Articolo di Max Giordan del 2/09/2005 delle ore 01:09
Da sempre Yankees è stato sinonimo di grande potere finanziario e di grandi vittorie. All’inizio di ogni stagione è praticamente impossibile non inserirli nell’elenco delle candidate alla vittoria finale. Indubbiamente la storia e il blasone la rendono una delle squadre di baseball più conosciute al mondo, se non la più conosciuta. Ma come per qualsiasi sport che si rispetti, anche in questo vale la famosa regola per cui in campo non vanno i trofei vinti ma i giocatori presenti al momento. Ed è da qui che è necessario partire per provare a capire il perché di quella che si annuncia una delle più difficili stagioni dei New York Yankees.
Grandi sono stati gli sforzi della dirigenza per cercare di sopperire a quelle che erano state le mancanze, soprattutto mentali, che avevano portato a quella debacle. Innanzi tutto il ritorno dopo la brutta faccenda legata al doping di una sicurezza nel box di battuta come Jason Giambi. Molti erano i dubbi, sia morali che di tenuta atletica, che avvolgevano il prima base di New York. Usciva da una vicenda molto travagliata che non aveva sicuramente fugato tutte le incertezze create attorno al giocatore. La società non si è fatta intimorire, ha creduto in lui e lo ha reintegrato appena possibile. Scelta probabilmente discutibile dal punto di vista di immagine ma sicuramente giusta per quel che riguarda il rendimento. Giambi, insieme a Hideki Matsui, rappresenta la speranza per il futuro prossimo degli Yankees. Sono i due giocatori che in questo momento continuano a far coltivare ai tifosi le speranze di accaparrarsi un posto in post season. Da considerare anche il fatto che durante il mercato estivo non erano stati di certo risparmiati dollari, anche se probabilmente quest’anno spesi in modo meno efficace del solito. Era stato individuato nella mancanza di continuità della rotazione di partenti dello scorso anno uno dei problemi fondamentali e per questo gran parte del quasi illimitato budget era stato investito per l’ingaggio di uno dei migliori starter presenti sulla piazza: Randy Johnson. Sarà l’età, sarà un problema di ambientamento su una piazza notoriamente difficile, ma neanche Johnson ha portato quella compattezza e solidità che gli si chiedevano, tanto che negli scorsi mesi si è dovuti nuovamente ricorrere al mercato e far tornare a New York una vecchia conoscenza come Al Leiter, lo scorso anno sulla sponda opposta della Grande Mela. Certo è che neanche la mediocre stagione di uno dei migliori pitcher della scorsa annata, Carl Pavano con le sue sole 4 vittorie, ha aiutato la formazione di Joe Torre ad uscire definitivamente da quel tunnel di discontinuità nella quale era entrata ad inizio campionato. Al di sotto delle attese anche le medie dei battitori. Jorge Posada (.251 con 15 HomeRun), Bernie Williams (.259 con 12 HomeRun) e soprattutto i nuovi non stanno offrendo quel contributo decisivo al quale ci avevano normalmente abituato. E tutto questo si ripercuote innegabilmente sui risultati globali. La squadra soffre. Non riesce ad inanellare serie di vittorie che possano dare il passo decisivo per puntare seriamente al primo posto della American East, anche perché Boston non sembra avere nessuna intenzione di mollare un colpo e francamente dà un’impressione di maggior solidità e freschezza atletica nonostante un difficile inizio. Sembra che ormai l’ultima speranza per allungare la stagione fino ad ottobre sia quella di curare al massimo la classifica Wild Card nella quale riescono ad oscillare tra il primo e il terzo posto ma senza allontanarsi mai più di una o due partite dai diretti avversari, Oakland che sembra in lieve flessione dopo un’incredibile rincorsa agli Angels e Cleveland che con l’avvicinarsi del termine della stagione pare aver trovato un improvviso smalto atletico che potrebbe rivelarsi fondamentale per il duello finale. Articolo realizzato da Pelato per www.playitusa.com
Sicuramente difficile è stato per tutto l’ambiente, società e tifosi, provare a dimenticare la grande batosta subita dai leggendari rivali dei Red Sox nella finale di lega dei play off 2004: avanti tre partite a zero, subire quella clamorosa rimonta ha minato la grande fiducia che c’era intorno a tutta la squadra, la quale fino a quel momento aveva pressoché dominato sia la sua conference sia le partite di post season fin lì disputate.
