton, battitore destro in grado di leggere meglio i lanciatori mancini e difensore più mobile di Trot Nixon. Joe Torre invece è tornato alla tradizione, con Derek Jeter lead-off ed il nuovo seconda base Tony Womack schierato come ultimo battitore, relegando il vecchio "amore" Tino Martinez in panchina ed affidando il ruolo di clean-up al switch-hitter e prolifico battitore designato Ruben Sierra. Come ampiamente lasciato intendere dalle interviste del pre-partita Randy Johnson non si è fatto intimidire particolarmente dal fascino della "Scala del baseball", ed ha iniziato lanciando come sempre ha fatto in carriera, facendo quello che sa fare meglio e per cui è stato chiamato a NY: già due K nel primo inning, vittime lo spaesato Renteria e l'odiatissimo, dallo Yankee Stadium, Manny Ramirez. Anche David Wells, che per l'occasione sfoggiava un princpio di barba invece del solito folto pizzetto, è partito con il piede giusto, ed a metà del secondo inning si è trovato anche in vantaggio nel punteggio. Infatti nella seconda ripresa The Big Unit è stato toccato duro da un doppio del solito David Ortiz, vero e proprio spauracchio per la città di New York ed incontrastato dominatore degli incubi dei bambini newyorchesi (della serie "se non fai il bravo mamma e papà ti daranno in pasto a Big Papi..."); alla prima apparizione al piatto della partita ed anche al primo duello in assoluto con il terzo pitcher della storia per strikeout realizzati, Ortiz ha trovato una linea fulminante che ha passato gli interni per finire nel dead corner destro del campo, permettendo all'imponente battitore di arrivare in seconda base non senza qualche impaccio nella corsa. Lo spettacolo però era solo all'inizio, perché quando Kevin Millar ha incontrato una slider di Johnson facendo gridare quasi tutti all'HR, Hideki Matsui si è cimentato nel più classico dei fuoricampo rubati eliminando al volo oltre le recinzioni il battitore dei Sox. Inutile descrivere l'esplosione dello Stadium, come inutile descrivere la soddisfazione successiva di Jay Payton nel mettere a segno il primo RBI dell'anno con la sua nuova maglia in un'occasione così importante. E' infatti stato di Boston il primo punto dell'incontro, ma il vecchio Randy non si è certo fatto intimorire ed ha chiuso l'inning con sicurezza. Chi invece dopo un discreto inizio si è spento gradualmente è stato Wells, che prima non ha potuto evitare la sacrifice fly dell'esperto Bernie Williams per il pareggio, poi si è dovuto inchinare ai due doppi consecutivi della coppia Jeter-Sheffield che hanno dato il vantaggio ai padroni di casa. L'attacco di Boston non ha più prodotto nulla di buono, con Johnson che prendeva le misure di Ortiz ed ipnotizzava un distratto Ramirez, con Renteria che cadeva in sanguinosi doppi giochi e commetteva anche grossolani errori in difesa. La serata dei Bronx Bombers e di "Godzilla" Matsui in particolare invece proseguiva in discesa, con il nipponico battitore di Torre che portava a casa il 3-1 e metteva pressione a Wells protagonista addirittura di un balk (fallo di pedana del lanciatore) che a basi piene costava il punto dell'1-4. La sostituzione del mancino ex Padres si concretizzava nel quinto inning, ed il rilievo Mike Myers usciva bene da una situazone delicata, basi piene un solo out, con una rimbalzante facilmente girata in doppio gioco. "The Big Unit" continuava il suo show (6 K in tutto) ma concedeva una piccola chance di rimonta agli avversari, che nella persona di Jay Payton avevano la possibilità di centrare un insperato pareggio nel sesto inning: una base ball ed un singolo di Jason Varitek mettevano con due out i