Anche New York celebra Dante: il ritratto del Bronzino a Park Avenue

Era la fine degli anni Venti del XIV secolo e Dante Alighieri, poeta fiorentino in esilio dalla sua città natale perché accusato di malversazione e per ragioni politiche, stava abbordando la parte finale di un suo immenso poema sulla vita nell’al di là quando, vinto dalla nostalgia della sua città natale, ne cominciò uno degli ultimi canti con questi versi pieni di speranza: “Se mai continga (avvenga) che il poema sacro / al quale ha posto mano cielo e terra, / sì che m’ha fatto per più anni magro, / vinca la crudeltà che fuor mi serra / dal bell’ovile ove io dormì agnello (…), ritornerò poeta, ed in sul fonte / del mio battesmo prenderò cappello”, cioè la corona d’alloro. Ma Dante in realtà a Firenze non poté tornare mai, non solo per la crudeltà dei suoi avversari, ma perché solo pochi mesi dopo, nel 1321, era morto, probabilmente di malaria, a 56 anni.

Se la sua speranza di ritornare al suo “bell’ovile”, tuttavia, non poté essere realizzata, quella di essere incoronato d’alloro non solo come poeta, ma come il massimo poeta italiano e come uno dei più grandi artisti nella storia umana poté certamente essere realizzata, non solo grazie all’ammirazione concorde di tutte le seguenti generazioni, ma anche figurativamente, perché in tutte le innumerevoli rappresentazioni pittoriche che ne sono state fatte attraverso i secoli egli compare quasi sempre con una corona d’alloro. Dante stesso sarebbe stato probabilmente sorpreso di sapere che questa sua figurazione in veste di supremo poeta si sarebbe diffusa non soltanto in tutto il mondo conosciuto da lui e nella sua stessa Commedia dentro i confini ritenuti insuperabili delle Colonne d’Ercole, ma anche in un mondo nuovo e ancora più vasto che sarebbe stato scoperto, in buona parte da italiani, nei secoli successivi a lui.

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