Max Giordan
Articolo di Max Giordan del 2/09/2005 delle ore 00:34
Cosa sta per succedere ai New York Knicks con l'arrivo in città del migliora allenatore NBA, Larry Brown?
"Per me si va nella città dolente, per me si va ne l'etterno dolore, per me si va tra la perduta gente". Questo avvertimento potrebbe essere staccato dal portale dell’inferno dantesco, per essere affisso direttamente sopra l'imboccatura del Lincoln Tunnell, direzione New York City. La "città dolente" è quella con il mercato più grande d'America, con uno dei monte salari più esorbitanti della Lega, e con un record perdente dal 2002, senza un titolo addirittura dal 1973 (e il dolore dunque, se non è eterno, è per lo meno molto molto longevo). La "perduta gente" sono i tifosi, che da anni sognano una bella parata sulla Fifth Avenue, che passi magari anche sotto l'Olympic Tower per farsi benedire da Stern I, che sarebbe indubbiamente molto contento per il successo della città più ricca del suo papato. Tornando un attimo alla realtà, ora la situazione nella Grande Mela sembra essere cambiata, e in meglio, da quando il General Manager Isiah Thomas ha smentito chi leggeva negli oroscopi della franchigia un suo salto della quaglia, dalla poltrona in pelle umana di General Manager al legno di pino della panchina più scomoda d'America (con buona pace dei californicanti gialloviola, in cui comunque tutto è glamour, tutto è entertainment). Quando si è reso ufficiale il divorzio tra Larry Brown e i Detroit Pistons, Zeke ha subito colto la palla al balzo, decidendo di non rinnovare il contratto con l'interim coach Herb Williams e di offrire un ingaggio che chiamare faraonico è dire poco, all'ex playmaker di Denver nella ABA. Nelle scuole di giornalismo insegnano che "cane morde uomo" non è una notizia, mentre "uomo morde cane" lo è. Se mai dovessero istituire una scuola per giornalisti NBA, dovrebbero cambiare leggermente i parametri del precetto: "Larry Brown lascia la squadra che stava allenando" non è una notizia. "Larry Brown va ad allenare i New York Knickerbockers" però, lo è, eccome! Il coach più geniale, irrequieto, lunatico, capace della Lega allenerà la squadra con la più grande sproporzione tra prestigio della franchigia/soldi investiti/mercato cittadino/risultati ottenuti. Se aggiungete che suddetto coach è nativo di Brooklyn, e che è un altro pezzo dell'operazione "diamo un'identità newyorkese alla squadra" (cominciata col riportare a casa l'idolo di Coney Island, Stephon Marbury, e poi con la nomina ad interim coach di Herb Williams, storica riserva di Patrick Ewing in diverse edizioni dei Knicks anni '90, che ora farà il primo assistente di Brown), l'intera vicenda offre innumerevoli spunti di interesse. Larry Brown è un coach che da alle sue squadre caratteristiche, confermate nel tempo dalla costanza con la quale si sono riproposte. In estrema sintesi, possono essere riassunte come: allenamenti intensi, mentalità difensiva, esecuzione in attacco, miglioramento del record, stravolgimenti del roster, logoramento del rapporto che si esaurisce nel breve volgere di qualche anno. Tralasciando le altre questioni che a questo punto pare prematuro immaginare, cerchiamo di concentrarci sui possibili cambiamenti nella squadra, sia a livello di uomini che di ruoli. Diciamo subito che l'accoppiata Larry Brown – Isiah Thomas come associazione mentale porta con sé quella delle porte girevoli. Sono due personalità che nei rispettivi ruoli non si sono mai tirate indietro se c'era da "premere il grilletto" (come dicono negli States) per una trade. Brown ha già dichiarato che farà "impazzire" il General Manager con le sue richieste, ma Zeke avrà comunque l'ultima parola sulle scelte di mercato. Le parole del coach sono comunque tutto un programma "Non