corridori agli angoli, e Payton rappresentava dunque il potenziale punto del pareggio. La solidità e la sicurezza di Johnson però non tradivano i 55000 dello Yankee Stadium, e l'esterno di Francona era costretto stavolta ad un'innocua grounder che chiudeva l'inning. La partita sostanzialmente si chiudeva qui, perché il bullpen dei Red Sox non si dimostrava all'altezza ed i Bombers potevano dilagare con facilità grazie ai singoli di Alex Rodriguez ed al fuoricampo da 2 punti del rovente Matsui. Nel finale il ritorno al piatto di Tino Martinez generava un boato simile a quello riservato all'uscita dal campo di Johnson, autore di una solidissima partita e lanciatore vincente della gara. Il finale di 9-2 è eloquente ma va preso come il primo di una lunga serie di incontri che vedranno opposte le due formazioni, addirittura 6 volte nelle prime 9 giornate di regular season. Il primo parziale bilancio parla del solito dominante Randy Johnson, che se supportato dall'attacco potrebbe realizzare una delle sue migliori stagioni di sempre se non altro dal punto di vista statistico; di un David Wells forse non ancora in condizione per essere lo spot starter di una formazione che punta al titolo; di un Edgar Renteria che dovrà migliorare molto il suo atteggiamento in campo e la sua attenzione al piatto per non far tornare alla mente dei tifosi di Fenway Park Orlando Cabrera se non addirittura Nomar Garciaparra; della necessità per Boston di riavere in roster un personaggio carismatico ed un vero leader come Curt Schilling per tornare ad essere la formazione devastante del 2004. Certo però un solo incontro è veramente troppo poco per formulare giudizi e dare il via a processi sommari, perciò attendiamo la fine di questa serie se non addirittura di quella a Fenway Park della prossima settimana per dire chi tra le due grandi duellanti è partita con il piede giusto
Ale
Articolo di Andrea Delbuono del 18/04/2005 delle ore 00:12
L’ennesimo viaggio ad ovest si è chiuso con un altro bilancio negativo. Le zero vittorie ottenute a fronte delle quattro sconfitte incassate hanno definitivamente spento quel flebile lumicino di speranza di approdare ai playoffs e la stagione dei Knicks può ritenersi virtualmente chiusa a poche gare dal termine.
New York, per qualche giorno, aveva illuso i tifosi più ottimisti, visto il modo in cui, prima del “western trip”, aveva annientato i Boston Celtics, leader della propria division. 107-82 per gli uomini di coach Herb Williams ed uno spirito guerriero da veri Knickerbockers. A dire il vero, la supponenza che attanaglia un paio di uomini vestiti di biancoverde hanno fatto sì che l’orgoglio newyorkese si accendesse, visto come i signori Davis Ricky e Pierce Paul hanno provocato fin da subito avversari e pubblico. Proprio Davis ha acceso la miccia, alzandosi dalla panchina durante dei tiri liberi per inveire contro Jamal Crawford con un “Sei solo spazzatura”. La risposta di Stephon Marbury non si è fatta attendere: “Posa il tuo *biiip* sulla panchina e taci”. Tecnico per entrambi e si ricomincia, ma la bava sta già colando dalla bocca dei padroni di casa, assetati di vendetta. E’ quindi la volta di Pierce che, vistosi fischiato un fallo sul Tim Thomas e frustrato dalla difesa dello stesso su di lui (alla fine solo 5 punti a segno, minimo stagionale), inizia a protestare andando a muso duro sulla faccia dell’avversario. Thomas replica, al che il celtico alza le mani spintonando il contendente, prima che Gary Payton lo porti via (no, dico, The Glove che ferma una baruffa?!? Ndr). Alla fine della gara si conteranno sei tecnici in una partita che ha visto i Knicks praticamente in totale controllo fin dall’inizio e con un parziale di 19-1 nel secondo quarto che ha in pratica deciso il resto della contesa. Crawford, nonostante gli “apprezzamenti” di Davis, ha sfornato un’altra remix in faccia alla difesa schierata degli ospiti per poi chiudere con 7/12 dal campo. “Ci avevano battuto tre volte quest’anno ma questo non li autorizza a venire a casa nostra ad insultarci”. Anche Tim Thomas alla fine dice la sua: “Questa non è MTV: è basket. Se non sei Gary Payton, non puoi fare il Gary Payton (riferendosi a Pierce ndr)”. A parte Crawford, tutti fanno il loro dovere soprattutto in difesa e dalla panchina spiccano Trevor Ariza (14 punti più 6 rimbalzi) e Maurice Taylor (13 più 10). Nel tanto garbage time di fine gara (questa, sì caro Ricky, davvero spazzatura), Jackie Butler sfrutta ancora a dovere i pochi minuti a sua disposizione mettendo 6 punti. Purtroppo, però, si parte per l’ovest ed arriva la prima scoppola a Seattle, dove i Sonics si impongono 109-101 dopo un supplementare. E’ Tim Thomas a pareggiare a 9 secondi allo scadere dei regolamentari con una bomba spezzando un raddoppio, poi l’omonimo Kurt stoppa l’ultimo tentativo di Rashard Lewis. Partita equilibrata fin lì, però nell’overtime i tiri dei padroni di casa entrano, quelli di New York, no: è questa l’unica differenza, dato che, in pratica, sul piano tecnico/tattico, le cose vanno come nei 48 minuti precedenti. Ottimo Marbury a quota 31, bene pure Michael Sweetney con una doppia-doppia in punti e rimbalzi (12 e 10). Si ci presenta dunque a Portland, la sera dopo, con le più classiche delle pive nel sacco. Il 96-103 che ne consegue è figlio anche della stanchezza, ma è tutto l’impianto difensivo a scricchiolare se è vero che Travis Outlaw mette 17 punti in 25 minuti di impiego. Capro espiatorio, Crawford, teoricamente il suo custode e tornato ai “fasti” della sparacchiatura con 3/12 dal campo, di cui 2/9 da tre. Tim Thomas è l’unico che cerca di tenere a galla i suoi ed infatti finirà con 30 punti a referto, ma coach Williams commette quello che è parso a tutti un errore, ossia panchinarlo dopo aver commesso il quarto fallo, nel momento in cui stava letteralmente dominando. Il colpo di grazia alle speranze bluarancio arriva, infatti, in quegli 11 minuti di panca, vanificando così la doppia-doppia di Marbury (21 punti e 10 assists). Tocca quindi ai rinati Warriors passeggiare sui demoralizzati Knicks. 108-100 per Baron Davis e compagni, nonostante altri 31 punti di Marbury ed un Kurt Thomas da 12 punti più 14 rimbalzi. New York parte bene e va pure a +11, ma un parziale di 13-2 riporta in partita i locali. Crawford, visto in confusione dal suo coach, è fatto accomodare in panchina per molti minuti nel secondo tempo e con Jermaine Jackson al suo posto New York profonda da -3 a -11, senza riuscire più a riprendersi. “Ad essere onesti, sono confuso e quando sono in campo da playmaker, spesso finisco per pensare troppo, rallentando di conseguenza la fluidità dei nostri giochi”. Dirà alla fine JC, ma Starbury corre in suo aiuto: “Il mio consiglio? Nel dubbio, tira!”