sempre hai la fortuna che ti capiti un roster che è veramente come lo avresti voluto" (come gli era successo, ad esempio, a Detroit, a parte la ciliegina sulla torta Rasheed). Traduzione: qui ci dobbiamo dare da fare per arrivare alla squadra che voglio io. Alcune mosse di mercato erano già state fatte prima dell'arrivo di Brown, e alcuni si chiedono se siano davvero in linea con quello che ha in mente il coach. Se l'arrivo di Jerome James, ancorché strapagato (30 milioni in 5 anni) può essere visto come un'accettabile addizione che aggiunge peso interiore alla squadra (pur essendo lontano dal ricordare Willis Reed o Patrick Ewing – in carriera finora ha più falli commessi che canestri segnati!!!), la trade che ha portato Quentin Richardson al Madison in cambio di Kurt Thomas ci sembra una mossa fortemente contraria al "Brownismo", pur con tutte le considerazioni salariali e di età (favorevoli) che sono coinvolte, e pur con l'arrivo dell'intrigantissimo Nate Robinson nel pacchetto. Dirty Kurty a nostro avviso era un giocatore ideale negli schemi del nuovo coach, offensivamente e difensivamente parlando, soprattutto potendo giocare accanto ad un centro vero come "Sexy". Il vero motivo del suo allontanamento dovrebbe essere il suo aperto contrasto con il leader della squadra, Stephon Marbury. E qui il discorso si fa serio. Molti all'inizio hanno paventato una possibile cessione del numero 3, perché non sarebbe un playmaker "alla Brown" (ma perchè, Chauncey Billups lo era?), e perché molti parlavano di frizioni tra i due avvenute durante le ultime Olimpiadi. I due interessati hanno seccamente smentito, dichiarandosi anzi amore reciproco e incondizionato. Marbury quindi rimarrà, e sarà (piaccia o meno) la superstar della squadra, attorno alla quale (ri)costruire. Ora, sicuramente Steph non sarà "la miglior point guard della Lega" (come aveva incautamente dichiarato lo scorso anno), ma si tratta sempre dell'unico signor "20 + 8" (punti e assist) insieme a Big O nella storia della Lega. Si tratta solo di impiegarlo nella maniera giusta. Che potrebbe essere quella che si prospetta in questi giorni: da più parti arrivano segnali che indicano che Starbury dovrebbe passare molto del suo tempo nel ruolo di guardia, seguendo in qualche modo un percorso che Brown aveva già fatto compiere ad Allen Iverson nella sua esperienza come head coach dei Philadelphia 76ers. A sbrigare i compiti di "portar su la palla" pare che LB voglia impiegare Jamal Crawford, il che potrebbe anche essere un modo per far sì che l'ex Michigan riduca un po' il numero di tiri "analfabeti" (se quelli di Basile sono ignoranti, quelli di JC sono decisamente più illetterati) cui spesso ci ha abituati. Per quanto riguarda il resto del backcourt, pare che Brown stia chiedendo insistentemente a Thomas di portare in città Eric Snow, uomo di fiducia del coach e grandissimo difensore, che potrebbe entrare dalla panchina e sgravare quindi Marbury dal vedersela con i vari Iverson, Nash, Kidd. La prima scelta (via Phoenix nell'affare Kurt Thomas – Richardson) Nate Robinson ha mostrato nelle summer league lampi di classe e leadership, ma se Brown alle Olimpiadi ha fatto restare seduti giovani come LeBron James e Dwyane Wade ("colpevoli" solo di essere, appunto, giovani), difficilmente la point guard tascabile da Washington passerà molto tempo in posizione eretta. Rimangono Penny Hardaway, che è un asset molto pregiato perché quest'anno gli scade il contrattone che per questa stagione prevede emolumenti per 15 milioni di dollari, e Allan Houston. Per settimane sembrava certo che l'uomo destinato ad essere tagliato in base alla nuova Amnesty clause del contratto collettivo sarebbe stato l'ex Tennessee, tanto che la clausola era stata informalmente ribattezzata "Allan Houston rule". E invece un po' a sorpresa la scelta del contratto da scaricare è ricaduta su Jerome Williams e sul suo accordo rimanente da tre anni per 19 milioni di pezzi verdi. La decisione è stata presa per due motivi principali: Houston è in buonissimi rapporti (compagni di svariate partite di golf) con James Dolan, presidente della Cablevision e quindi massima carica societaria dei Knicks, e pare che abbia promesso che se il suo ginocchio non recupererà al 100% è pronto a ritirarsi per problemi medici, il che farebbe risparmiare ai Knicks molto di più perché la parte restante del contratto sarebbe pagata per il 75% da un’assicurazione (in caso di taglio con la Amnesty si risparmierebbero invece i soldi della luxury tax, ma andrebbe comunque versato l'intero ammontare del contratto al giocatore). Evidentemente le informazioni che i Knicks hanno attraverso il loro staff medico indicano o che Houston recupererà in pieno la funzionalità dell'articolazione e tornerà il giocatore di un tempo, che con questa squadra rinnovata farebbe molto comodo, oppure (cosa altamente più probabile) che il ginocchio non si riprenderà, e le casse della franchigia saranno alleggerite in misura maggiore. Isiah Thomas ha cercato di portare in città James Jones, l'ala dei Pacers scelto quando proprio l'ex stella di Indiana University era GM della franchigia, ma l'offerta dei Suns è stata migliore e l'ex Hurricane ha preferito accasarsi in Arizona. Sfumata questa opportunità il duo Brown-Thomas sta puntando a Steve Blake, point guard di riserva dei Wizards, il quale è free agent. I Knicks hanno già 15 contratti garantiti, il massimo che la Lega concede: con la firma dell'ex Maryland diventerebbero 16. La dirigenza sta programmando sulla base di un sicuro ritiro del figlio di Wade Houston, sembra. Capitolo frontcourt: detto della rinuncia a Junkyard Dog Williams (al quale sono stati offerti ruoli di scout e cariche a livello dirigenziale) e dell'arrivo di Sexy James, rimane da parlare del resto. Che è la consueta pletora di ali grandi sottodimensionate che i Knicks ci hanno ormai abituato a vedere. Al lotto è stata aggiunta la prima scelta Channing Frye, il quale dalle indicazioni delle summer league sembra tenero come il famoso tonno della pubblicità e smilzo come l'altrettanto famoso grissino: non l'ideale per un reparto lunghi che aveva bisogno di testosterone, stazza e fisicità. E' un rookie, e sappiamo come Larry Brown è solito trattare con le matricole: ignorandole. Per il resto si attende qualche passo importante in avanti da Michael Sweetney, come al solito undersize ma almeno uno tosto che dovrebbe piacere alla filosofia del coach. Radiomercato ha messo in onda la notizia che vi sia stato anche un interessamento per DeSagana Diop, il big man che a Cleveland ha giocato molto poco da quando è stato scelto nel 2001 direttamente dalla high school per via di svariati problemi fisici (e comunque quando ha giocato non ha fatto vedere grandi cose), prima che questi si accordasse con i Dallas Mavericks. Il grande punto di domanda è legato a Tim Thomas: il giocatore da Villanova era stato scaricato proprio da Brown a Philadelphia, e il suo gioco poco aggressivo (4 rimbalzi di media in carriera per uno che sfiora i 2.10 sono pochini...) fa pensare che il nuovo coach non voglia perdere troppo tempo prima di scambiarlo sul mercato (il suo contrattone è chiaramente spropositato, ma scade l'anno prossimo, ed è quindi appetibile da chi voglia scaricare 14 milioni dal cap). Insomma, i tifosi dei Knicks sono pronti ad assistere a grandi manovre. Se saranno manovre vincenti, sarà il tempo a dirlo, ma con Larry Brown c'è da esserne fiduciosi. Almeno per un po'. Articolo realizzato da Jacopo Mele per www.playitusa.com
Max Giordan