. Non ne avevamo dubbi, Steph! Si apre dunque una nuova diatriba a proposito dell’utilizzo di Crawford, dato che se prima si voleva dare più spazio a Marbury in fase realizzativa più che di impostazione di gioco, ora il problema pare inverso perché si finisce per limitare il talento e l’iniziativa dell’ex-Bull. Spesso, infatti, lo si vede aspettare la spicchia al di là dell’arco dei tre punti, mentre Marbury evoluisce dentro l’area. Crawford, però, non è un tiratore piedi a terra, ma un all-around shooter capace di crearsi un tiro dal nulla. Williams comunque punta di più il dito sulla difesa che non sull’attacco quando si parla di JC: “Chi non gioca in difesa, verrà sostituito e lo farà qualcun altro al suo posto”. Carichi di dubbi assortiti si arriva all’ultima tappa del viaggio, Los Angeles, sponda Lakers: 107-117 nonostante 45 punti di Marbury, a cui ha aggiunto 10 assists, 6 rimbalzi e… 6 palle perse. Addirittura ne mette 34 nel secondo tempo, ma non basta, così come è inutile un Kurt Thomas che timbra il suo ennesimo bel cartellino con 18 punti e 15 rimbalzi. Decisivo un parziale dei lacustri di 16-4 nel secondo periodo. New York, da lì, rientra solo fino a -5, senza terminare la rimonta. Male Sweetney con solo 2 punti in 19 minuti e pure Tim Thomas con 5 in 23’. I numeri di questa gita ad ovest sono desolanti. Prima di imbarcarsi per il viaggio, infatti, i Knicks avevano tenuto gli avversari sotto quota 100 punti per otto partite consecutive, ed il bilancio delle ultime 16 diceva 10 vinte e 6 perse. Nelle ultime quattro si è concesso invece una media di 109 punti con una percentuale al tiro del 48%. E’ dunque emerso il vecchio problema, ossia la difesa. Malik Rose è ovviamente consapevole della situazione: “Sappiamo qual è stato nostro problema: non abbiamo difeso come nelle ultime gare. Se vogliamo essere positivi, però, è incoraggiante sapere che è una questione che noi possiamo controllare, ossia che dobbiamo difendere meglio”. Alla fine della fiera si può notare che contro le squadre delle Western Conference, a casa loro, il bilancio è 3-12, dopo il 2-12 dell’anno passato. Quest’anno le tre vittorie sono arrivate contro i derelitti Hornets (passati dall’altra parte, per quello vi è una partita in più nel computo globale rispetto alla stagione passata), i Jazz ed i Rockets con il famoso canestro di tabella di Crawford sulla sirena. Si può dunque dire che non ci sono stati miglioramenti rispetto al passato se si parla di confronti con l’ovest. Teoricamente, New York, con un bilancio di 29-41, potrebbe ancora portarlo al 50% vincendo tutte le rimanenti 12 gare, sei delle quali in trasferta ed altre sei contro squadre dal bilancio vincente. Marbury non può far altro che dire di crederci ancora: “Penso che l’approccio giusto sia quello di continuare a giocare duro ed al massimo. E’ dura farlo quando vedi che le cose ti stanno scappando di mano, ma allo stesso tempo, l’unica cosa è appunto continuare a giocare e provare ad invertire la tendenza negativa”. Frasi di circostanza a parte, è davvero l’ora di pensare alla lotteria, visto pure che si potrebbero recuperare qualche posizione “verso il basso” così da avere qualche pallina in più in lotteria. Non casualmente, infatti, i giornali della grande mela si sono messi a fare scouting report, non lesinando inchiostro. Escludendo l’unico centro degno di questo nome che andrà via presumibilmente con la numero uno, Andrew Bogut, ci si è concentrati sugli swingmen Marvin Williams, definito il nuovo Tracy McGrady (?!?), e Rudy Gay, una sorta di Vince Carter(?!?-bis). Poi ancora Chris Paul e Deron Williams, ma francamente di playmaker, a meno che non parta Crawford magari per Ron Artest, se ne parlerà con il secondo pick a disposizione. Sono girati pure i nomi degli spagnoli Fran Basquez e Rudy Fernandez, oltre al nostro Bulleri. Come al solito, quando c’è da “inventare” per riempire le pagine, sotto la Statua della Libertà non si è secondi a nessuno. Passando al futuro allenatore, Jeanie Buss, figlia di Jerry owner dei Lakers e fidanzata di Phil Jackson, si è detta “assolutamente convinta” che il suo amato sarà il prossimo coach dei Knicks
Andrea Delbuono


